Il capodanno del pensiero magico

Il primo gennaio 2020 amici e parenti hanno ricevuto dalla sottoscritta un messaggio di auguri che recitava: “2020 anno della svolta”. Come quasi ogni cosa che scrivo stavo ovviamente parlando di me stessa, la svolta che questo anno così simmetrico avrebbe portato, ne ero certa, sarebbe stata la mia. Quale svolta, poi, non si sa. Ma ho da tempo questa speranza sottesa e irrazionale di svegliarmi un giorno ricchissima, felicissima, felicissima perché ricchissima. Quando immagino il mio futuro ho sempre una casa splendida, molti bagni, tutti di marmo, una camera per gli ospiti. Ho la boiserie alle pareti, tappeti persiani grandi come campi da calcio, una cabina armadio con la metratura di un discreto bilocale. In centro naturalmente, mica nella suburra. Una visione che non corrisponde neanche un po’ alla mia attuale condizione né ad alcuna verosimile proiezione di essa. Cionondimeno è così che mi vedo, vestita bene e con tanto tempo libero.

Nei momenti in cui il pensiero magico prende il sopravvento – e il capodanno è per molti il trionfo del pensiero magico: inizio la dieta, mi iscrivo in palestra, smetto di darla a quello lì che tanto la fidanzata non la molla – confido in una svolta provvidenziale, un avvenimento eccezionale di cui ancora non conosco l’entità, che risollevi le mie sorti.
C’è ben poco da risollevare, ad essere sinceri. Sto benone, sul serio! Ma non sono un monaco buddista e purtroppo, come è già stato ampiamente stabilito, ho una natura rosicona e tendo a desiderare cose che non ho. Anni che non ho vissuto, occasioni perse, quel paio di scarpe in saldo che mi stava così bene e che non ho comprato.
Mentre vaneggiavo di possibili svolte, la svolta è arrivata nella vita di molti e non è esattamente quello che auspicavo. Eccomi qui, a 2020 appena iniziato, chiusa in casa da settimane con i pantaloni della tuta infilati dentro ai calzini. In quarantena. Vestita male e con tanto tempo libero.

Non ho l’arroganza di pensare che una pandemia sia un messaggio dell’universo a me diretto che mi esorta a ridimensionare le mie aspettative – non farti castelli, cretina! disse l’universo alla giovane donna millenial –, ma in questo momento in cui la reclusione è la condizione di tutti, non posso fare a meno di trarre un paio di conclusioni.
La situazione è a dir poco surreale. A Milano siamo passati dalla Fashion Week a Walking Dead in un battito di ciglia. Il giorno in cui si dava notizia dei primi contagi in Italia, io passeggiavo vicino a San Babila e intorno a me le persone andavano e venivano da feste e sfilate. Notavo ora un gran numero di guanti bianchi e non ero più certa di cosa si trattasse: un accessorio di moda? Un omaggio a Michael Jackson di cui non ero al corrente? O era il segnale che dovevamo prepararci alla fine del mondo? E poi, dopo un lasso di tempo che faccio già fatica a ricordare – nella percezione distorta del tempo di queste giornate un po’ tutte uguali, che sembrano durare tantissimo e pochissimo – siamo rimasti bloccati. Nelle nostre case, con le persone che ci vivono dentro.

La sera in cui il nord Italia è impazzito e le stazioni sono state prese d’assalto da persone ansiose di tornare a casa dai propri cari prima del blocco totale, a me di tornare a casa a Parma non è passato neanche per l’anticamera del cervello. Anzi mi è balenata l’idea, subito scacciata da un brivido lungo la schiena e da una visione del terrore: io, mia madre, Marco e mio fratello sotto lo stesso tetto senza la possibilità di uscire di casa. Il lettino singolo col materasso duro, la camera condivisa con Andrea come quando eravamo bambini. Una tv per quattro persone, un solo bagno, sempre occupato. Un appartamento in cui è impossibile stare da soli perché mia madre si è premurata di far tirare giù tutti i muri creando un solo grande open space dove ci si sente e ci si vede tutti a tutte le ore (“come Gio Ponti”, diceva mentre faceva grosse croci sulla planimetria, cancellando pareti e privacy in un colpo solo). Piuttosto il coronavirus.

Così mi sono chiusa in casa con Francesco a Milano, chiedendomi chi di noi due avrebbe sbroccato per primo e sperando di non dover vedere il giorno in cui saremo costretti a tagliarci una fetta di culo per sfamarci e sopravvivere.
Per ora fila tutto liscio: siamo entrambi il tipo di persone che non aspettavano altro che una buona scusa per non uscire più di casa. La convivenza è ormai ampiamente rodata, il freezer è pieno, i superalcolici non mancano, ci parliamo il minimo indispensabile e a cena ci raccontiamo la nostra giornata, come se non l’avessimo passata nella stessa stanza. Io mi pettino ancora i capelli, lui si fa ancora la doccia con regolarità e a botte di due film al giorno passiamo il tempo senza troppi patemi.

Certo, la psicosi è dietro l’angolo. Piccoli segnali di mania si fanno già strada nelle nostre giornate: mentre lui produce fogli excel per programmare i pasti della settimana e affina l’arte della pizza fatta in casa, io passo ore a riempire carrelli di negozi online con indumenti vari, dai cappotti ai costumi da bagno, incerta sulla stagione in cui potrò effettivamente tornare a vestirmi. Guardo tutorial di paralumi fai da te perché ho sviluppato un’acuta e immotivata intolleranza per le abat jour della nostra camera. Ordino piante a domicilio sperando che possano sopperire alla mancanza di socialità. Mi fisso su idee prive di fondamento, come il sospetto che da quando non esco di casa le unghie non mi crescano più. Sono come voi, amiche piante? Ho solo bisogno di più luce?

In realtà non ho bisogno di granché. Sono stata figlia unica per gran parte della mia infanzia e sono sopravvissuta a molte estati di noia e solitudine, tutto il tedio che una persona normale prova nell’arco di una vita io l’avevo già esperito e metabolizzato a nove anni. Sono capace di cazzeggiare per giorni, procrastinare per sempre. Sono fisicamente immune alla noia. Da sola, in compagnia: datemi una libreria ben fornita e una connessione internet e sarò l’ultima persona a lasciare questo pianeta.

Non è così per tutti. Alcuni sono soli, altri forse sono intrappolati con persone che non sopportano. Nelle prime quarantotto ore di isolamento l’internet svelava già i disagi di molti: dirette Instagram fioccavano sempre più numerose, appelli a tenere duro e tenerci compagnia, almeno online. Per certi versi è una reazione che a me risulta incomprensibile (cosa facevate prima nei weekend di pioggia? Non avete mai passato le vacanze coi nonni? Non avete mai marinato la scuola senza sapere dove cazzo andare a sfangare la mattina?). Tutti si affannano a pulire le fughe tra le mattonelle, riordinare l’armadio, imparare una nuova lingua, mentre io so già che come al solito non combinerò niente, neanche con tutto il tempo libero del mondo. Non scriverò un romanzo, non leggerò la Recherche, non fabbricherò un paralume, perché la forza della mia pigrizia è da sempre molto superiore a quella della mia ansia.

Tuttavia non posso ignorare il piccolo nocciolo di inquietudine repressa che io stessa sto covando da settimane e che ogni tanto mi sveglia nel cuore della notte. Questo non è un weekend di pioggia. Le strade deserte, il bollettino quotidiano dei morti che aumentano, le storie degli amici che lavorano in ospedale, quelle immagini distopiche delle bare portate via dai militari. Quelli della mia età non avevano mai visto niente di simile. Certo ci ricordiamo tutti dove eravamo l’11 settembre, ma l’avevamo vissuto da lontano, dall’altra parte dell’Oceano, ed eravamo comunque troppo piccoli per interiorizzare intellettualmente l’evento. Stavamo guardando la Melevisione fino a un secondo prima, mica Il Fatto di Enzo Biagi.

Ora per la prima volta sentiamo di essere dentro alla Storia e non facciamo che ripetercelo in videochiamate concitate in cui tutti hanno paura ma non si sa bene di cosa. Con alcuni amici abbiamo aperto un triste giro di scommesse sulle date future: quando faremo la prima cena in casa tutti insieme, quando al ristorante, riusciremo a vedere il concerto di Paul McCartney a giugno, quello di Kendrick Lamar a luglio, andremo in vacanza o suderemo a Milano per tutta l’estate. Fra procrastinatori patologici ci confortiamo a vicenda: fortuna che non ci siamo iscritti in palestra, pensa che spreco. Visto che non conveniva comprare casa? Se ti licenziavi come avevi detto a quest’ora eri senza lavoro, hai fatto bene a restare.

Francamente è la Storia che ci meritiamo, così perfetta e calzante per quello che siamo come generazione che sembra sceneggiata da uno bravo. Non siamo in trincea, non siamo in montagna col fucile a stanare i nazisti. Siamo sul divano di casa, annoiati da noi stessi. Eroici, per modo di dire.
Lo racconteremo ai nostri figli? O nel frattempo il mondo sarà stato flagellato da mille altre calamità che faranno sbiadire questa pandemia nei nostri ricordi? Ne usciremo o questa è una nuova normalità a cui dovremo semplicemente adeguarci? Ricominceranno a crescermi le unghie? «Stai calma e lavati bene le mani, cretina», disse l’universo.

3 pensieri riguardo “Il capodanno del pensiero magico

  1. Questo è bellissimo Giuly. Racconto perfetto. La fine meravigliosa. Io andrei avanti nelle cronache della pandemia. Puoi far del bene a molti. A me soprattutto che rido sempre molto. Un bacio tata. Dopo ci sentiamo.

    Silvia Inviato da iPhone

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  2. Davvero superlativa. Quando scrivi riesci a tenere il lettore sempre incollato ad ogni riga con una lettura scorrevole e mai noiosa. Riesci a far diventare la lettura una droga anche a persone come me che normalmente leggono poco. Complimenti e continua così, hai tutta la mia ammirazione!

  3. Fantastico, riesci a farci ridere su un flusso di inquietudine e farcela vivere, con un sorriso sempre più posticcio e stiracchiato, man mano che si prosegue nella lettura, attraverso gli occhi di una “millenial”, sicuramente privilegiata da una prematura consapevolezza, e da uno sguardo chirurgico, lucido e giustamente ironico su questa società dei “senior”, per usare un eufemismo, facendoci anche un pò vergognare del futuro che vi stiamo lasciando in eredità, come un formaggio tagliato e conservato male, che nessuno si fida più a mangiare..
    Bello leggerti.
    Grazie.

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