La finestra sul divano

Repubblica Milano, Aprile 2020

Il capodanno del pensiero magico 

Il primo gennaio 2020 ho mandato a tutti un messaggio di auguri che recitava: “2020 anno della svolta”. Di che svolta parlassi non si sa, ma ho ventisette anni e come molti della mia generazione vivo nell’attesa perenne che che la mia vita vada a posto come per magia. Poi la svolta è arrivata e non è esattamente quello che auspicavo. A 2020 appena iniziato sono chiusa in casa da settimane con i pantaloni della tuta infilati dentro ai calzini e per quanto non abbia l’arroganza di pensare che una pandemia sia un messaggio dell’universo a me diretto che mi esorta a ridimensionare le mie aspettative – non farti castelli, cretina! disse l’universo alla giovane donna millenial –, in questo momento in cui la reclusione è la condizione di tutti, non posso fare a meno di rivedere le mie priorità.Quelli della mia età non avevano mai visto niente di simile. Certo ci ricordiamo tutti dove eravamo l’11 settembre, ma l’avevamo vissuto da lontano ed eravamo troppo piccoli per interiorizzare intellettualmente l’evento. Stavamo guardando la Melevisione fino a un secondo prima, mica Il Fatto di Enzo Biagi.Ora per la prima volta sentiamo di essere dentro alla Storia e non facciamo che ripetercelo in videochiamate concitate in cui tutti hanno paura ma non si sa bene di cosa. Francamente è la Storia che ci meritiamo, così perfetta e calzante per quello che siamo come generazione che sembra sceneggiata da uno bravo. Non siamo in trincea, non siamo in montagna col fucile a stanare i nazisti. Siamo sul divano di casa, annoiati da noi stessi. Eroici, per modo di dire.Lo racconteremo ai nostri figli? O nel frattempo il mondo sarà stato flagellato da mille altre calamità che faranno sbiadire questa pandemia nei nostri ricordi? Ne usciremo o questa è una nuova normalità a cui dovremo adeguarci? «Stai calma e lavati bene le mani, cretina», disse l’universo.

Il bello della diretta

La dimensione casalinga dovrebbe essere quell’oasi sicura e privata in cui ognuno di noi si prende la libertà di fare schifo senza sottoporsi al giudizio altrui. Purtroppo Instagram ci ha tolto questa libertà costringendoci a scegliere tra due alternative: smettere di fare schifo in casa nostra o rivelare a tutti che facciamo schifo (c’è anche la terza opzione segreta, non avere Instagram, ma ormai neanche Unabomber). Se già in condizioni normali le vite degli altri erano sotto i nostri occhi nei loro aspetti più intimi (bendaggi drenanti, sessioni di fitness, skincare routine dettagliatissime filmate nei cessi di tutto il mondo), l’isolamento forzato non poteva che acuire la smania di condivisione. E infatti in questa quarantena gli scheletri sono usciti dagli armadi fin dai primi giorni, svelando tutta la nostra inadeguatezza. Non sappiamo stare da soli e non sappiamo fare niente. L’altro giorno ho guardato per venti minuti le stories di un influencer da mezzo milione di followers che falliva miseramente nella preparazione di una focaccia, costeggiando il crinale dell’esaurimento nervoso. A seguire, l’ordine cosmico è stato stravolto da una Chiara Ferragni in versione casalinga, che in ciabatte si apprestava a pulire il divano di pelle col Vetril.
Quelli che qualcosina sanno fare lo comunicano ossessivamente e con l’enfasi di chi ha scoperto il vaccino per il Covid: lunghi video di hula hoop acrobatico, sessioni di yoga di cinque ore girate in time-lapse – che va benissimo, ma cosa potrei mai imparare da un allenamento che sembra un film di Charlie Chaplin? –, ricette senza burro, senza lievito, senza vita. Si fa già fatica a ricordare un tempo in cui non c’erano migliaia di dirette Instagram a scandire le nostre giornate. It was the best of times, it was the worst of times

Desideri proibiti

Facebook è convinto che io voglia vedere video di strane tecniche di pittura – che continuano a saltarmi fuori in home page – e non ha tutti i torti. In questi giorni mi trovo spesso ipnotizzata davanti a filmati di opere d’arte (immaginate qui un centinaio di virgolette) create col mocio per i pavimenti e la tempera, o con i pastelli a cera squagliati con l’accendino. Il risultato non è mai qualcosa che vorrei appendere sopra alla testata del letto, quanto piuttosto uno scarabocchio adatto a campeggiare sulle magliette del mercato – tra i lupi che ululano alla luna e i Motorhead – o sui muri di una pizzeria di provincia. Eppure non riesco a smettere di guardarli e mentre li guardo sento montare una strana urgenza, un prurito alle mani, un’inspiegabile bisogno di produrre un “art attack”, per dirla con le parole di uno dei nostri eroi di infanzia, Giovanni Muciaccia. Mi astengo per mancanza di materiali, rallegrandomi di non essermi mai portata a Milano la pistola della colla a caldo che mi teneva compagnia nei lunghi pomeriggi di figlia unica, prima che venissi graziata con un fratello. La psicosi che caratterizza questo periodo si concretizza anche così, nel bisogno di tenersi occupati a tutti i costi, facendo cose che in un normale stato mentale non faremmo mai. Un’amica plurilaureata sta sventando la depressione realizzando una serie di oggetti in pasta di sale intitolata “Desideri proibiti”: un cocktail, una pizza napoletana, un biglietto del cinema, sua nonna. Non sappiamo quando potremo riavere queste cose nella nostra vita, ma di certo non le daremo mai più per scontate. Se ci si sforza molto, un lato positivo in questa situazione forse si può trovare ed è proprio la nuova consapevolezza di essere un po’ tutti uguali, di avere in fondo gli stessi banali bisogni. Magari d’ora in avanti sarà più facile volersi bene.

La legge della natura

Fin dai primi giorni di isolamento si sprecavano già le battute sul numero da record delle nuove nascite che avremmo registrato fra nove mesi. Per quello che può valere la mia capacità di analisi sociologica (spoiler: vale pochissimo) mi permetto di dissentire. Ma da persona che sta affrontando la quarantena in coppia e da amica di altre donne accoppiate e recluse, posso affermare che poche cose sono meno afrodisiache di una pandemia mondiale. Se si aggiunge che nessuno di noi sta andando dall’estetista, che ci nutriamo tutti di paste lievitate e che l’abbigliamento da casa è l’anticoncezionale più potente che ci sia (dopo gli anticoncezionali veri, che comunque sono ancora in vendita in farmacia), mi sento di poter predire piuttosto un considerevole calo demografico. Ogni giorno leggiamo che la natura sta lentamente riprendendo i suoi spazi nelle città del mondo. La bestia più brutta che abbia mai visto, la civetta del Malabar (una specie di incrocio tra una iena, un procione e il demonio) è stata fotografata mentre passeggiava indisturbata per le strade del Kerala, dove non veniva avvistata dal 1990. I cinghiali hanno ora l’occasione di portare a termine il progetto di una vita, la presa della Toscana. Qui a Milano per ora solo lepri e anatre hanno fatto alcune comparsate (aggiungendosi alle consuete nutrie e zanzare fuori stagione). Quindi c’è speranza anche per noi: quando tutto questo sarà passato, la natura avrà reclamato il suo spazio anche sui nostri corpi e chissà che meraviglia quando pallide, grasse e pelose, impossibilitate a fare le vacanze all’estero, ci riverseremo tutte nelle piscine comunali, dove la femmina pelosa non viene avvistata dal 1990. 

Il pollice della morte

Chi l’avrebbe detto che per farmi mettere da parte un po’ di soldi ci volesse una pandemia. È incredibile quanti soldi in meno si spendono quando non si può andare a cena fuori e Amazon blocca le consegne di tutto ciò che non è considerato necessario. Non era scontato, la mia prima reazione alla quarantena è stata cominciare a riempire carrelli di shopping online di qualsiasi cosa, dai cappotti ai costumi da bagno, incerta sulla stagione in cui avremmo potuto effettivamente tornare a vestirci. È risaputo però che la giovane donna contemporanea tende all’acquisto compulsivo solo fino al momento in cui vengono richiesti i numeri della carta di credito, o meglio della prepagata su cui vengono caricati i regali di compleanno dei nonni. A quel punto desiste, ricordandosi il saldo di qualche giorno fa: 18 euro. Così mi sono limitata a un massiccio acquisto di libri, eticamente più accettabile (e altrettanto superfluo, considerato che casa mia è una pila di libri con un po’ di pavimento intorno) e a un ordine di piante a domicilio, che in apparenza ha ancora meno senso. Ma ho le mie ragioni. La prima è che sono una mammola, e quando hanno chiuso i negozi in città mi è venuto da piangere a pensare a una serie di posti che amo a Milano e alle persone che ci lavorano che avrebbero affrontato un periodo faticoso, per usare un eufemismo. Uno di questi posti è un piccolo negozio di piante a Porta Venezia, grazie al quale ho di recente scoperto che non ho il pollice della morte che pensavo (a quanto pare quella cosa del bisogno di luce non è una leggenda metropolitana). La seconda è che ho trovato una gioia inedita nel vedere una nuova foglia nascere o un ramo svettare dal nulla. È qualcosa di rassicurante, che mi ricorda che alla fine serve poco per andare avanti. 

Bene, ma non benissimo

C’è chi sta imparando una nuova lingua, chi finalmente si è letto Guerra e pace, chi ne ha approfittato per scrostare le fughe tra le mattonelle del bagno con la Vaporella, chi si è messo a pulire le zanzariere con lo stuzzicadenti. Alcuni richiamano vecchi compagni di classe, ex fidanzati, quel vicino di casa a cui nel 1998 avevamo prestato un VHS che non ci è più tornato indietro (io ancora mi danno per la cassetta di Spice World, capolavoro dimenticato). Puzzle da miliardi di pezzi, videochiamate a più non posso, corsi online di qualsiasi cosa. Sempre in agguato c’è il temutissimo decluttering, il potere magico del riordino che incombe sulle nostre teste (da qualche parte nel mondo una donna giapponese ci sta giudicando per come teniamo i tupperware in cucina). Come una katana di Damocle, si potrebbe dire. Io purtroppo credo nel potere magico del disordine e non ho mai avuto problemi di iperattività, tra le due il contrario: alzarmi dal letto è sempre stata un’impresa. Finirà questa quarantena e io come al solito non avrò combinato niente, non avrò imparato niente di nuovo. Ho ceduto solo a una cosa, lo yoga, perché al terzo giorno di smart working avevo già la gobba. Ho scelto su Youtube un ciclo di lezioni di un’americana esteticamente gradevole ma parecchio noiosa (infatti il suo cane le dorme accanto come narcotizzato). Neanche a farlo apposta si è rivelato un percorso costituito essenzialmente da pisolini in terra, a volte con tanto di coperta. Inspiro ed espiro molto ed è il massimo dell’attività fisica che posso tollerare. Poi a un certo punto Adriene, sempre sussurrando, dice “prendetevi un attimo per notare come vi sentite”. E allora io guardo fuori, c’è la primavera che sta sbocciando senza di noi e ogni notte mi sveglio alle 4 senza motivo e mi prendo un attimo per notare come sto: bene, ma non benissimo.

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