Hare Logan

Quando divido qualcosa in due tengo sempre per me la parte più piccola e do all’altro quella più grande e credo che questa sia la mia qualità migliore e il mio peggior difetto. Soprattutto, come è facile immaginare, è un’attitudine poco fruttuosa nella vita di tutti i giorni e se almeno in apparenza si potrebbe pensare che faccia di me una bella persona credo che alla lunga sortirà l’effetto opposto, mi trasformerà in un ammasso di bile e risentimento.

Questa consapevolezza è resa ancora meno digeribile dalla mia profonda attrazione per i pezzi di merda. Non parlo del mio rapporto con gli uomini, in quel senso mi sono sempre piaciute solo persone per bene (grazie babbo!). Ma per altri versi nutro una malsana ammirazione per individui che rasentano o superano il crinale della spregevolezza. Che i cattivi e i matti siano più interessanti dei puri di spirito non è certo una notizia fresca. Rossella e Melania. Loki e Thor. Caino e Abele (in ordine di iconicità decrescente). Sappiamo tutti con chi preferiremmo andare a cena. Una persona che abbia fatto mezza lezione di psicologia o abbia anche solo letto un aforisma di Jung in un cesso dell’università vi spiegherebbe che siamo tutti attratti dal male e perché. Ma quella persona non sono io.

Dal mio personale, autoreferenziale e anti-scientifico punto di vista la questione è molto semplice e ha a che fare, come spesso accade, col voler essere qualcosa fuori da me. Non mando indietro i piatti sbagliati, sottoscrivo abbonamenti che non voglio per la strada, anticipo soldi per i regali di gruppo, compro tutti i libri su Nelson Mandela, lascio mance non necessarie. Passo intere giornate a pensare a rispostacce che avrei potuto dare e non ho dato. Nella mia immaginazione ho sempre la battuta pronta, qualcosa di sagace e sferzante con cui mettere tutti al proprio posto. Nella realtà chiedo scusa in media quarantasette volte al giorno.
Di nuovo, questo non fa di me una bella persona, quanto piuttosto una donna di ventisette anni consumata dal bisogno adolescenziale di piacere a tutti e non scontentare nessuno mai. E mentre io sono lì che mi preoccupo di cosa penserà di me l’operatore di call center a cui ho riattaccato il telefono in faccia, le persone normali dotate del minimo sindacale di pelo sullo stomaco occupano impunemente il loro posto nel mondo.

La mia fissa più recente è stata Succession, una serie tv su una famiglia potentissima che assomiglia parecchio a quella dei Murdoch: un vecchio padre a capo di un impero mediatico, quattro figli più o meno cretini, diversamente inadeguati a prendere il suo posto. Una quantità oscena di soldi, elicotteri che atterrano su barche, case a New York che per chi come me ha sempre vissuto in appartamenti in affitto con un bagno solo equivalgono alla pornografia. Ogni membro della famiglia Roy è una brutta persona a modo suo e per il principio di cui sopra sono tutti irresistibili. A un certo punto Logan, il capofamiglia (che è brutta persona irresistibile più di tutti gli altri messi insieme), compatendo uno dei figli che è sempre lì lì per farcela e poi non ce la fa mai, gli dice che per avere successo nella vita bisogna essere un killer, uno che non guarda in faccia nessuno. Di certo Logan Roy è uno che ha imparato a farsi valere. Nel corso delle due stagioni lo vediamo licenziare camerieri urlandogli in faccia, costringere i suoi commensali a partecipare a un gioco di sua invenzione che li vede impegnati a grufolare in terra come cinghiali, congedare quasi chiunque con un fuck off di efficacia difficilmente replicabile. Dal niente da cui proviene – una povera famiglia scozzese – è riuscito ad avere tutto. I suoi figli, che invece in quel benessere ci sono nati, hanno molto da imparare da lui, chi più chi meno. Io d’altro canto, che più di una volta mi sono lasciata sgridare dalla donna delle pulizie senza fare una piega e non ho una lira, non posso ambire a quel modello neanche da lontano.


Quello che posso fare, in quanto persona povera in balia degli eventi, è essere più possibile consapevole dei miei limiti. Ho rari sprazzi di amor proprio di cui poi vado fierissima e che mi ricordano che dopotutto forse ho la speranza di sopravvivere in questo ostile mondo di cazzipropristi. L’estate scorsa in India sono finita in una comunità di Hare Krishna, e quando sono riuscita a stroncare uno di loro che, dopo aver rintracciato non si sa come la nostra camera d’albergo e averci lasciato un biglietto sulla porta come un serial killer, ci voleva trascinare in un tour del tempio – costringendomi a camminare scalza nel bagnato prima che riuscissi a fare colazione – mi sono sentita Margaret Thatcher. Con fare imperioso e Eye of the Tiger che mi risuonava in testa mi sono diretta verso la mia anelata tazza di caffè senza guardarmi indietro, ma se qualcuno pensa che dopo non abbia comprato il suo libro sulla creazione di Krishna mi sta sopravvalutando.

Di contro temo che con gli anni anche quel poco di tenacia di cui sono fornita finirà per dileguarsi in un fiume di lacrime. Letteralmente. Ormai piango in continuazione, per qualsiasi cosa. Vecchi ingobbiti per strada, video di bambini non udenti che sentono la voce dei genitori per la prima volta, audizioni di X Factor, mio fratello diciottenne che guida la macchina, cani che aspettano davanti ai supermercati, ogni singola puntata di Queer Eye, telegiornali, una folata di vento. Tutto è diventato un attentato alla mia labile emotività. Quando dopo aver visto un fermo immagine di Dumbo truccato da pagliaccio ho passato un’intera mattina in depressione, ho chiamato mia zia Titta, perché sapevo mi avrebbe capito. «L’altro giorno ho aperto un uovo e c’erano due tuorli dentro. Ho pianto mezz’ora», mi ha detto, confermando i miei sospetti. È dunque un problema di famiglia? È una questione di succession? Ereditarietà o meno, tra Pilotti condividiamo un generale senso di sconfitta e in casa di mia nonna c’è una collezione di scatoline porta-pillole che per quanto ornamentale penso sia fortemente rappresentativa della nostra attitudine nei confronti delle sfide della vita. Persino i Pilotti in apparenza indistruttibili non vanno a dormire senza dieci gocce di sonnifero. Persino mio padre, che credo abbia pianto a malapena quando sono nata io, ha un’indole da pippa. Me l’ha rivelato lui stesso, confessando che da bambino ogni volta che passava in tv la pubblicità del bagnoschiuma Vidal, in cui un cavallo bianco galoppava libero in un prato, lui scoppiava a piangere disperato, senza motivo.

Ho cercato quel carosello su YouTube. Ho pianto.

 

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