La serie Emily in Paris fa schifo ma non si riesce a smettere di guardarla

Pubblicato su Domani il 23 ottobre 2020.

A diciotto anni appena compiuti passai l’estate a Parigi a studiare il francese, ma più che altro a mangiare panini allo chèvre. Avevo una stanza spoglia da suora di clausura in un dormitorio studentesco, pochi amici, pochi soldi e il metabolismo velocissimo. Il livello di glamour in generale era molto basso, ma all’epoca Instagram non esisteva e non eravamo obbligati a vivere ogni esperienza secondo parametri di fotogenia. Io di certo ne ero ben lontana. La prima sera in città, non sapendo dove sbattere la testa, cenai con un pacchetto di cracker e una banana e guardai L’odio sul computer. Oh là là! Durante la prima visita al Louvre mi resi conto, all’altezza della Zattera della Medusa,che me ne stavo andando in giro con una striscia di carta igienica attaccata a una scarpa. Quelle élégance! Invece di sorseggiare vini pregiati con gli autoctoni, frequentavo un ragazzo spagnolo che non andava da nessuna parte senza una bottiglia extra-large di Desperados e bazzicavamo insieme locali gay dal distinto odore di sperma. Trés chic!

Le cose vanno in modo molto diverso a Emily Cooper, protagonista di Emily in Paris, la nuova serie di Darren Star (creatore di Sex and the City, Beverly Hills 90210 e Melrose Place) che è abbastanza brutta da farti arrabbiare, ma non abbastanza da farti smettere di guardarla. Continua a leggere su Domani…

Invece di ordinare la cena via app fatevi mandare delle amiche

Pubblicato su Domani il 16 ottobre 2020.

Tra una cosa e l’altra, sono sempre fidanzata. Il che ha i suoi vantaggi – c’è sempre qualcuno che mi porta le casse d’acqua –, ma a volte mi viene il dubbio di essermi persa qualcosa. Tinder, per esempio, non l’ho mai provato. E se da una parte ho la certezza di non essere tagliata per gli appuntamenti al buio, perché ne ho una visione distorta e datata che deriva al cento per cento da C’è posta per te, dall’altra mi dispiace non poter intrattenere le mie amiche con qualche storia del terrore (purtroppo niente è meno interessante di una relazione felice). 

Così quando ho saputo dell’esistenza di un’app di incontri per ragazze che vogliono fare amicizia ho pensato di poter mettere una pezza alle mie lacune senza uscire dal “binario triste e solitario” della monogamia. L’app si chiama Hey! VINA, è nata nel 2015 a San Francisco da un’idea di Olivia June Poole, il cui mantra è «un’amica può cambiarti la vita». 

Che penso sia vero, per certi versi – non c’è una storia d’amore più drammatica e intensa di un’amicizia fra due ragazze –, ma credo anche che l’idea appartenga a una precisa fase della vita, e non necessariamente all’età adulta. 

A un certo punto diventa molto più facile trovare un uomo da portarsi a letto che una donna con cui passare un pomeriggio divertente. Ma Olivia June Poole e le utenti di Hey! VINA non sembrano pensarla così e quindi mi sono detta, vuoi vedere che come al solito non hai capito niente? e mi sono iscritta alla mia prima app di incontri. Continua a leggere su Domani…

Un giorno oseremo sognare una casa con due bagni. Dove abbiamo sbagliato?

Pubblicato su Domani il 10 ottobre 2020.

«Los Angeles è una costellazione di plastica», ha detto Norman Mailer, e non penso si riferisse a Selling Sunset, ma calza comunque a pennello. Selling Sunset è un reality di Netflix che ruota intorno all’Oppenheim Group, un’agenzia immobiliare sulla Sunset strip che tratta case di lusso tra Hollywood e Beverly Hills. I protagonisti sono gli indistinguibili gemelli Oppenheim, Brett e Jason, e sette agenti rifattissime e agguerritissime che galoppano tra cantieri sterrati e proprietà da milioni di dollari su tacchi che mi fanno venire male ai piedi solo a guardarle. 

La serie – dello stesso creatore di The Hills – ha tutto quello che si può desiderare in un programma del genere (che non è molto, a dirla tutta): piscine, piscine idromassaggio, piscine a sfioro, party in piscina, piscine coperte; tette grosse, cani piccoli, viste panoramiche, competizione, matrimoni, divorzi, donne che litigano e fanno pace per finta e parlano di mancanza di rispetto con una frequenza che neanche nel Padrino. Se ogni volta che qualcuno dice “disrespect” bevessi uno shot moriresti di cirrosi entro la terza stagione. 

Ma l’attrazione principale di Selling Sunset, il vero motivo per cui mi ci sono trovata ipnotizzata davanti – per un numero di ore consecutive che non sono disposta a rivelare – è lo stesso per cui ogni tanto a Milano passeggio per via Bianca di Savoia schiumando dalla bocca: pornografia immobiliare. 

Ogni casa sembra la villa di Parasite. Ci sono cucine con due forni, bagni con due docce (ma mai un bidet neanche per sbaglio), una quantità di camere da letto senza alcun senso pratico. Nel primo episodio Brett (o Jason?) porta le ragazze a vedere una proprietà da quaranta milioni, spiegando che i tre pali del telefono che disturbano la vista a trecentosessanta gradi su Los Angeles verranno presto rimossi per quattrocentomila dollari, che è più o meno la cifra che avrò pagato di affitto di case modeste (ma almeno bidet-munite) alla fine della mia vita. Continua a leggere su Domani

Si stava peggio quando si stava meglio

Il 23 maggio saranno tre mesi che vivo in cinquanta metri quadrati, fra l’altro condivisi con un’altra persona, e poteva andarmi molto peggio. Mi ci sono trasferita poco più di un anno fa. Non è una casa qualunque: è la casa che puntavo dal 2011, da quando sono venuta a vivere a Milano. Non l’avevo mai vista, ma della sua esistenza si parlava spesso in famiglia, al punto che “l’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana” era diventato una specie di leggenda metropolitana, un miraggio che sembrava sempre più evanescente mentre gli affitti milanesi, quelli normali, si facevano sempre più inavvicinabili. L’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana è di uno zio che ci viveva negli Anni 80. Gli successe il fratello, a cui successe un amico di famiglia, che giustamente ci piantò le tende per diciassette anni, diventando destinatario di tutte le mie maledizioni. Nella mia testa era come la casa della nonna di Monica in Friends, un bilocale in centro al costo di un box auto in Barona dove avrei potuto passare gli anni migliori della mia vita, invece che devolvere la totalità dei miei stipendi in affitto.

Per sei anni, neanche a farlo apposta, ho abitato a cento metri dall’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana, in una grotta piena di muffa e con la cucina ricavata da quello che con ogni evidenza sarebbe dovuto essere un armadio, sia per le dimensioni (se aprivi il frigo dovevi uscire) che per l’insolita collocazione, proprio accanto al letto. Il muro della camera era condiviso con una chiesa, ma più che altro col campanile della chiesa, le cui campane rintoccavano dalle 7 del mattino alle 10 di sera ogni mezz’ora, con assoli lunghi ed entusiastici un paio di volte al giorno, talmente forti che mi era impossibile sentire i miei stessi pensieri.

Casa, campane

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