Finché Mario non ci separi

Uno degli aspetti che sto imparando ad apprezzare dell’età adulta – o qualsiasi cosa sia questa fase della vita in cui il mio unico asset è un abbonamento a Spotify Premium – è che provo sempre meno vergogna. Ansie sociali, segreti inconfessabili, lacune insormontabili stanno lentamente scendendo nella mia scala di priorità, il che non è un bene perché sono convinta che il pudore sia uno strumento molto utile, mentre la spontaneità è ampiamente sopravvalutata. Ciò detto mi è molto facile constatare i benefici dell’essere sempre più onesta, con me stessa e con gli altri, e del liberarmi un pezzetto alla volta del palo in culo che mi affligge da ventisette anni. Potrebbe sembrare che sto cercando di formulare qualcosa di profondo (o forse no, visto che ho appena scritto “palo in culo”), ma tutto questo preambolo in realtà era per ammettere che non mi perdo una puntata di Matrimonio a prima vista e forse dovrei vergognarmene, ma non lo faccio.

Matrimonio a prima vista è un format televisivo danese, esportato con successo in America, UK, Australia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e, nel 2016, in Italia, dove si è appena conclusa la quarta stagione su Real Time. Il titolo è abbastanza esplicativo, ma per capirci funziona così: una sessuologa, un sociologo e uno psicologo selezionano sei candidati tra un’ampia scelta di casi umani, e le tre coppie eterosessuali da loro abbinate (in base a “criteri scientifici”, un concetto che ripetono così spesso e con una tale insistenza che diventa impossibile credergli) si conosceranno il giorno del loro matrimonio, direttamente al cospetto dell’officiante civile che li sposerà davanti alle telecamere e ad amici e parenti imbarazzati. Le coppie avranno poi cinque settimane di vita coniugale accelerata (viaggio di nozze, pranzi coi genitori, convivenza) al termine delle quali potranno decidere se rimanere sposati o divorziare a spese della produzione. È, con ogni evidenza, la ricetta di un disastro. Non aiuta che alla fine della puntata parta una pubblicità di Gleeden, l’app per incontri extraconiugali.

Come se l’idea di base non contenesse già una garanzia di fallimento, bisogna aggiungere che gli “esperti” trasmettono la stessa professionalità dei tre amigos di John Landis: Nada la sessuologa viene sempre evocata così, senza cognome, come Cher o Rihanna (note psicoterapeute). È evidente che odia le donne, che a sua discolpa però non ne escono mai benissimo; il sociologo Mario Abis, che ci mostrano sempre spettinato nella speranza di attribuirgli un’aura di autorevolezza, proferisce solo solenni ovvietà, spesso in ritardo sulla conversazione, immagino perché troppo preso a calcolare a mente le rate del mutuo che riesce a coprire con questo programma. Ha sempre l’aspetto di uno che si è appena svegliato da una pennica postprandiale andata un po’ per le lunghe ed è senza dubbio il mio preferito; il terzo è un intercambiabile psicologo omosessuale toscano in dolcevita. In altre versioni del format c’era anche un consulente spirituale e il fatto che in Italia non abbiano colto l’occasione per metterci un prete di mezzo mi conferma quello che già sapevo, cioè che Real Time è il canale più progressista che ci sia.
Più di ogni altra cosa i tre amigos sembrano avere la capacità di formare abbinamenti tra persone che non solo non si innamoreranno, ma si odieranno in modo viscerale, basti dire che quest’anno hanno messo insieme un tifoso della Lazio con una della Roma. Onestamente credo che se pescassero i nomi a caso da un cappello ci sarebbero più possibilità di successo («tiri fuori il lato peggiore di me» diceva Federica a Fulvio verso la fine, mentre lui si sfilava la fede nuziale e la mollava alla reception di un hotel, dopo quattro settimane che devono essergli sembrate anni). Eppure, nonostante i risultati non siano certo incoraggianti – delle dodici coppie delle quattro stagioni italiane finora solo due sono ancora sposate –, c’è sempre qualcuno che spera di poter trovare l’amore così. In effetti, tutto considerato, non è forse un modo come un altro?

Non ho esperienza diretta di dating, nell’ultima decade sono stata single circa cinque minuti. L’unica volta che sono tornata a casa con uno contemplando l’idea di un’avventura di una notte, è finita che anni dopo, mentre scrivo, quello è di là che guarda la Champions League su un divano che abbiamo scelto insieme. Non lo faccio apposta, credo di non volermi neanche sposare, ma a quanto pare sono programmata per la vita di coppia. Entrerò nel merito di questa malattia un’altra volta, ma era per dire che non so cosa significhi essere soli e desiderare di non esserlo. Al massimo posso esprimermi sul contrario. Di amiche single però ne ho diverse – quasi tutte, a dire il vero – e seppure nessuna di loro sia ancora andata in tv a sposare uno sconosciuto, ogni tanto fanno delle cose che poco ci manca. Tinder, per esempio. Premettendo che io sarei la peggiore utente di dating app mai esistita perché odio tutti e mi annoio facilmente – sarò pure programmata per la vita di coppia, ma è anche vero che mi sono piaciuti solo due uomini in dieci anni –, non mi sembra che a loro, armate invece di buona volontà, stia andando tanto meglio. Una di loro di recente è uscita con un tipo che sembrava normale e invece alla fine del primo appuntamento lui l’ha mollata al ristorante dicendole che cercava una donna con più spirito materno, una buona madre per i suoi futuri figli. Il che mi porta a considerare un altro fatto: tutti i miei amici maschi sono fidanzati. Ce l’abbiamo fatta, dunque? Abbiamo desiderato così a lungo la parità dei sessi che l’abbiamo raggiunta e persino superata, fino a invertire lo stereotipo? Abbiamo compiuto tutto il giro della morte? Perché se ci penso, almeno da questo punto di vista, ho l’impressione che sia proprio così: gran parte delle ragazze che conosco vogliono scopare, i ragazzi sono a caccia di spiriti materni.
Considerando poi che ci si imbatte regolarmente in studi più o meno attendibili che decretano che i giovani oggi non fanno più sesso e sappiamo per certo che nessuno di noi si sposa più né tantomeno fa figli, un programma come Matrimonio a prima vista prende di certo tutta un’altra forma, che va oltre l’intrattenimento (grandissimo, sublime) che fornisce. La forma che prende è quella della disperazione e di una generazione talmente pigra e incapace di comunicare che l’ipotesi di affidarsi a tre psicologi cialtroni e a una cricca di sadici autori televisivi piuttosto che al proprio senso di direzione sembra, come per magia, una buona idea. O almeno un’idea fra le tante.

A questo punto di solito qualcuno tira fuori la bassissima percentuale di divorzi tra i matrimoni combinati indiani, un dato interessante quanto, a mio parere, irrilevante. È vero che il matrimonio romantico è un’invenzione ottocentesca – solo le cameriere si innamorano, diceva il noto cuore di panna Gianni Agnelli – e ha un suo senso che una dinamica invece consolidata nei secoli, la stipula di un contratto e il rispetto del medesimo, abbia una più alta probabilità di successo. È altrettanto vero però che ogni anno più di ventimila casalinghe indiane si suicidano, quindi dipende tutto dal significato che diamo alla parola “successo”.
La seconda osservazione da prendere con le pinze, che i concorrenti di Matrimonio a prima vista invece ripetono come un mantra, è che un tempo ci si sposava praticamente senza conoscersi, ma l’attitudine alla vita matrimoniale era molto più seria. I nonni di tutti sono rimasti insieme per più di mezzo secolo. Ma quanti di questi dormono al fianco di una persona che intimamente detestano? Quanti sono omosessuali repressi che hanno preso moglie perché era l’unica opzione? Quanti avrebbero divorziato se avessero potuto farlo prima del 1970? Quanti tradivano? Tra avere troppa scelta e non averne nessuna io propendo sempre per la prima. Sarà per questo che dopotutto morirò sola circondata da gatti di polvere. Ed è qui anche la falla del programma, che mette in gioco sei persone convinte di poter trovare la felicità, “la scintilla” (ripetono sempre le ragazze, sorprese nel non provare niente per uno di cui non conoscono neanche il cognome), in una scelta obbligata. Chiedete a un bambino se gli piacciono i broccoli.

Va comunque detto che i dating shows non sono un fenomeno recente. Il primo, The Dating Game, risale addirittura al 1965. The Bachelor, sempre in America, va in onda da ventitré stagioni (non sono ancora abbastanza uno spirito libero per rivelare quante ne ho viste io), e attrae – come la merda le mosche, è il caso di dirlo – un pubblico variegato di milioni di spettatori, dalla casalinga del Midwest a Sean Penn.
The Bachelor è una specie di Uomini & Donne, ma meno pezzente, almeno in apparenza: un uomo viene corteggiato da una vagonata di femmine (c’è anche la versione femminile The Bachelorette in cui una donna viene corteggiata da una vagonata di maschi, il mio peggiore incubo) ed eliminandole una alla volta, settimana dopo settimana, sceglierà l’anima gemella. In ogni puntata ci sono delle uscite, “esterne” le chiamerebbe Maria. La produzione li sbatte su elicotteri, quad, catamarani, li fanno paracadutare dagli aerei, li mandano a nuotare coi delfini e a camminare sui carboni ardenti, li portano in Irlanda, in Argentina, in Indonesia e a qualsiasi latitudine aizzano le concorrenti l’una contro l’altra per buttare benzina sul fuoco del drama, senza il quale il programma non esisterebbe. Gli uomini sono tutti manzi mono-neuronici, le donne sono tutte infermiere dai capelli lunghi (ce n’è stata una coi capelli corti paio d’anni fa, ne parlavano come fosse una temibile iconoclasta), e anche loro con i neuroni insomma.

Troppo facile però innamorarsi su una spiaggia caraibica mentre ti servono secchi di caipirinha. Tutto un altro paio di braghe è ritrovarsi a Terni, a casa dell’uomo poco attraente a cui ti sei controvoglia unita in matrimonio, a valutare se trasferirti per sempre nel suo appartamento arredato malissimo, come succede invece a Matrimonio a prima vista. Credo che l’attrazione morbosa che provo per il programma derivi in parte anche da questo: quelle case con gli stencil di farfalle alle pareti, le tovaglie di plastica, i muri di colori sbagliati, le scritte motivazionali sulle mensole – neanche un libro nel raggio di chilometri – mi offrono uno squarcio su un mondo parallelo e tenerissimo, molto più rilassante di quello in cui vivo io. L’altra sera a una cena tra amici abbiamo deciso di stilare la lista dei cinque film che ognuno di noi si porterebbe su un’isola deserta e uno, senza alcuna supponenza, ha messo in cinquina Il settimo sigillo. Non voleva fare il fenomeno, era davvero uno dei suoi film preferiti e in caso di naufragio sceglierebbe di guardarlo a oltranza, fino a morire di disidratazione. “Che gente frequento?”, ho pensato io, mentre mi interrogavo sulla mia bolla, tanto rassicurante quanto intollerabile. Noi pezzenti con gli abbonamenti al New Yorker, gli altri con le tovaglie di plastica e le case di proprietà. Noi con il palo nel culo, loro spiriti liberi.