L’amica venale

Ho una nota sul telefono che si chiama “idee”, un titolo più che generoso considerato che quello che contiene non solo non sono idee, ma spesso e volentieri sono a malapena parole: “snooze”, “peronospera”, “ricchi vs l’ikea” sono solo alcuni degli appunti che di tanto in tanto cerco di decifrare, nella speranza di riuscire a rintracciare quantomeno il pensiero ubriaco – o quel lampo idiota mascherato da illuminazione brillante che colpisce mentre ti stai addormentando – che mi ha fatto dire “mo’ me lo segno”.
L’altro giorno, scorrendo la lista, mi è caduto l’occhio su “villaggi Potëmkin”, i villaggi di cartapesta che secondo la leggenda il governatore della Russia meridionale Grigory Aleksandrovich Potëmkin fece costruire nel 1787 per nascondere le condizioni di degrado del paese all’imperatrice Caterina II, in vista del suo viaggio in Crimea. Come al solito non mi ricordavo a cosa stessi pensando quando l’ho scritto, ma se c’è una cosa che ho imparato da quell’elenco è che c’è una buona possibilità che qualsiasi voce, anche la più insospettabile, si leghi in modo del tutto autoreferenziale a un aspetto della mia personalità. Città russe devastate rese presentabili da una fuorviante facciata di cartone? Ma sono io!
Per quanto la tentazione di spiattellare le mie idiosincrasie sia sempre fortissima – con questa storia di Potëmkin un racconto sull’accumulo seriale e il sacchetto di sacchetti che ha quasi messo fine alla mia relazione praticamente si scriverebbe da solo – c’è in realtà una vicenda più rocambolesca con una protagonista molto più interessante di me che mi permette di ricorrere a questo aneddoto.

Ho iniziato a seguire Caroline Calloway nel 2015. Avevo letto di questa ragazza americana mia coetanea che studiava storia dell’arte a Cambridge e faceva una vita da favola tra castelli, balli e fidanzati svedesi altolocati. Era diventata famosa su un nuovo social network in crescita, un certo Instagram, che io all’epoca non usavo perché avevo un Blackberry che faceva delle foto di merda. Quello che mi interessava della Calloway era la sua capacità di accompagnare alle immagini patinate – colori pastello, prati fioriti, ghirlande di luci – le storie delle sue avventure in didascalie nettamente più lunghe e narrative della media, una forma che lei dichiara di aver inventato e che fin dagli inizi aveva un discreto successo: una fanbase di centinaia di migliaia di followers. Io avevo già scoperto che mi piaceva scrivere di me, ma faticavo a individuare un modo per far leggere le mie cose a qualcuno che non fosse mia madre (sono passati quattro anni, lavoro in un’agenzia letteraria, ma ci sto ancora riflettendo). Intanto la Calloway firmava un contratto da quasi quattrocentomila dollari con una casa editrice americana per un memoir basato sui suoi post.

Negli anni successivi la perdo di vista per un po’, ma con il decesso del Blackberry e l’arrivo di un iPhone entro ufficialmente nel terzo millennio e faccio il mio debutto su Instagram. Mi torna in mente lei, la ragazza che – pelliccia addosso, orchidee in testa – stava facendo una vita sfavillante e realizzando sogni che erano anche i miei. La ritrovo e scopro tuttavia che il libro non l’ha mai scritto e che accusa la casa editrice di averle imposto una storia che non le appartiene, troppo incentrata sui maschi della sua vita e non abbastanza sullo spirito libero e la donna complessa che dice di essere. All’editore deve un sacco di soldi, ma non le importa perché è fiera di non aver messo la sua arte al servizio del patriarcato (parola che abbonda sul suo profilo). La sua storia d’amore con lo svedese è finita, è tornata a vivere a New York e nonostante il suo appartamento nell’Upper West Side sembri un sogno millenial uscito da un catalogo di Urban Outfitters – piante ovunque, pelli di pecora, polaroid incastrate nelle cornici degli specchi, prodotti di Glossier sparsi per terra –, il suo personaggio comincia a cambiare e Caroline decide gradualmente di svelare le sue zone d’ombra (o presunte tali). Tra le altre cose rivela di soffrire di depressione e di essere stata a lungo dipendente dall’Adderall (un farmaco metanfetaminico usato per curare il deficit d’attenzione) a cui imputa in parte la sua incapacità di scrivere il libro che aveva venduto. Ricomincio a seguirla e mi appassiono a questa nuova fase della sua vita, con un misto di interesse morboso da incidente stradale e la pura speranza di vederla rinascere dalle proprie ceneri.

Nell’ultimo anno i momenti da incidente stradale hanno prevalso su quelli da fenice: di lei si è tornato a parlare (almeno in America) a gennaio 2019, dopo che un thread di twitter virale aveva portato all’attenzione dei media il suo workshop di creatività, cui i fan potevano iscriversi pagando 165 dollari per farsi insegnare non si sa bene cosa e che stava avendo più di un problema di organizzazione. Presto si parlava di lei come di una truffatrice, il suo nome veniva associato a quello di Anna Delvey, la finta ereditiera russa indebitata per centinaia di migliaia di dollari, e a quello di Billy McFarland, l’organizzatore del famigerato Fyre Festival, e chi la seguiva aveva la netta sensazione che fosse iniziata una spirale discendente. Ma la Calloway non si arrende: cancella le successive date del workshop, ironizza sulla vicenda e riprende a documentare le sue giornate in modo sempre più massiccio. Visite dallo psicologo, cene con gli amici, allenamenti in palestra, pianti disperati, unghie rotte. Everything is copy, avrebbe detto Nora Ephron.
In seguito – dopo il fallimento del workshop ed essendo l’unica influencer al mondo che sembra non avere interesse per alcun tipo di sponsorizzazione – trova un altro modo di monetizzare: dipinti di tette stilizzate (il periodo delle “tittays”) e copie dei nudi blu di Matisse riprodotte in serie da lei con carte colorate (fase tuttora in corso). Lei la chiama arte senza alcuna ironia. Io sospendo il mio giudizio sul valore artistico delle sue creazioni e decido che finché la gente è disposta a pagare 160 dollari per un Matisse realizzato da un’influencer lei è un genio e io non ho capito un cazzo di niente.
Sono ormai pazza di lei, guardo le sue stories ogni giorno in modo ossessivo, ne parlo con tutti e a questo punto, pur non condividendo niente di quello che dice o fa, tifo per Caroline.

Poi la settimana scorsa la mia eroina inizia a paventare l’uscita di un articolo su The Cut, un pezzo scritto da un’amica non più amica che dice di aver ferito molto. Si prefigura che parlerà del fatto che questa Natalie fosse co-autrice del suo successo su Instagram e co-autrice del libro che avrebbe dovuto scrivere. Mette le mani avanti e per diversi giorni non parla d’altro, alimentando consapevolmente l’hype intorno a quella che prometteva di essere un’altra sonora legnata mediatica.
Il pezzo di Natalie Beach esce ed è tutto ciò che ho sempre sognato. È un romanzo. È un misto tra Il grande Gatsby e Gossip Girl. È L’amica geniale, ma a New York con gente ricca (“gente ricca a New York” è il mio genere letterario preferito): Caroline è quella bella, carismatica, piena di soldi, che irretisce gli uomini senza sforzo apparente; Natalie la vergine cessa e povera, ma talentuosa, succube della ragazza che lei non sarà mai. Una sembra sapere esattamente come trovarsi nel posto giusto al momento giusto e avere sempre la cosa giusta da dire, l’altra ha le pulci nel materasso, un coinquilino che non paga l’affitto e un coniglio morto in casa.
Soprattutto viene rivelato che il successo della Calloway è stato fabbricato a quattro mani e avviato con l’acquisto di qualche migliaio di followers. Natalie ripercorre la débâcle del memoir che avevano cercato di scrivere insieme e fa un racconto spietato della loro amicizia finita. La star vittima di se stessa e della dipendenza, l’amica sfruttata che cova rancore nell’ombra: dalla storia emergono due personaggi ugualmente tragici e insopportabili.

La questione del ghostwriting non è interessante di per sé. Instagram è pieno di gente con milioni di followers che si limita a mettere un’emoticon di una pesca sotto alla foto di un culo e non sente il bisogno di chiamare in causa il diritto d’autore. Così come non è particolarmente interessante l’amicizia fra le due, un rapporto malato fra ragazze come ce ne sono sempre stati, fin dalla notte dei tempi. Eppure la vicenda è stata ripresa da una gran quantità di giornali di tutto rispetto, c’è un test di Buzzfeed che permette di scoprire se sei una Caroline o una Natalie e su Reddit ci sono più di seicento commenti sulla questione, tra cui quello di un tizio che il giorno in cui è uscito il pezzo su The Cut si è preso un giorno libero dal lavoro per non perdersi gli eventi che sarebbero seguiti. Molto rumore per nulla? Senz’altro. Ma contemporaneamente ci possiamo leggere dentro lo spirito del tempo.

A questo punto mi trovo a pensare: da che parte sto? Siamo sicuri che Natalie sia la vittima? Perché mi interessa? Io sono una Caroline o una Natalie? Buzzfeed dice Caroline, me ne farò una ragione.
Caroline Calloway ha molti fan (circa ottocentomila), ma è diventata soprattuto la persona che tutti amano odiare e in effetti lo rende fin troppo facile: fa quotidianamente sfoggio di una vita privilegiata, ma perseguendo la retorica del “sono una di voi”, sperando di sembrare spontanea e incasinata come nessuno potrà mai essere online. Ripete mantra di auto-affermazione che suonano come un disperato bisogno di attenzioni e in lei si incarnano gli aspetti più problematici della nostra generazione: genitori troppo amici che ci hanno fatto credere di poter essere tutto quello che volevamo (scrittori, musicisti, Matisse), il desiderio di aver fatto e mai quello di fare, e l’abitudine ormai radicata di creare una seconda vita, oltre a quella reale e della nostra interiorità, che presentiamo al mondo su internet. Una facciata di cartapesta che nasconde un villaggio sfasciato.
Ma la Calloway probabilmente avrebbe fatto volentieri a meno di vedere i suoi momenti più bui esposti su internet da una persona a cui ha voluto bene, o di ricevere minacce di morte da sconosciuti, e il fatto che abbia scelto lei di raccontarsi a un pubblico non significa certo che volesse mettere ogni aspetto della sua vita alla luce del sole, né che sia tenuta a farlo. Raccontarsi significa anche avere il controllo sulla propria narrazione, stabilire in una qualche misura la percezione che gli altri avranno di te. Non è un atto di coraggio, quanto una corsa ai ripari.

Natalie Beach tuttavia rappresenta un altro peccato capitale della vita ai tempi di Instagram: l’invidia. Io, ad esempio, rosico tantissimo. Più passa il tempo più mi rendo conto che quella che erroneamente ho sempre pensato fosse ambizione, un sano desiderio di fare bene nella vita, si chiama in realtà invidia. Forse sto regredendo o forse venire a patti con i fallimenti di cui l’esistenza è costellata fa parte dell’età adulta, ma ormai mi è chiaro che la persona che vorrei essere è, in sostanza, qualcun altro.
So di non essere sola. Fra rosiconi ci confessiamo sottovoce le nostre ansie da prestazione. Ma cosa ci possiamo fare? Siamo bombardati ogni giorno da storie di successo, le vite bellissime degli altri sono sotto i nostri occhi, nel palmo della nostra mano: i resort, le spiagge, i book tour, i vestiti, la pelle perfetta. Possiamo ripeterci che è tutto finto, che non tutto quello che brilla è oro, che anche i ricchi piangono, ma una voce nella nostra testa continua a dire che quegli altri stanno meglio e noi ci meritavamo di più dell’ufficio in cui siamo seduti. Il più delle volte questo non è vero.
Di fondo c’è la sopita consapevolezza che la maggior parte di noi non avrà niente. Niente fama. Niente soldi. Forse niente figli, dal momento che il mondo sta finendo. Siamo segretamente dominati dalla paura di non lasciare traccia (il che è parecchio in contraddizione con la pratica di documentare il tutto in video che si autodistruggono ogni ventiquattro ore), combinata alla segreta speranza che se ce l’hanno fatta loro, persone qualsiasi, ce la potremmo fare anche noi. Eppure se c’è una cosa che possiamo imparare da Caroline Calloway e da quelli come lei è che chiunque, anche chi sembra avere tutto, desidera qualcosa, qualcos’altro. E in fin dei conti dobbiamo sforzarci di ricordare che i villaggi Potëmkin, come la corazzata, sono solo una cagata pazzesca.