Cambiare uguale morte

Com’è noto, il Club dei 27 è una lunga lista di persone famose che a ventisette anni avevano già fatto in tempo a fissare il loro nome nella storia e a morire. Io ho ventisette anni e non posso dire quando morirò, ma sono ragionevolmente certa che non sarà per un abuso di sostanze – non sono a mio agio con gli aghi – e sono ancora più sicura che non lascerò tracce significative e degne di Wikipedia nei pochi mesi che mi separano dal ventottesimo compleanno, né negli anni a venire. La mia vita non assomiglia per niente, neanche da lontano, a quella di una rockstar, sembra piuttosto il giorno della marmotta. E per quanto abbia sempre avuto bisogno delle mie abitudini in una certa misura – non sono a mio agio con gli aghi e con l’improvvisazione –, ogni tanto cerco di venire a patti con l’assoluta normalità delle mie giornate e con lo spirito conservativo che mi ha sempre fatto da guida, e non posso fare a meno di provare un po’ di frustrazione. Salva dalla cirrosi, vittima di me stessa.

Non sono mai stata una persona avventurosa, tendo a mettermi comoda e ad aspettare, non si sa bene cosa. La mia storia professionale e quella amorosa entrerebbero senza fatica in un post-it e il mio grido di battaglia è una battuta che Woody Allen pronuncia alla fine di Mariti e mogli: “cambiare uguale morte”. Mi sta bene, sono comunque troppo pigra per una vita piena di colpi di scena. Ho un’amica che si è licenziata dopo ventiquattro ore da uffici diversi e solo a pensarci a me escono le bolle in faccia. Ma di recente mi sono trovata a dover combattere contro il mio istinto di sopravvivenza e ho perso. Ero davanti a un bivio, in una di quelle situazioni in cui tutti ti dicono “buttati” e io riuscivo solo a sentire l’impulso fortissimo di rispondere “buttati te”.

Tra le numerose piaghe del nostro tempo, infatti, ritengo che questa retorica del rischio come unica modalità per gestire qualsiasi tipo di decisione sia una delle più intollerabili. In un mondo di poster motivazionali, didascalie aforistiche sotto foto di tramonti, storie di successo atte a dimostrare che fuori dalla cosiddetta comfort zone c’è tutto un universo meraviglioso pronto ad accogliere gli impavidi, io non posso fare a meno di sentirmi inadeguata. Non ho alcun interesse a “buttarmi”, né metaforicamente né tantomeno da un aereo con un paracadute o da un ponte appesa per i piedi: non escludo che il mio corpo sia fisicamente impossibilitato a secernere adrenalina. La mia comfort zone è ben arredata, ben illuminata e ha l’affitto bloccato, non vedo perché dovrei abbandonarla. Cambiare uguale morte.

Una volta ho chiesto a mia madre perché mi hanno chiamato Giulia e mi ha detto che le piaceva molto il nome e credo che questa sia la risposta più onesta che potessi ottenere. Poi l’ho chiesto a mio padre, da cui ho ereditato la tend il quale ha tirato fuori un dvd di un film del 1977, Giulia di Fred Zinnemann, sostenendo di avermi voluto chiamare così in onore del personaggio interpretato da Vanessa Redgrave (e credo che la risposta fosse altrettanto sincera, dal suo punto di vista, ma forse lui e mia mamma già avevano smesso di parlarsi). Nel film la Redgrave interpreta una giovane studentessa americana a Vienna, allieva di Sigmund Freud e militante antinazista che finirà uccisa per aver aiutato molti ebrei a fuggire dall’Europa del terzo Reich. Un’impavida, irreprensibile eroina. Il che non fa una piega: se per mia madre la risposta era semplice e prosaica (e, con ogni probabilità, corrispondente al vero), per mio padre ero destinata a essere una pasionaria senza macchia e senza paura, che combatte i nazisti e vince l’oscar. Ora mi è chiaro che questa discrepanza, dopo ventisette anni che conosco i miei genitori, è piuttosto tipica (appena fui maggiorenne mia madre mi suggerì di fare la campagna del pomodoro – per i giovani di Parma il più classico dei primi lavori –, mio padre in tutta risposta mi mandò a Parigi un’estate per imparare il francese. Je suis viziata).

Tuttavia non sono sempre stata consapevole delle dinamiche familiari che mi riguardavano, o della loro assenza. Così a un certo punto, chissà quando, ho scelto a quale aspettativa volevo corrispondere e ho scelto male. Ho scelto quella insensatamente alta proiettata con immotivato ottimismo da mio padre. Penso di essermi sempre vista molto attraverso i suoi occhi: una bambina geniale, una ragazza con una marcia in più, una giovane donna con un futuro brillante, una macchina ammazza-nazisti. E posso dire? Stavo benissimo. Non c’è niente di meglio che andare nel mondo sentendosi stocazzo. Ma poi questa specie di crisi di mezza età, insieme al principio di realtà a cui la vita adulta ti costringe, si è insinuata nel mio cervello alterando la mia pomposa serenità e risvegliando una serie di scomode domande: mi sento davvero stocazzo? O ho solo deciso di sentirmi stocazzo? Sarà mica che qualcuno mi ha detto che ero stocazzo e io ho deciso di credergli? Il che mi obbliga a ridimensionare una serie di valutazioni che ho sempre fatto su me stessa. (O che hanno fatto gli altri?). È stato come prendere in faccia tutti i ceffoni che non mi hanno mai dato (nella mia vita ho ricevuto una sola patacca sul sedere e mio padre mi chiamò mezz’ora dopo dalla stazione per chiedermi scusa. Je suis impreparata alla vita).

Ho quindi cominciato a fare una cosa che non mi era mai stata molto congeniale: mi sono messa in discussione. Un’attività sgradevole e vieppiù complicata se la tua vita ha una forma tutto sommato più che soddisfacente e tuo padre continua a essere Lorelai Gilmore.
Eppure sono cresciuta sentendomi dire a destra e a manca che avrei potuto fare tutto, essere tutto. Con parole e modalità diverse, i membri della mia famiglia sembravano comunque unanimi nel considerarmi alla stregua di un piccolo Buddha. A lungo mi sono sentita speciale, ma adesso qualcosa non mi torna più.

Per prima cosa ho realizzato che nessuno si ricorda di me e che non vado forte con le prime impressioni. Molti dei miei più cari amici mi hanno detto, dopo anni dal nostro primo incontro, che mi trovavano insopportabile all’inizio. Persino Francesco, che oggi dichiara di amarmi, mi ha rivelato che nei mesi in cui frequentavamo il master dove ci siamo conosciuti, la mattina prendeva la metropolitana alla stessa mia fermata, ma faceva finta di non vedermi pur di non fare il viaggio insieme a me. Non esattamente quel che si dice un amore a prima vista.
Spesso invece vengo semplicemente dimenticata. Non è raro che anche in seguito a prime interazioni che mi erano sembrate particolarmente brillanti, la persona con cui credevo di avere gettato le basi per una nuova fantastica amicizia, mi si presenta di nuovo alla festa successiva, e io mi trovo a dire “ci siamo già conosciuti”, accontentandomi della piccola soddisfazione di mettere in imbarazzo il mio interlocutore, dal momento che colpirlo alla testa con una bottigliata sarebbe considerato eccessivo. Non sono né bellissima, né bruttissima, e non ho tratti distintivi: occhi castani, capelli castani (lunghi e pari da tutta la vita, cambiare uguale morte), altezza media, nessun tatuaggio, pochissimi nei, tutti piccoli. Se qualcuno dovesse identificare il mio cadavere sfigurato avrebbe un bel daffare.
Quindi mentre vaglio le mie opzioni per rendermi un po’ più memorabile – farmi il tribale di Mike Tyson in faccia o prendere l’abitudine di tirare fuori le tette (piccole, dimenticabili) a un certo punto della serata – non posso fare a meno di sentirmi una persona assolutamente ordinaria. Dopotutto il mio è anche uno dei nomi più diffusi in Italia – il più comune, nell’anno in cui sono nata – e ho passato la vita circondata da Giulie, più o meno speciali di me. Non sono stata unica neanche per cinque minuti.

Nel film di Zinnemann la storia è raccontata dal punto di vista della migliore amica di Giulia, Lillian, che raggiunge Giulia a Vienna, dopo che questa è rimasta ferita durante un attacco nazista all’Università. Giulia viene poi misteriosamente trasferita dall’ospedale dove era stata ricoverata e Lillian la cercherà a lungo, senza successo, prima di tornare in America. Anni dopo, con la seconda guerra mondiale alle porte, Lillian verrà rintracciata di nuovo da Giulia che la incontrerà a Berlino e la coinvolgerà in una missione ad alto rischio. Poco dopo Giulia verrà uccisa. Lillian non potrà portare a termine la missione e cercherà poi di ritrovare la figlia perduta di Giulia, di nuovo senza successo.

Lillian Hellman, interpretata da Jane Fonda e autrice del memoir Pentimento da cui fu tratto il film, venne spesso accusata di essere una mitomane. Il regista stesso prese le distanze da lei negli anni successivi, e la scrittrice Mary McCarthy dichiarò durante un’intervista che ogni parola scritta dalla Hellman era una bugia, incluse “and” e “the”. Fu una drammaturga di successo, la prima donna ad essere ammessa all’American Dramatists Club, amante di Dashiell Hammett e una formidabile bugiarda. Le sue storie facevano acqua da tutte le parti: la sua amicizia con Ernest Hemingway, la relazione con Hammett, il suo impegno politico, ogni sua narrazione costeggiava la realtà senza corrispondervi mai completamente. Lei stessa lo diceva: più grande la bugia meglio è. Ecco qualcuno che non ha bisogno di un tribale in faccia per lasciare il segno.

Quando vidi il film per la prima volta avevo dieci anni e non conoscevo questi retroscena (e poco importa, dopotutto: una storia è una storia, più grande la bugia meglio è). L’ho riguardato in cerca di affinità che potevano essermi sfuggite allora e non ne ho trovate. La Giulia del grande schermo è pure miliardaria, un altro punto per lei. Ma col senno di poi poteva andarmi peggio. Potevano chiamarmi Liliana.

2 pensieri riguardo “Cambiare uguale morte

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...