Colazione da Spinardi

A Milano ci sono un sacco di cose da fare, o almeno così mi dicono. Io ci vivo dal 2011, ma non essendo mai stata la regina della movida e rifiutandomi da anni di pronunciare la parola “evento” non posso dire di aver saputo sfruttare abbastanza le possibilità che la città mi offriva. Se non fosse per i film in lingua originale che vado a vedere al cinema e la vasta scelta di ristoranti che onestamente apprezzo, potrei vivere nei boschi e sarebbe uguale.
I giovani d’oggi hanno la FOMO (per mia mamma: FOMO sta per “Fear of Missing Out”, paura di perdersi qualcosa). La FOMO io non ce l’ho. Al massimo ho il contrario della FOMO: il terrore di fare più del necessario, di raccogliere le forze per uscire e pentirmene immediatamente. Sono senza ombra di dubbio molte di più le volte in cui ho rimpianto di non essere rimasta a casa a vedermi un film da sola che non le serate di cui ho sentito la mancanza. Quali serate, poi? Ormai non riesco neanche più ad andare allo spettacolo delle 10 senza passare l’ultima mezz’ora del film a pensare con malinconia al mio letto.
Una mia amica che è rimasta a vivere a Parma mi dice sempre che lei a Milano non ci vivrebbe mai perché è una città troppo caotica, ma la verità è che se fai come me, che esco malvolentieri dalla seconda circonvallazione, è poco più di un paesone. Sicuramente qualcosa ho sbagliato. Avrei potuto essere giovane in un modo diverso, andare a ballare, esplorare i quartieri, conoscere amici di amici di amici invece che chiudermi in casa a ogni Fashion Week e Fuori Salone. Come se non bastasse ho scelto di lavorare nell’editoria libraria, settore tristemente noto per le sue scarse performance nell’organizzazione di feste: l’alcol è poco e finisce presto e gli avventori sono in gran parte ultra-quarantenni che da giovani, mentre gli altri si drogavano e si divertivano, stavano a casa a leggere romanzi russi. Vivono ora questa seconda adolescenza che con ogni evidenza non sanno reggere. Non è una bella scena.
Insomma quando i miei figli mi chiederanno com’era essere giovani a Milano in questi anni dirò loro che era come essere vecchi. Prendevamo il tram, andavamo a letto presto, ci trovavamo a cena fra amici nelle nostre piccole case piene di libri. E io andavo dal ferramenta.

Ah, il ferramenta. Se c’è una cosa che amo di Milano sono le botteghe storiche. E se c’è una bottega storica che amo più delle altre è il ferramenta Spinardi. Spinardi esiste in Corso di Porta Romana 74 dal 1907 e da allora è stato tramandato nella famiglia Spinardi di generazione in generazione fino a oggi. Dalla strada si presenta con due grandi vetrine che lasciano immaginare, ma solo fino a un certo punto, la vastità di soluzioni che i meravigliosi, efficienti, esperti Spinardi potranno fornirti. Dentro infatti, oltre un corridoio tappezzato di maniglie, citofoni, bastoni per le tende, chiavi e serrature per tutti i gusti, pomi d’ottone e manici di scopa, si estende un magazzino di dimensioni non prevedibili, le cui proporzioni sembrano superare di molto la capacità del palazzo che lo contiene. Una specie di Stanza delle Necessità di Harry Potter, se la tua necessità è avere tutto. È più che un semplice negozio: Spinardi vende possibilità.
Come accade con le cose belle della vita, ho scoperto questo luogo mistico per caso. Mi ero appena trasferita lì di fronte e il giorno del trasloco, mentre Marco, il mio patrigno, montava tavoli e librerie con l’efficienza che lo contraddistingue, mia madre vagava per casa evidenziando problemi secondari: un brutto diffusore della doccia, brutte mascherine delle prese di corrente. Questa pratica dell’architetto Settimj – mia mamma – è leggendaria: molti narrano ancora di come durante il nostro primo trasloco a Parma passò alcune ore a scegliere la collocazione perfetta delle sue forme pure (un cubo, una sfera e un cilindro di marmo) e sono personalmente testimone della sofisticata disposizione delle spezie in vasetti magnetici che la impegnò per mezza giornata quando ci trasferimmo per l’ultima volta nel 2013, mentre io e Marco montavamo mobili e svuotavamo scatole con l’inesorabilità dei muli.
Ad ogni modo, quando Marco ha dichiarato che mancava una vite all’appello (forse mentendo, solo per allontanare l’architetto dall’appartamento) io e mia madre siamo entrate da Spinardi, senza immaginare che ne saremmo uscite cambiate. Solo quel pomeriggio ci saremo tornate almeno tre volte con missioni assolutamente pretestuose. Da allora ogni volta che ho un’esigenza – qualsiasi esigenza, anche medica – entro da Spinardi e trovo una soluzione. Compro nastri isolanti, lampadine, anti-tarli che non mi servono. Faccio copie di chiavi per tutti i membri della famiglia. A volte mi limito a passeggiare davanti alle vetrine mangiando una brioche come una Holly Golightly appassionata di bulloni.

Si dice che il trasloco, dopo il lutto e il divorzio, sia tra le esperienze più stressanti della vita. Non lo è se il tuo dirimpettaio è Spinardi. Il giorno in cui mi hanno consegnato la lavatrice, niente è andato come doveva andare e alla fine della distruttiva visita dei trasportatori, durata circa ventisei nefasti secondi, avevo una lavatrice in soggiorno invece che in bagno, un graffio sul parquet che prima non c’era e un cavo elettrico tagliato a mani nude dal trasportatore – forse suicida – aveva fatto saltare la corrente in casa. Prima che potessi dire “denuncia” – e mentre calcolavo con mani tremanti quanto mi sarebbe costato rifare l’impianto che senza dubbio mi avevano appena fulminato – scemo e più scemo erano già rimontati sul camion parcheggiato in seconda fila e sgommavano via più veloci del vento. Isterica, con le lacrime agli occhi, sono entrata da Spinardi urlando “Qualcuno mi aiuti!” e invece che chiamare la polizia il signor Spinardi mi ha accolto con un sorriso e ha convocato il signor Vito, l’elettricista tuttofare che chiunque vorrebbe avere nella propria vita. Il signor Vito mi ha seguito senza scomporsi. Mentre io vaneggiavo di impianti elettrici da rifare, lui mi ripeteva che sarebbe andato tutto bene. Non si è alterato neanche quando ha realizzato che non avevo la più pallida idea che esistesse un quadro elettrico nelle cantine. Non sapevo neanche di avere una cantina. Dopo aver individuato il mio contatore fra un miliardo di contatori uguali (ripristinando la corrente semplicemente premendo un pulsante) il signor Vito è tornato di sopra, mi ha agganciato la lavatrice, ha appeso due quadri, ha creato una presa elettrica dal nulla e mi ha intrattenuto con alcuni trucchi di magia francamente sorprendenti. Ultimo di tredici figli, negli Anni 50 sua madre lo portò a Milano da Bitonto in una scatola da scarpe, mi ha raccontato. La madre oggi ha più di cinquantamila visualizzazioni su YouTube, grazie a un video in cui insegna a fare la focaccia pugliese. Ero certa di amarlo e quando stavo ormai per chiedergli se voleva trasferirsi lì con me e Francesco, se n’è andato. Il signor Vito non appartiene a nessuno.

Penso che quella del ferramenta sia la stessa patologia che mi spinge a guardare quei programmi in cui mostrano il processo di produzione degli oggetti – matite, mollette, monete, orsetti gommosi –, la stessa che illumina gli occhi di nonno Pilotti quando ha occasione di usare il silicone su qualcosa di rotto. È un gusto perverso per l’ordine razionale, il piacere sensuale di vedere le cose andare al loro posto. Un piacere inedito per quanto riguarda qualsiasi altro aspetto della mia vita.
Sicuramente mi sono persa qualcosa, in questi anni, un po’ di FOMO me la sarei dovuta far venire. Mi sarò persa qualcosa mentre stavo dentro a Spinardi a guardare le brugole e mi sarò persa qualcosa in questi due giorni, mentre ne scrivevo. Chissà cosa mi sono persa mentre guardavo miliardi di serie tv o mentre mangiavo la pizza nel solito posto con i soliti amici. So per certo che mi sono persa qualcosa a nord di Loreto, ma non ho ancora capito cosa.
Ma non è forse una delle poche gioie dell’età adulta, non fare cose che non si ha voglia di fare, con persone che non si ha voglia di vedere? Non è forse un mio diritto mangiare un piatto senza un cazzo di avocado dentro?
Aspetto con trepidazione i trent’anni e poi i quaranta, nella speranza che a un certo punto troverò un equilibrio tra lo stile di vita che ho e quello che penso dovrei avere e non dovrò più far finta di capire Myss Keta. Per ora ho ancora molte cose da aggiustare, ma verrà il giorno che tutti quei cacciaviti – e la pinza pappagallo che ho comprato solo per il nome – non mi serviranno più.

Hare Logan

Quando divido qualcosa in due tengo sempre per me la parte più piccola e do all’altro quella più grande e credo che questa sia la mia qualità migliore e il mio peggior difetto. Soprattutto, come è facile immaginare, è un’attitudine poco fruttuosa nella vita di tutti i giorni e se almeno in apparenza si potrebbe pensare che faccia di me una bella persona credo che alla lunga sortirà l’effetto opposto, mi trasformerà in un ammasso di bile e risentimento.

Questa consapevolezza è resa ancora meno digeribile dalla mia profonda attrazione per i pezzi di merda. Non parlo del mio rapporto con gli uomini, in quel senso mi sono sempre piaciute solo persone per bene (grazie babbo!). Ma per altri versi nutro una malsana ammirazione per individui che rasentano o superano il crinale della spregevolezza. Che i cattivi e i matti siano più interessanti dei puri di spirito non è certo una notizia fresca. Rossella e Melania. Loki e Thor. Caino e Abele (in ordine di iconicità decrescente). Sappiamo tutti con chi preferiremmo andare a cena. Una persona che abbia fatto mezza lezione di psicologia o abbia anche solo letto un aforisma di Jung in un cesso dell’università vi spiegherebbe che siamo tutti attratti dal male e perché. Ma quella persona non sono io.

Dal mio personale, autoreferenziale e anti-scientifico punto di vista la questione è molto semplice e ha a che fare, come spesso accade, col voler essere qualcosa fuori da me. Non mando indietro i piatti sbagliati, sottoscrivo abbonamenti che non voglio per la strada, anticipo soldi per i regali di gruppo, compro tutti i libri su Nelson Mandela, lascio mance non necessarie. Passo intere giornate a pensare a rispostacce che avrei potuto dare e non ho dato. Nella mia immaginazione ho sempre la battuta pronta, qualcosa di sagace e sferzante con cui mettere tutti al proprio posto. Nella realtà chiedo scusa in media quarantasette volte al giorno.
Di nuovo, questo non fa di me una bella persona, quanto piuttosto una donna di ventisette anni consumata dal bisogno adolescenziale di piacere a tutti e non scontentare nessuno mai. E mentre io sono lì che mi preoccupo di cosa penserà di me l’operatore di call center a cui ho riattaccato il telefono in faccia, le persone normali dotate del minimo sindacale di pelo sullo stomaco occupano impunemente il loro posto nel mondo.

La mia fissa più recente è stata Succession, una serie tv su una famiglia potentissima che assomiglia parecchio a quella dei Murdoch: un vecchio padre a capo di un impero mediatico, quattro figli più o meno cretini, diversamente inadeguati a prendere il suo posto. Una quantità oscena di soldi, elicotteri che atterrano su barche, case a New York che per chi come me ha sempre vissuto in appartamenti in affitto con un bagno solo equivalgono alla pornografia. Ogni membro della famiglia Roy è una brutta persona a modo suo e per il principio di cui sopra sono tutti irresistibili. A un certo punto Logan, il capofamiglia (che è brutta persona irresistibile più di tutti gli altri messi insieme), compatendo uno dei figli che è sempre lì lì per farcela e poi non ce la fa mai, gli dice che per avere successo nella vita bisogna essere un killer, uno che non guarda in faccia nessuno. Di certo Logan Roy è uno che ha imparato a farsi valere. Nel corso delle due stagioni lo vediamo licenziare camerieri urlandogli in faccia, costringere i suoi commensali a partecipare a un gioco di sua invenzione che li vede impegnati a grufolare in terra come cinghiali, congedare quasi chiunque con un fuck off di efficacia difficilmente replicabile. Dal niente da cui proviene – una povera famiglia scozzese – è riuscito ad avere tutto. I suoi figli, che invece in quel benessere ci sono nati, hanno molto da imparare da lui, chi più chi meno. Io d’altro canto, che più di una volta mi sono lasciata sgridare dalla donna delle pulizie senza fare una piega e non ho una lira, non posso ambire a quel modello neanche da lontano.


Quello che posso fare, in quanto persona povera in balia degli eventi, è essere più possibile consapevole dei miei limiti. Ho rari sprazzi di amor proprio di cui poi vado fierissima e che mi ricordano che dopotutto forse ho la speranza di sopravvivere in questo ostile mondo di cazzipropristi. L’estate scorsa in India sono finita in una comunità di Hare Krishna, e quando sono riuscita a stroncare uno di loro che, dopo aver rintracciato non si sa come la nostra camera d’albergo e averci lasciato un biglietto sulla porta come un serial killer, ci voleva trascinare in un tour del tempio – costringendomi a camminare scalza nel bagnato prima che riuscissi a fare colazione – mi sono sentita Margaret Thatcher. Con fare imperioso e Eye of the Tiger che mi risuonava in testa mi sono diretta verso la mia anelata tazza di caffè senza guardarmi indietro, ma se qualcuno pensa che dopo non abbia comprato il suo libro sulla creazione di Krishna mi sta sopravvalutando.

Di contro temo che con gli anni anche quel poco di tenacia di cui sono fornita finirà per dileguarsi in un fiume di lacrime. Letteralmente. Ormai piango in continuazione, per qualsiasi cosa. Vecchi ingobbiti per strada, video di bambini non udenti che sentono la voce dei genitori per la prima volta, audizioni di X Factor, mio fratello diciottenne che guida la macchina, cani che aspettano davanti ai supermercati, ogni singola puntata di Queer Eye, telegiornali, una folata di vento. Tutto è diventato un attentato alla mia labile emotività. Quando dopo aver visto un fermo immagine di Dumbo truccato da pagliaccio ho passato un’intera mattina in depressione, ho chiamato mia zia Titta, perché sapevo mi avrebbe capito. «L’altro giorno ho aperto un uovo e c’erano due tuorli dentro. Ho pianto mezz’ora», mi ha detto, confermando i miei sospetti. È dunque un problema di famiglia? È una questione di succession? Ereditarietà o meno, tra Pilotti condividiamo un generale senso di sconfitta e in casa di mia nonna c’è una collezione di scatoline porta-pillole che per quanto ornamentale penso sia fortemente rappresentativa della nostra attitudine nei confronti delle sfide della vita. Persino i Pilotti in apparenza indistruttibili non vanno a dormire senza dieci gocce di sonnifero. Persino mio padre, che credo abbia pianto a malapena quando sono nata io, ha un’indole da pippa. Me l’ha rivelato lui stesso, confessando che da bambino ogni volta che passava in tv la pubblicità del bagnoschiuma Vidal, in cui un cavallo bianco galoppava libero in un prato, lui scoppiava a piangere disperato, senza motivo.

Ho cercato quel carosello su YouTube. Ho pianto.