Essere o non essere Giulia

A volte, quando faccio la spesa, mi sorprendo a invidiare la cassiera del supermercato. Non deve decidere niente: qualsiasi articolo le consegni il nastro trasportatore, non deve fare altro che afferrarlo e traghettarlo all’altra sponda, restando comodamente seduta. Non può sbagliare, non ha scelta.

Io odio sbagliare e odio scegliere. Se una persona volesse mandarmi in crisi, basterebbe che mi chiedesse di scegliere un film per una serata tra amici. E se poi lo detestassero tutti? E se li annoiasse a morte? Nel dubbio non scelgo niente, non chiedo niente.

Quando ero bambina, chiedere un regalo ai miei genitori mi faceva sentire una persona orribile. In ogni caso, non era difficile capire i miei gusti: a volte mi appoggiavo con fare disinvolto a uno scaffale di un negozio, proprio di fianco a Barbie Magia delle Feste, a cui rivolgevo rapidi ma languidi sguardi. Piuttosto che dire a voce alta che la desideravo, avrei preferito giocare a mosca cieca in cortile per il resto della mia vita. Mi sembrava che chiedendo un regalo per me, avrei tolto qualcosa ai miei genitori e che per questo mi avrebbero amato di meno. Non potevo sopportarlo. 2887_1123404572739_2338914_n

Poi arrivava il Natale e finalmente potevo sbizzarrirmi: un signore barbuto con cui non ero imparentata e da cui mantenevo un educato distacco, portava doni per mestiere e, da quanto potevo intuire dalla pubblicità della Coca Cola, sembrava che fosse anche felice di farlo. Era quasi uno sgarbo non chiedergli di portarmi un paio di giocattoli, gli avrei impedito di fare il suo lavoro. Quindi gli scrivevo lettere lunghissime, iniziando sempre con una bella leccata di culo, così da non sembrare troppo avida o, peggio ancora, scortese. “Caro Babbo Natale, non ho ancora avuto l’occasione di ringraziarti per la bellissima bambola che mi hai portato l’anno scorso, la pettino tutti i giorni e le ho fatto dei vestiti nuovi con le mie mani. Quest’anno però vorrei…”

Il Natale, in questo senso, era una vera liberazione. Dall’altra parte però portava con sé un dramma esistenziale: i miei genitori erano divorziati e io dovevo scegliere con chi dei due passare le feste. Mi trovavo in un vicolo cieco: chiunque avessi scelto, l’altro avrebbe sofferto. Mia madre e mio padre si sono separati prima che imparassi a parlare, quindi in realtà avevano pianificato le divisioni prima che io potessi dire la mia a riguardo: Vigilia di Natale con papà, Pasqua con mamma. Rimaneva però l’insopportabile zona grigia del 25 dicembre, a cui non era stato assegnato nessun genitore.

Mio padre mi aveva raccontato la storia di Re Salomone e del bambino conteso fra due madri, e io in quelle circostanze non potevo non identificarmi almeno un po’ in quel neonato biblico. Non che i miei genitori mi contendessero, ma che non fossero alleati era chiaro come il sole. Tuttavia non mi hanno mai costretto a scegliere: per il pranzo di Natale, alla fine, uno dei due faceva un passo indietro, scegliendo al posto mio e liberandomi dal panico dell’indecisione. Quasi come nella Bibbia, insomma. Inoltre, intorno ai quattro anni, mi era stato insegnato che a chi mi chiedeva se volevo più bene alla mamma o al papà dovevo rispondere “che te ne fotte” (con mano a pigna e accento pugliese) quindi è evidente che non fossi proprio predisposta al concetto di scelta. 2887_1123405492762_1389869_n

In qualche modo, però, credo comunque di essere stata strappata in due: so esattamente cosa voglio, ma mi guardo bene dal renderlo noto a persone che non siano io, me e me stessa. Faccio una fatica sovrumana a dire di no a chiunque, compresi i testimoni di Geova che mi suonano a casa la domenica mattina, ma per il gusto di una buona battuta sarei pronta a rovinare qualsiasi amicizia. Sono indipendente e autonoma da quando ho memoria, ma mi rifiuto di guidare la macchina o qualsiasi altro mezzo di locomozione. I tramonti mi lasciano del tutto indifferente, ma se vedo due anziani che si tengono per mano devo correre a cercare un posto appartato dove piangere in santa pace. Mi piacciono Jane Austen e i Clash in egual misura. Sono curiosa come una scimmia e pigra come un bradipo. Amo le persone e odio la gente. Sono ambiziosa, ma invidio le cassiere del supermercato.

Nonostante tutto, ho un’autostima da maschio alpha, inclinazione caratteriale che si è manifestata in tenera età: mi chiedevano “come ti chiami” e rispondevo “io SONO Giulia” con lo stesso tono sprezzante con cui dicevo “che te ne fotte” e come se fossi l’unica bambina al mondo a portare quel nome. Di nuovo, non c’è bisogno di scomodare Freud per analizzarmi: per tutti sono sempre stata la solida, affidabile, matura Giulia, figlia esemplare, amica fedele, e amorevole fidanzata. I miei genitori mi venerano, i miei amici mi stimano, il mio ragazzo non può vivere senza di me. Insomma è già tanto che non me ne vada in giro facendo pipì negli angoli per marcare il territorio.

Lascio che tutto questo corrobori il mio ego da ventitré anni, ma a volte basta una giornata di pioggia o un cardigan allacciato storto per farmi vacillare: e se non fosse abbastanza? Se tutta questa fiducia nelle mie capacità fosse malriposta? Chi siamo? Da dove veniamo? Perché non ho detto a quel cameriere che c’era un pelo pubico nel mio piatto?

Forse invecchiando mi stancherò di vivere compiacendo gli altri e mi farò i capelli colorati o un tatuaggio tribale o mi metterò a fumare crack. O forse  arriverà l’apocalisse e tra i sopravvissuti saranno i boy-scout che sanno accendere il fuoco o gli ingegneri che sanno costruire una pila a poter andare avanti e io mi renderò conto di essere del tutto inutile all’umanità.

Per il momento però mi piace essere la solida, affidabile, matura Giulia e ogni volta che mi guardo allo specchio vedo esattamente quello che vorrei vedere. Non so se vale, ma si potrebbe persino dire che un paio di scelte dopotutto le ho fatte: ho scelto di non sapere qual è il Pantone dell’anno, continuando a mettermi i vestiti Anni Novanta di mia madre; ho scelto di fregarmene delle serate in discoteca, della musica elettronica e dei drink annacquati. Ho scelto di leggere molti libri e provare a costruirci sopra una specie di carriera. Ho scelto di amare la stessa persona per gli ultimi sei anni, senza dubbi o esitazioni. Ho scelto di parlare coi miei genitori, conoscerli a fondo e renderli costantemente partecipi della mia esistenza, per non avere mai rimpianti. In realtà ho anche scelto di vivere compiacendo gli altri, perché in fin dei conti mi piace piacere. Ho scelto di rimanere fedele a me stessa e di essere sempre, un giorno alla volta, l’eroina della mia storia.

Senza titolo

 

Giulia Pilotti