Colazione da Spinardi

A Milano ci sono un sacco di cose da fare, o almeno così mi dicono. Io ci vivo dal 2011, ma non essendo mai stata la regina della movida e rifiutandomi da anni di pronunciare la parola “evento” non posso dire di aver saputo sfruttare abbastanza le possibilità che la città mi offriva. Se non fosse per i film in lingua originale che vado a vedere al cinema e la vasta scelta di ristoranti che onestamente apprezzo, potrei vivere nei boschi e sarebbe uguale.
I giovani d’oggi hanno la FOMO (per mia mamma: FOMO sta per “Fear of Missing Out”, paura di perdersi qualcosa). La FOMO io non ce l’ho. Al massimo ho il contrario della FOMO: il terrore di fare più del necessario, di raccogliere le forze per uscire e pentirmene immediatamente. Sono senza ombra di dubbio molte di più le volte in cui ho rimpianto di non essere rimasta a casa a vedermi un film da sola che non le serate di cui ho sentito la mancanza. Quali serate, poi? Ormai non riesco neanche più ad andare allo spettacolo delle 10 senza passare l’ultima mezz’ora del film a pensare con malinconia al mio letto.
Una mia amica che è rimasta a vivere a Parma mi dice sempre che lei a Milano non ci vivrebbe mai perché è una città troppo caotica, ma la verità è che se fai come me, che esco malvolentieri dalla seconda circonvallazione, è poco più di un paesone. Sicuramente qualcosa ho sbagliato. Avrei potuto essere giovane in un modo diverso, andare a ballare, esplorare i quartieri, conoscere amici di amici di amici invece che chiudermi in casa a ogni Fashion Week e Fuori Salone. Come se non bastasse ho scelto di lavorare nell’editoria libraria, settore tristemente noto per le sue scarse performance nell’organizzazione di feste: l’alcol è poco e finisce presto e gli avventori sono in gran parte ultra-quarantenni che da giovani, mentre gli altri si drogavano e si divertivano, stavano a casa a leggere romanzi russi. Vivono ora questa seconda adolescenza che con ogni evidenza non sanno reggere. Non è una bella scena.
Insomma quando i miei figli mi chiederanno com’era essere giovani a Milano in questi anni dirò loro che era come essere vecchi. Prendevamo il tram, andavamo a letto presto, ci trovavamo a cena fra amici nelle nostre piccole case piene di libri. E io andavo dal ferramenta.

Ah, il ferramenta. Se c’è una cosa che amo di Milano sono le botteghe storiche. E se c’è una bottega storica che amo più delle altre è il ferramenta Spinardi. Spinardi esiste in Corso di Porta Romana 74 dal 1907 e da allora è stato tramandato nella famiglia Spinardi di generazione in generazione fino a oggi. Dalla strada si presenta con due grandi vetrine che lasciano immaginare, ma solo fino a un certo punto, la vastità di soluzioni che i meravigliosi, efficienti, esperti Spinardi potranno fornirti. Dentro infatti, oltre un corridoio tappezzato di maniglie, citofoni, bastoni per le tende, chiavi e serrature per tutti i gusti, pomi d’ottone e manici di scopa, si estende un magazzino di dimensioni non prevedibili, le cui proporzioni sembrano superare di molto la capacità del palazzo che lo contiene. Una specie di Stanza delle Necessità di Harry Potter, se la tua necessità è avere tutto. È più che un semplice negozio: Spinardi vende possibilità.
Come accade con le cose belle della vita, ho scoperto questo luogo mistico per caso. Mi ero appena trasferita lì di fronte e il giorno del trasloco, mentre Marco, il mio patrigno, montava tavoli e librerie con l’efficienza che lo contraddistingue, mia madre vagava per casa evidenziando problemi secondari: un brutto diffusore della doccia, brutte mascherine delle prese di corrente. Questa pratica dell’architetto Settimj – mia mamma – è leggendaria: molti narrano ancora di come durante il nostro primo trasloco a Parma passò alcune ore a scegliere la collocazione perfetta delle sue forme pure (un cubo, una sfera e un cilindro di marmo) e sono personalmente testimone della sofisticata disposizione delle spezie in vasetti magnetici che la impegnò per mezza giornata quando ci trasferimmo per l’ultima volta nel 2013, mentre io e Marco montavamo mobili e svuotavamo scatole con l’inesorabilità dei muli.
Ad ogni modo, quando Marco ha dichiarato che mancava una vite all’appello (forse mentendo, solo per allontanare l’architetto dall’appartamento) io e mia madre siamo entrate da Spinardi, senza immaginare che ne saremmo uscite cambiate. Solo quel pomeriggio ci saremo tornate almeno tre volte con missioni assolutamente pretestuose. Da allora ogni volta che ho un’esigenza – qualsiasi esigenza, anche medica – entro da Spinardi e trovo una soluzione. Compro nastri isolanti, lampadine, anti-tarli che non mi servono. Faccio copie di chiavi per tutti i membri della famiglia. A volte mi limito a passeggiare davanti alle vetrine mangiando una brioche come una Holly Golightly appassionata di bulloni.

Si dice che il trasloco, dopo il lutto e il divorzio, sia tra le esperienze più stressanti della vita. Non lo è se il tuo dirimpettaio è Spinardi. Il giorno in cui mi hanno consegnato la lavatrice, niente è andato come doveva andare e alla fine della distruttiva visita dei trasportatori, durata circa ventisei nefasti secondi, avevo una lavatrice in soggiorno invece che in bagno, un graffio sul parquet che prima non c’era e un cavo elettrico tagliato a mani nude dal trasportatore – forse suicida – aveva fatto saltare la corrente in casa. Prima che potessi dire “denuncia” – e mentre calcolavo con mani tremanti quanto mi sarebbe costato rifare l’impianto che senza dubbio mi avevano appena fulminato – scemo e più scemo erano già rimontati sul camion parcheggiato in seconda fila e sgommavano via più veloci del vento. Isterica, con le lacrime agli occhi, sono entrata da Spinardi urlando “Qualcuno mi aiuti!” e invece che chiamare la polizia il signor Spinardi mi ha accolto con un sorriso e ha convocato il signor Vito, l’elettricista tuttofare che chiunque vorrebbe avere nella propria vita. Il signor Vito mi ha seguito senza scomporsi. Mentre io vaneggiavo di impianti elettrici da rifare, lui mi ripeteva che sarebbe andato tutto bene. Non si è alterato neanche quando ha realizzato che non avevo la più pallida idea che esistesse un quadro elettrico nelle cantine. Non sapevo neanche di avere una cantina. Dopo aver individuato il mio contatore fra un miliardo di contatori uguali (ripristinando la corrente semplicemente premendo un pulsante) il signor Vito è tornato di sopra, mi ha agganciato la lavatrice, ha appeso due quadri, ha creato una presa elettrica dal nulla e mi ha intrattenuto con alcuni trucchi di magia francamente sorprendenti. Ultimo di tredici figli, negli Anni 50 sua madre lo portò a Milano da Bitonto in una scatola da scarpe, mi ha raccontato. La madre oggi ha più di cinquantamila visualizzazioni su YouTube, grazie a un video in cui insegna a fare la focaccia pugliese. Ero certa di amarlo e quando stavo ormai per chiedergli se voleva trasferirsi lì con me e Francesco, se n’è andato. Il signor Vito non appartiene a nessuno.

Penso che quella del ferramenta sia la stessa patologia che mi spinge a guardare quei programmi in cui mostrano il processo di produzione degli oggetti – matite, mollette, monete, orsetti gommosi –, la stessa che illumina gli occhi di nonno Pilotti quando ha occasione di usare il silicone su qualcosa di rotto. È un gusto perverso per l’ordine razionale, il piacere sensuale di vedere le cose andare al loro posto. Un piacere inedito per quanto riguarda qualsiasi altro aspetto della mia vita.
Sicuramente mi sono persa qualcosa, in questi anni, un po’ di FOMO me la sarei dovuta far venire. Mi sarò persa qualcosa mentre stavo dentro a Spinardi a guardare le brugole e mi sarò persa qualcosa in questi due giorni, mentre ne scrivevo. Chissà cosa mi sono persa mentre guardavo miliardi di serie tv o mentre mangiavo la pizza nel solito posto con i soliti amici. So per certo che mi sono persa qualcosa a nord di Loreto, ma non ho ancora capito cosa.
Ma non è forse una delle poche gioie dell’età adulta, non fare cose che non si ha voglia di fare, con persone che non si ha voglia di vedere? Non è forse un mio diritto mangiare un piatto senza un cazzo di avocado dentro?
Aspetto con trepidazione i trent’anni e poi i quaranta, nella speranza che a un certo punto troverò un equilibrio tra lo stile di vita che ho e quello che penso dovrei avere e non dovrò più far finta di capire Myss Keta. Per ora ho ancora molte cose da aggiustare, ma verrà il giorno che tutti quei cacciaviti – e la pinza pappagallo che ho comprato solo per il nome – non mi serviranno più.

Hare Logan

Quando divido qualcosa in due tengo sempre per me la parte più piccola e do all’altro quella più grande e credo che questa sia la mia qualità migliore e il mio peggior difetto. Soprattutto, come è facile immaginare, è un’attitudine poco fruttuosa nella vita di tutti i giorni e se almeno in apparenza si potrebbe pensare che faccia di me una bella persona credo che alla lunga sortirà l’effetto opposto, mi trasformerà in un ammasso di bile e risentimento.

Questa consapevolezza è resa ancora meno digeribile dalla mia profonda attrazione per i pezzi di merda. Non parlo del mio rapporto con gli uomini, in quel senso mi sono sempre piaciute solo persone per bene (grazie babbo!). Ma per altri versi nutro una malsana ammirazione per individui che rasentano o superano il crinale della spregevolezza. Che i cattivi e i matti siano più interessanti dei puri di spirito non è certo una notizia fresca. Rossella e Melania. Loki e Thor. Caino e Abele (in ordine di iconicità decrescente). Sappiamo tutti con chi preferiremmo andare a cena. Una persona che abbia fatto mezza lezione di psicologia o abbia anche solo letto un aforisma di Jung in un cesso dell’università vi spiegherebbe che siamo tutti attratti dal male e perché. Ma quella persona non sono io.

Dal mio personale, autoreferenziale e anti-scientifico punto di vista la questione è molto semplice e ha a che fare, come spesso accade, col voler essere qualcosa fuori da me. Non mando indietro i piatti sbagliati, sottoscrivo abbonamenti che non voglio per la strada, anticipo soldi per i regali di gruppo, compro tutti i libri su Nelson Mandela, lascio mance non necessarie. Passo intere giornate a pensare a rispostacce che avrei potuto dare e non ho dato. Nella mia immaginazione ho sempre la battuta pronta, qualcosa di sagace e sferzante con cui mettere tutti al proprio posto. Nella realtà chiedo scusa in media quarantasette volte al giorno.
Di nuovo, questo non fa di me una bella persona, quanto piuttosto una donna di ventisette anni consumata dal bisogno adolescenziale di piacere a tutti e non scontentare nessuno mai. E mentre io sono lì che mi preoccupo di cosa penserà di me l’operatore di call center a cui ho riattaccato il telefono in faccia, le persone normali dotate del minimo sindacale di pelo sullo stomaco occupano impunemente il loro posto nel mondo.

La mia fissa più recente è stata Succession, una serie tv su una famiglia potentissima che assomiglia parecchio a quella dei Murdoch: un vecchio padre a capo di un impero mediatico, quattro figli più o meno cretini, diversamente inadeguati a prendere il suo posto. Una quantità oscena di soldi, elicotteri che atterrano su barche, case a New York che per chi come me ha sempre vissuto in appartamenti in affitto con un bagno solo equivalgono alla pornografia. Ogni membro della famiglia Roy è una brutta persona a modo suo e per il principio di cui sopra sono tutti irresistibili. A un certo punto Logan, il capofamiglia (che è brutta persona irresistibile più di tutti gli altri messi insieme), compatendo uno dei figli che è sempre lì lì per farcela e poi non ce la fa mai, gli dice che per avere successo nella vita bisogna essere un killer, uno che non guarda in faccia nessuno. Di certo Logan Roy è uno che ha imparato a farsi valere. Nel corso delle due stagioni lo vediamo licenziare camerieri urlandogli in faccia, costringere i suoi commensali a partecipare a un gioco di sua invenzione che li vede impegnati a grufolare in terra come cinghiali, congedare quasi chiunque con un fuck off di efficacia difficilmente replicabile. Dal niente da cui proviene – una povera famiglia scozzese – è riuscito ad avere tutto. I suoi figli, che invece in quel benessere ci sono nati, hanno molto da imparare da lui, chi più chi meno. Io d’altro canto, che più di una volta mi sono lasciata sgridare dalla donna delle pulizie senza fare una piega e non ho una lira, non posso ambire a quel modello neanche da lontano.


Quello che posso fare, in quanto persona povera in balia degli eventi, è essere più possibile consapevole dei miei limiti. Ho rari sprazzi di amor proprio di cui poi vado fierissima e che mi ricordano che dopotutto forse ho la speranza di sopravvivere in questo ostile mondo di cazzipropristi. L’estate scorsa in India sono finita in una comunità di Hare Krishna, e quando sono riuscita a stroncare uno di loro che, dopo aver rintracciato non si sa come la nostra camera d’albergo e averci lasciato un biglietto sulla porta come un serial killer, ci voleva trascinare in un tour del tempio – costringendomi a camminare scalza nel bagnato prima che riuscissi a fare colazione – mi sono sentita Margaret Thatcher. Con fare imperioso e Eye of the Tiger che mi risuonava in testa mi sono diretta verso la mia anelata tazza di caffè senza guardarmi indietro, ma se qualcuno pensa che dopo non abbia comprato il suo libro sulla creazione di Krishna mi sta sopravvalutando.

Di contro temo che con gli anni anche quel poco di tenacia di cui sono fornita finirà per dileguarsi in un fiume di lacrime. Letteralmente. Ormai piango in continuazione, per qualsiasi cosa. Vecchi ingobbiti per strada, video di bambini non udenti che sentono la voce dei genitori per la prima volta, audizioni di X Factor, mio fratello diciottenne che guida la macchina, cani che aspettano davanti ai supermercati, ogni singola puntata di Queer Eye, telegiornali, una folata di vento. Tutto è diventato un attentato alla mia labile emotività. Quando dopo aver visto un fermo immagine di Dumbo truccato da pagliaccio ho passato un’intera mattina in depressione, ho chiamato mia zia Titta, perché sapevo mi avrebbe capito. «L’altro giorno ho aperto un uovo e c’erano due tuorli dentro. Ho pianto mezz’ora», mi ha detto, confermando i miei sospetti. È dunque un problema di famiglia? È una questione di succession? Ereditarietà o meno, tra Pilotti condividiamo un generale senso di sconfitta e in casa di mia nonna c’è una collezione di scatoline porta-pillole che per quanto ornamentale penso sia fortemente rappresentativa della nostra attitudine nei confronti delle sfide della vita. Persino i Pilotti in apparenza indistruttibili non vanno a dormire senza dieci gocce di sonnifero. Persino mio padre, che credo abbia pianto a malapena quando sono nata io, ha un’indole da pippa. Me l’ha rivelato lui stesso, confessando che da bambino ogni volta che passava in tv la pubblicità del bagnoschiuma Vidal, in cui un cavallo bianco galoppava libero in un prato, lui scoppiava a piangere disperato, senza motivo.

Ho cercato quel carosello su YouTube. Ho pianto.

 

Finché Mario non ci separi

Uno degli aspetti che sto imparando ad apprezzare dell’età adulta – o qualsiasi cosa sia questa fase della vita in cui il mio unico asset è un abbonamento a Spotify Premium – è che provo sempre meno vergogna. Ansie sociali, segreti inconfessabili, lacune insormontabili stanno lentamente scendendo nella mia scala di priorità, il che non è un bene perché sono convinta che il pudore sia uno strumento molto utile, mentre la spontaneità è ampiamente sopravvalutata. Ciò detto mi è molto facile constatare i benefici dell’essere sempre più onesta, con me stessa e con gli altri, e del liberarmi un pezzetto alla volta del palo in culo che mi affligge da ventisette anni. Potrebbe sembrare che sto cercando di formulare qualcosa di profondo (o forse no, visto che ho appena scritto “palo in culo”), ma tutto questo preambolo in realtà era per ammettere che non mi perdo una puntata di Matrimonio a prima vista e forse dovrei vergognarmene, ma non lo faccio.

Matrimonio a prima vista è un format televisivo danese, esportato con successo in America, UK, Australia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e, nel 2016, in Italia, dove si è appena conclusa la quarta stagione su Real Time. Il titolo è abbastanza esplicativo, ma per capirci funziona così: una sessuologa, un sociologo e uno psicologo selezionano sei candidati tra un’ampia scelta di casi umani, e le tre coppie eterosessuali da loro abbinate (in base a “criteri scientifici”, un concetto che ripetono così spesso e con una tale insistenza che diventa impossibile credergli) si conosceranno il giorno del loro matrimonio, direttamente al cospetto dell’officiante civile che li sposerà davanti alle telecamere e ad amici e parenti imbarazzati. Le coppie avranno poi cinque settimane di vita coniugale accelerata (viaggio di nozze, pranzi coi genitori, convivenza) al termine delle quali potranno decidere se rimanere sposati o divorziare a spese della produzione. È, con ogni evidenza, la ricetta di un disastro. Non aiuta che alla fine della puntata parta una pubblicità di Gleeden, l’app per incontri extraconiugali.

Come se l’idea di base non contenesse già una garanzia di fallimento, bisogna aggiungere che gli “esperti” trasmettono la stessa professionalità dei tre amigos di John Landis: Nada la sessuologa viene sempre evocata così, senza cognome, come Cher o Rihanna (note psicoterapeute). È evidente che odia le donne, che a sua discolpa però non ne escono mai benissimo; il sociologo Mario Abis, che ci mostrano sempre spettinato nella speranza di attribuirgli un’aura di autorevolezza, proferisce solo solenni ovvietà, spesso in ritardo sulla conversazione, immagino perché troppo preso a calcolare a mente le rate del mutuo che riesce a coprire con questo programma. Ha sempre l’aspetto di uno che si è appena svegliato da una pennica postprandiale andata un po’ per le lunghe ed è senza dubbio il mio preferito; il terzo è un intercambiabile psicologo omosessuale toscano in dolcevita. In altre versioni del format c’era anche un consulente spirituale e il fatto che in Italia non abbiano colto l’occasione per metterci un prete di mezzo mi conferma quello che già sapevo, cioè che Real Time è il canale più progressista che ci sia.
Più di ogni altra cosa i tre amigos sembrano avere la capacità di formare abbinamenti tra persone che non solo non si innamoreranno, ma si odieranno in modo viscerale, basti dire che quest’anno hanno messo insieme un tifoso della Lazio con una della Roma. Onestamente credo che se pescassero i nomi a caso da un cappello ci sarebbero più possibilità di successo («tiri fuori il lato peggiore di me» diceva Federica a Fulvio verso la fine, mentre lui si sfilava la fede nuziale e la mollava alla reception di un hotel, dopo quattro settimane che devono essergli sembrate anni). Eppure, nonostante i risultati non siano certo incoraggianti – delle dodici coppie delle quattro stagioni italiane finora solo due sono ancora sposate –, c’è sempre qualcuno che spera di poter trovare l’amore così. In effetti, tutto considerato, non è forse un modo come un altro?

Non ho esperienza diretta di dating, nell’ultima decade sono stata single circa cinque minuti. L’unica volta che sono tornata a casa con uno contemplando l’idea di un’avventura di una notte, è finita che anni dopo, mentre scrivo, quello è di là che guarda la Champions League su un divano che abbiamo scelto insieme. Non lo faccio apposta, credo di non volermi neanche sposare, ma a quanto pare sono programmata per la vita di coppia. Entrerò nel merito di questa malattia un’altra volta, ma era per dire che non so cosa significhi essere soli e desiderare di non esserlo. Al massimo posso esprimermi sul contrario. Di amiche single però ne ho diverse – quasi tutte, a dire il vero – e seppure nessuna di loro sia ancora andata in tv a sposare uno sconosciuto, ogni tanto fanno delle cose che poco ci manca. Tinder, per esempio. Premettendo che io sarei la peggiore utente di dating app mai esistita perché odio tutti e mi annoio facilmente – sarò pure programmata per la vita di coppia, ma è anche vero che mi sono piaciuti solo due uomini in dieci anni –, non mi sembra che a loro, armate invece di buona volontà, stia andando tanto meglio. Una di loro di recente è uscita con un tipo che sembrava normale e invece alla fine del primo appuntamento lui l’ha mollata al ristorante dicendole che cercava una donna con più spirito materno, una buona madre per i suoi futuri figli. Il che mi porta a considerare un altro fatto: tutti i miei amici maschi sono fidanzati. Ce l’abbiamo fatta, dunque? Abbiamo desiderato così a lungo la parità dei sessi che l’abbiamo raggiunta e persino superata, fino a invertire lo stereotipo? Abbiamo compiuto tutto il giro della morte? Perché se ci penso, almeno da questo punto di vista, ho l’impressione che sia proprio così: gran parte delle ragazze che conosco vogliono scopare, i ragazzi sono a caccia di spiriti materni.
Considerando poi che ci si imbatte regolarmente in studi più o meno attendibili che decretano che i giovani oggi non fanno più sesso e sappiamo per certo che nessuno di noi si sposa più né tantomeno fa figli, un programma come Matrimonio a prima vista prende di certo tutta un’altra forma, che va oltre l’intrattenimento (grandissimo, sublime) che fornisce. La forma che prende è quella della disperazione e di una generazione talmente pigra e incapace di comunicare che l’ipotesi di affidarsi a tre psicologi cialtroni e a una cricca di sadici autori televisivi piuttosto che al proprio senso di direzione sembra, come per magia, una buona idea. O almeno un’idea fra le tante.

A questo punto di solito qualcuno tira fuori la bassissima percentuale di divorzi tra i matrimoni combinati indiani, un dato interessante quanto, a mio parere, irrilevante. È vero che il matrimonio romantico è un’invenzione ottocentesca – solo le cameriere si innamorano, diceva il noto cuore di panna Gianni Agnelli – e ha un suo senso che una dinamica invece consolidata nei secoli, la stipula di un contratto e il rispetto del medesimo, abbia una più alta probabilità di successo. È altrettanto vero però che ogni anno più di ventimila casalinghe indiane si suicidano, quindi dipende tutto dal significato che diamo alla parola “successo”.
La seconda osservazione da prendere con le pinze, che i concorrenti di Matrimonio a prima vista invece ripetono come un mantra, è che un tempo ci si sposava praticamente senza conoscersi, ma l’attitudine alla vita matrimoniale era molto più seria. I nonni di tutti sono rimasti insieme per più di mezzo secolo. Ma quanti di questi dormono al fianco di una persona che intimamente detestano? Quanti sono omosessuali repressi che hanno preso moglie perché era l’unica opzione? Quanti avrebbero divorziato se avessero potuto farlo prima del 1970? Quanti tradivano? Tra avere troppa scelta e non averne nessuna io propendo sempre per la prima. Sarà per questo che dopotutto morirò sola circondata da gatti di polvere. Ed è qui anche la falla del programma, che mette in gioco sei persone convinte di poter trovare la felicità, “la scintilla” (ripetono sempre le ragazze, sorprese nel non provare niente per uno di cui non conoscono neanche il cognome), in una scelta obbligata. Chiedete a un bambino se gli piacciono i broccoli.

Va comunque detto che i dating shows non sono un fenomeno recente. Il primo, The Dating Game, risale addirittura al 1965. The Bachelor, sempre in America, va in onda da ventitré stagioni (non sono ancora abbastanza uno spirito libero per rivelare quante ne ho viste io), e attrae – come la merda le mosche, è il caso di dirlo – un pubblico variegato di milioni di spettatori, dalla casalinga del Midwest a Sean Penn.
The Bachelor è una specie di Uomini & Donne, ma meno pezzente, almeno in apparenza: un uomo viene corteggiato da una vagonata di femmine (c’è anche la versione femminile The Bachelorette in cui una donna viene corteggiata da una vagonata di maschi, il mio peggiore incubo) ed eliminandole una alla volta, settimana dopo settimana, sceglierà l’anima gemella. In ogni puntata ci sono delle uscite, “esterne” le chiamerebbe Maria. La produzione li sbatte su elicotteri, quad, catamarani, li fanno paracadutare dagli aerei, li mandano a nuotare coi delfini e a camminare sui carboni ardenti, li portano in Irlanda, in Argentina, in Indonesia e a qualsiasi latitudine aizzano le concorrenti l’una contro l’altra per buttare benzina sul fuoco del drama, senza il quale il programma non esisterebbe. Gli uomini sono tutti manzi mono-neuronici, le donne sono tutte infermiere dai capelli lunghi (ce n’è stata una coi capelli corti paio d’anni fa, ne parlavano come fosse una temibile iconoclasta), e anche loro con i neuroni insomma.

Troppo facile però innamorarsi su una spiaggia caraibica mentre ti servono secchi di caipirinha. Tutto un altro paio di braghe è ritrovarsi a Terni, a casa dell’uomo poco attraente a cui ti sei controvoglia unita in matrimonio, a valutare se trasferirti per sempre nel suo appartamento arredato malissimo, come succede invece a Matrimonio a prima vista. Credo che l’attrazione morbosa che provo per il programma derivi in parte anche da questo: quelle case con gli stencil di farfalle alle pareti, le tovaglie di plastica, i muri di colori sbagliati, le scritte motivazionali sulle mensole – neanche un libro nel raggio di chilometri – mi offrono uno squarcio su un mondo parallelo e tenerissimo, molto più rilassante di quello in cui vivo io. L’altra sera a una cena tra amici abbiamo deciso di stilare la lista dei cinque film che ognuno di noi si porterebbe su un’isola deserta e uno, senza alcuna supponenza, ha messo in cinquina Il settimo sigillo. Non voleva fare il fenomeno, era davvero uno dei suoi film preferiti e in caso di naufragio sceglierebbe di guardarlo a oltranza, fino a morire di disidratazione. “Che gente frequento?”, ho pensato io, mentre mi interrogavo sulla mia bolla, tanto rassicurante quanto intollerabile. Noi pezzenti con gli abbonamenti al New Yorker, gli altri con le tovaglie di plastica e le case di proprietà. Noi con il palo nel culo, loro spiriti liberi.

L’amica venale

Ho una nota sul telefono che si chiama “idee”, un titolo più che generoso considerato che quello che contiene non solo non sono idee, ma spesso e volentieri sono a malapena parole: “snooze”, “peronospera”, “ricchi vs l’ikea” sono solo alcuni degli appunti che di tanto in tanto cerco di decifrare, nella speranza di riuscire a rintracciare quantomeno il pensiero ubriaco – o quel lampo idiota mascherato da illuminazione brillante che colpisce mentre ti stai addormentando – che mi ha fatto dire “mo’ me lo segno”.
L’altro giorno, scorrendo la lista, mi è caduto l’occhio su “villaggi Potëmkin”, i villaggi di cartapesta che secondo la leggenda il governatore della Russia meridionale Grigory Aleksandrovich Potëmkin fece costruire nel 1787 per nascondere le condizioni di degrado del paese all’imperatrice Caterina II, in vista del suo viaggio in Crimea. Come al solito non mi ricordavo a cosa stessi pensando quando l’ho scritto, ma se c’è una cosa che ho imparato da quell’elenco è che c’è una buona possibilità che qualsiasi voce, anche la più insospettabile, si leghi in modo del tutto autoreferenziale a un aspetto della mia personalità. Città russe devastate rese presentabili da una fuorviante facciata di cartone? Ma sono io!
Per quanto la tentazione di spiattellare le mie idiosincrasie sia sempre fortissima – con questa storia di Potëmkin un racconto sull’accumulo seriale e il sacchetto di sacchetti che ha quasi messo fine alla mia relazione praticamente si scriverebbe da solo – c’è in realtà una vicenda più rocambolesca con una protagonista molto più interessante di me che mi permette di ricorrere a questo aneddoto.

Ho iniziato a seguire Caroline Calloway nel 2015. Avevo letto di questa ragazza americana mia coetanea che studiava storia dell’arte a Cambridge e faceva una vita da favola tra castelli, balli e fidanzati svedesi altolocati. Era diventata famosa su un nuovo social network in crescita, un certo Instagram, che io all’epoca non usavo perché avevo un Blackberry che faceva delle foto di merda. Quello che mi interessava della Calloway era la sua capacità di accompagnare alle immagini patinate – colori pastello, prati fioriti, ghirlande di luci – le storie delle sue avventure in didascalie nettamente più lunghe e narrative della media, una forma che lei dichiara di aver inventato e che fin dagli inizi aveva un discreto successo: una fanbase di centinaia di migliaia di followers. Io avevo già scoperto che mi piaceva scrivere di me, ma faticavo a individuare un modo per far leggere le mie cose a qualcuno che non fosse mia madre (sono passati quattro anni, lavoro in un’agenzia letteraria, ma ci sto ancora riflettendo). Intanto la Calloway firmava un contratto da quasi quattrocentomila dollari con una casa editrice americana per un memoir basato sui suoi post.

Negli anni successivi la perdo di vista per un po’, ma con il decesso del Blackberry e l’arrivo di un iPhone entro ufficialmente nel terzo millennio e faccio il mio debutto su Instagram. Mi torna in mente lei, la ragazza che – pelliccia addosso, orchidee in testa – stava facendo una vita sfavillante e realizzando sogni che erano anche i miei. La ritrovo e scopro tuttavia che il libro non l’ha mai scritto e che accusa la casa editrice di averle imposto una storia che non le appartiene, troppo incentrata sui maschi della sua vita e non abbastanza sullo spirito libero e la donna complessa che dice di essere. All’editore deve un sacco di soldi, ma non le importa perché è fiera di non aver messo la sua arte al servizio del patriarcato (parola che abbonda sul suo profilo). La sua storia d’amore con lo svedese è finita, è tornata a vivere a New York e nonostante il suo appartamento nell’Upper West Side sembri un sogno millenial uscito da un catalogo di Urban Outfitters – piante ovunque, pelli di pecora, polaroid incastrate nelle cornici degli specchi, prodotti di Glossier sparsi per terra –, il suo personaggio comincia a cambiare e Caroline decide gradualmente di svelare le sue zone d’ombra (o presunte tali). Tra le altre cose rivela di soffrire di depressione e di essere stata a lungo dipendente dall’Adderall (un farmaco metanfetaminico usato per curare il deficit d’attenzione) a cui imputa in parte la sua incapacità di scrivere il libro che aveva venduto. Ricomincio a seguirla e mi appassiono a questa nuova fase della sua vita, con un misto di interesse morboso da incidente stradale e la pura speranza di vederla rinascere dalle proprie ceneri.

Nell’ultimo anno i momenti da incidente stradale hanno prevalso su quelli da fenice: di lei si è tornato a parlare (almeno in America) a gennaio 2019, dopo che un thread di twitter virale aveva portato all’attenzione dei media il suo workshop di creatività, cui i fan potevano iscriversi pagando 165 dollari per farsi insegnare non si sa bene cosa e che stava avendo più di un problema di organizzazione. Presto si parlava di lei come di una truffatrice, il suo nome veniva associato a quello di Anna Delvey, la finta ereditiera russa indebitata per centinaia di migliaia di dollari, e a quello di Billy McFarland, l’organizzatore del famigerato Fyre Festival, e chi la seguiva aveva la netta sensazione che fosse iniziata una spirale discendente. Ma la Calloway non si arrende: cancella le successive date del workshop, ironizza sulla vicenda e riprende a documentare le sue giornate in modo sempre più massiccio. Visite dallo psicologo, cene con gli amici, allenamenti in palestra, pianti disperati, unghie rotte. Everything is copy, avrebbe detto Nora Ephron.
In seguito – dopo il fallimento del workshop ed essendo l’unica influencer al mondo che sembra non avere interesse per alcun tipo di sponsorizzazione – trova un altro modo di monetizzare: dipinti di tette stilizzate (il periodo delle “tittays”) e copie dei nudi blu di Matisse riprodotte in serie da lei con carte colorate (fase tuttora in corso). Lei la chiama arte senza alcuna ironia. Io sospendo il mio giudizio sul valore artistico delle sue creazioni e decido che finché la gente è disposta a pagare 160 dollari per un Matisse realizzato da un’influencer lei è un genio e io non ho capito un cazzo di niente.
Sono ormai pazza di lei, guardo le sue stories ogni giorno in modo ossessivo, ne parlo con tutti e a questo punto, pur non condividendo niente di quello che dice o fa, tifo per Caroline.

Poi la settimana scorsa la mia eroina inizia a paventare l’uscita di un articolo su The Cut, un pezzo scritto da un’amica non più amica che dice di aver ferito molto. Si prefigura che parlerà del fatto che questa Natalie fosse co-autrice del suo successo su Instagram e co-autrice del libro che avrebbe dovuto scrivere. Mette le mani avanti e per diversi giorni non parla d’altro, alimentando consapevolmente l’hype intorno a quella che prometteva di essere un’altra sonora legnata mediatica.
Il pezzo di Natalie Beach esce ed è tutto ciò che ho sempre sognato. È un romanzo. È un misto tra Il grande Gatsby e Gossip Girl. È L’amica geniale, ma a New York con gente ricca (“gente ricca a New York” è il mio genere letterario preferito): Caroline è quella bella, carismatica, piena di soldi, che irretisce gli uomini senza sforzo apparente; Natalie la vergine cessa e povera, ma talentuosa, succube della ragazza che lei non sarà mai. Una sembra sapere esattamente come trovarsi nel posto giusto al momento giusto e avere sempre la cosa giusta da dire, l’altra ha le pulci nel materasso, un coinquilino che non paga l’affitto e un coniglio morto in casa.
Soprattutto viene rivelato che il successo della Calloway è stato fabbricato a quattro mani e avviato con l’acquisto di qualche migliaio di followers. Natalie ripercorre la débâcle del memoir che avevano cercato di scrivere insieme e fa un racconto spietato della loro amicizia finita. La star vittima di se stessa e della dipendenza, l’amica sfruttata che cova rancore nell’ombra: dalla storia emergono due personaggi ugualmente tragici e insopportabili.

La questione del ghostwriting non è interessante di per sé. Instagram è pieno di gente con milioni di followers che si limita a mettere un’emoticon di una pesca sotto alla foto di un culo e non sente il bisogno di chiamare in causa il diritto d’autore. Così come non è particolarmente interessante l’amicizia fra le due, un rapporto malato fra ragazze come ce ne sono sempre stati, fin dalla notte dei tempi. Eppure la vicenda è stata ripresa da una gran quantità di giornali di tutto rispetto, c’è un test di Buzzfeed che permette di scoprire se sei una Caroline o una Natalie e su Reddit ci sono più di seicento commenti sulla questione, tra cui quello di un tizio che il giorno in cui è uscito il pezzo su The Cut si è preso un giorno libero dal lavoro per non perdersi gli eventi che sarebbero seguiti. Molto rumore per nulla? Senz’altro. Ma contemporaneamente ci possiamo leggere dentro lo spirito del tempo.

A questo punto mi trovo a pensare: da che parte sto? Siamo sicuri che Natalie sia la vittima? Perché mi interessa? Io sono una Caroline o una Natalie? Buzzfeed dice Caroline, me ne farò una ragione.
Caroline Calloway ha molti fan (circa ottocentomila), ma è diventata soprattuto la persona che tutti amano odiare e in effetti lo rende fin troppo facile: fa quotidianamente sfoggio di una vita privilegiata, ma perseguendo la retorica del “sono una di voi”, sperando di sembrare spontanea e incasinata come nessuno potrà mai essere online. Ripete mantra di auto-affermazione che suonano come un disperato bisogno di attenzioni e in lei si incarnano gli aspetti più problematici della nostra generazione: genitori troppo amici che ci hanno fatto credere di poter essere tutto quello che volevamo (scrittori, musicisti, Matisse), il desiderio di aver fatto e mai quello di fare, e l’abitudine ormai radicata di creare una seconda vita, oltre a quella reale e della nostra interiorità, che presentiamo al mondo su internet. Una facciata di cartapesta che nasconde un villaggio sfasciato.
Ma la Calloway probabilmente avrebbe fatto volentieri a meno di vedere i suoi momenti più bui esposti su internet da una persona a cui ha voluto bene, o di ricevere minacce di morte da sconosciuti, e il fatto che abbia scelto lei di raccontarsi a un pubblico non significa certo che volesse mettere ogni aspetto della sua vita alla luce del sole, né che sia tenuta a farlo. Raccontarsi significa anche avere il controllo sulla propria narrazione, stabilire in una qualche misura la percezione che gli altri avranno di te. Non è un atto di coraggio, quanto una corsa ai ripari.

Natalie Beach tuttavia rappresenta un altro peccato capitale della vita ai tempi di Instagram: l’invidia. Io, ad esempio, rosico tantissimo. Più passa il tempo più mi rendo conto che quella che erroneamente ho sempre pensato fosse ambizione, un sano desiderio di fare bene nella vita, si chiama in realtà invidia. Forse sto regredendo o forse venire a patti con i fallimenti di cui l’esistenza è costellata fa parte dell’età adulta, ma ormai mi è chiaro che la persona che vorrei essere è, in sostanza, qualcun altro.
So di non essere sola. Fra rosiconi ci confessiamo sottovoce le nostre ansie da prestazione. Ma cosa ci possiamo fare? Siamo bombardati ogni giorno da storie di successo, le vite bellissime degli altri sono sotto i nostri occhi, nel palmo della nostra mano: i resort, le spiagge, i book tour, i vestiti, la pelle perfetta. Possiamo ripeterci che è tutto finto, che non tutto quello che brilla è oro, che anche i ricchi piangono, ma una voce nella nostra testa continua a dire che quegli altri stanno meglio e noi ci meritavamo di più dell’ufficio in cui siamo seduti. Il più delle volte questo non è vero.
Di fondo c’è la sopita consapevolezza che la maggior parte di noi non avrà niente. Niente fama. Niente soldi. Forse niente figli, dal momento che il mondo sta finendo. Siamo segretamente dominati dalla paura di non lasciare traccia (il che è parecchio in contraddizione con la pratica di documentare il tutto in video che si autodistruggono ogni ventiquattro ore), combinata alla segreta speranza che se ce l’hanno fatta loro, persone qualsiasi, ce la potremmo fare anche noi. Eppure se c’è una cosa che possiamo imparare da Caroline Calloway e da quelli come lei è che chiunque, anche chi sembra avere tutto, desidera qualcosa, qualcos’altro. E in fin dei conti dobbiamo sforzarci di ricordare che i villaggi Potëmkin, come la corazzata, sono solo una cagata pazzesca.

Gioventù bruciacchiata

FullSizeRenderNon posso negarlo, sono vecchia dentro. Ignorando la data di nascita registrata all’anagrafe e il fatto che mio padre mi paga ancora il telefono, potrei avere l’età dei miei genitori. La mia libreria di iTunes si è fermata al 2004 con i Libertines, uso parole desuete come “desueto”, mi piacciono i cellulari con la tastiera e, nonostante me l’abbiano spiegato diverse volte, non ho ancora capito cosa sia esattamente Snapchat.

Per i primi otto anni di vita sono stata figlia unica e a parte l’assidua ed esclusiva frequentazione della Sofi, che dall’asilo in poi fu a tutti gli effetti una sorella per me, la mia vita sociale era popolata da un gran numero di adulti. Gli adulti mi sono sempre piaciuti molto, a partire dai miei genitori che però, al contrario di me, quando mi misero al mondo a trent’anni, erano ancora in piena adolescenza. Erano anche gli unici del loro giro di amici ad avere procreato e per alcuni anni fui la mascotte delle loro cene, dove tutto sommato ero piuttosto gradita. Come bambina, onestamente, mi facevo volere bene: me ne andavo in giro snocciolando miti e tragedie greche (spiegai l’Edipo Re alla mia pediatra, che con ogni probabilità valutò di chiamare il Telefono Azzurro), odiavo la maionese e adoravo la pasta e fagioli, facevo un perfetta imitazione di Aldo Baglio nelle vesti di Ajeje Brazorf, ricordavo a mia madre la lista della spesa e in generale richiedevo pochissime attenzioni.

Se da una parte me la cavavo alla grande con gli adulti, dall’altra avevo qualche difficoltà a rapportarmi con i miei coetanei. Quando mia mamma ed io ci trasferimmo a Parma, fui inserita in una classe dell’asilo nido a metà anno. Le maestre mi dedicavano molte attenzioni e facevano del loro meglio per farmi adattare, ma questo disturbava gli altri bambini, una in particolare, Maria, che fino al mio arrivo doveva aver occupato la posizione privilegiata in cui ora mi trovavo io. Lei era della Costa d’Avorio, ma io venivo da Pietralata a Roma, quindi era difficile per le maestre stabilire chi delle due provenisse da un posto più degradato e meritasse quindi maggiori cure. Ad ogni modo, Maria ci mise mezza giornata per decidere che andavo eliminata. Con una forza sorprendente per una bambina di due anni, cominciò a percuotermi regolarmente. Arrivavo la mattina e mi prendevo uno schiaffone, solo per essermi presentata. C’era lo schiaffone postprandiale, lo schiaffone che seguiva la pennica pomeridiana e, il mio preferito, lo schiaffone di congedo. Tra uno schiaffone e l’altro intercorrevano graffi, morsi, strangolamenti e vari tentativi di farmi lo scalpo a mani nude, che sarebbero andati a buon fine se non avessi avuto così pochi capelli. Io invece, nonostante le mie radici coatte, avevo l’indole di un piccolo Buddha. In più una parte di me temeva di meritarsi quella corcata quotidiana. Io, per vendetta, mi ero limitata ad affibbiare alla mia carnefice un soprannome, ai miei occhi crudelissimo: Maria Buffetta.

Tuttavia l’altra parte di me sapeva che c’era qualcosa di molto sbagliato nel farmi picchiare tutti i giorni senza un motivo dichiarato e così consultai i miei genitori, nonché miei unici amici. Mentre mia madre si adoperava a telefonare a insegnanti e genitori per risolvere la questione nel modo più diplomatico possibile, mio padre, lo stesso uomo che quando accennavo un capriccio mi esortava a “non fare la bambina”, ritenne che fossi pronta a imparare la Legge della Strada: «Devi capire chi comanda e stenderlo. Un pugno in faccia al più grosso e non ti tocca più nessuno» mi disse lui. Essendo più che evidente che a comandare era Maria Buffetta, il giorno dopo misi in pratica il consiglio paterno e le tirai un cartone in un occhio e in effetti, non mi toccò mai più. Quello fu il momento in cui imparai a prendermi cura di me stessa e da allora ogni giorno della mia vita è stato occupato da quello stesso impulso, quello di cavarmela da sola (accompagnato il più delle volte dall’istinto represso di mettere le mani addosso alla gente).

Spesso, a onor del vero, più che di impulso si trattava di necessità. Mia mamma ha sempre lavorato e una volta finito il tempo pieno delle elementari, non era raro che dopo la scuola, ad aspettarmi a casa, trovassi alcuni foglietti di indicazioni stringate per prepararmi da mangiare. Pasta, frittata, petto di pollo alla piastra. Non ero certo una cuoca virtuosa, ma mi piaceva dedicarmi a quell’attività che consideravo decisamente adulta.

FullSizeRenderNon si può dire che avessi fretta di crescere però: tutto ciò che implicava una trasgressione delle regole cominciò ad affascinarmi piuttosto avanti nel tempo e sempre in maniera molto contenuta. Anche quando sentivo di averla combinata grossa, rimanevo sempre nella famiglia delle brave bambine. Quando a tredici anni decisi con la Sofi che era arrivato il momento di fumare la nostra prima sigaretta, la bravata venne svolta nel più totale rigore. Andammo da un tabaccaio lontano lontano, per essere sicure che non conoscessero mia madre, e mettemmo in scena un siparietto ridicolo: «Che sigarette vuole la mamma?» urlava la Sofi per non fare insospettire il tabaccaio, ottenendo, com’è ovvio, l’effetto opposto a quello desiderato. Con gli occhi bassi scegliemmo le Marlboro Light, le sigarette di Carrie Bradshaw. Tornando verso casa mia – correndo, per l’esattezza, come se avessimo fatto una rapina in banca – sfilammo una sigaretta dal pacchetto e buttammo le altre diciannove, in un attacco di completa paranoia. Fumammo quell’unica paglia passandocela con circospezione, manco ci stessimo facendo una pera, e per i tre anni successivi ci ritenemmo soddisfatte in quanto a botte di adrenalina.

A sedici anni, con modalità analoghe, ci ubriacammo per la prima volta. Anche in questo caso ci limitammo alle condizioni minime di ribellione: eravamo a casa della Sofi da sole e dopo aver svolto diligentemente tutte le versioni di greco della settimana, pensammo di celebrare la cultura classica con un bicchiere di Ouzo a cui seguì un altro bicchiere di Ouzo a cui seguì una grande euforia che sfogammo correndo nei campi di granturco intorno a casa Alexandratos e arrampicandoci sulle balle di fieno senza mai smettere di ridere, come possedute da un demonio particolarmente esilarante. Tornammo indietro luride e coperte di graffi e contente di poter aggiungere una tacca alla cintura della nostra gioventù bruciacchiata.

Ma ero troppo adulta per abbandonarmi all’incoscienza dei miei anni, troppo adulta per non temere le conseguenze delle mie azioni, troppo adulta per bere il terzo bicchiere di Ouzo. A volte era estenuante essere nei miei panni e spesso mi trovavo a invidiare chi alle feste finiva a vomitare nelle fioriere. Io ero sempre quella che teneva indietro i capelli alle amiche senza scopa nel culo.

2887_1123404932748_5463670_nCredo di essere venuta fuori così per contrasto. Sia mia madre che mio padre da giovani erano stati, per usare un eufemismo, dei bons viveurs e non ne avevano mai fatto segreto. Mio padre, con scopi didattici e vagamente minatori, mi aveva raccontato le sue esperienze psichedeliche degli Anni 70; mia madre aveva cominciato a farmi intingere il dito nel vino prima che imparassi a dire “no grazie” (non a caso ero con lei a cena la prima volta che vomitai in una fioriera). Quindi le possibilità erano due: che finissi in una clinica di riabilitazione prima dei diciotto anni o che sviluppassi un super-io di cemento armato. Non eravamo abbastanza ricchi per le cliniche di riabilitazione, quindi finii per compensare la follia, che già scorreva impetuosa in tutti i rami della mia famiglia, diventando una giovane anziana in pieno controllo di sé.

Da quando ho finito il liceo e mi sono trasferita a Milano, sento che la mia condizione di giovane vecchia non è poi così inopportuna. Mi sono anzi adoperata subito per consolidare l’età adulta attraverso una serie di azioni che ritenevo necessarie a tale scopo. Ho trovato una casa, ho trovato un lavoro con cui pagare la suddetta casa, mi ci sono trasferita dentro con il mio fidanzato di lunghissima data, ho fatto la tessera del supermercato e prima che potessi accorgermene ero alle prese con tutte le rotture di palle di cui l’età adulta è costellata. Quest’anno, per la prima volta, ho pagato le tasse e devo ammettere che come rito di passaggio preferivo sbronzarmi di Ouzo.

Adesso apro le bollette con le mani sudate. Mi sveglio tutti i giorni alla stessa ora e mi addormento, sempre alla stessa ora, davanti a qualsiasi film cerchi di vedere alla sera. Ho un perenne dolore alla cervicale, probabilmente dovuto al fatto che vivo ingobbita al computer. Mi lamento del disordine lasciato da Andrea come una casalinga disperata. Insomma ora che sono finalmente nel campionato adeguato al mio invecchiamento precoce, talvolta preferirei giocare in quello juniores. A volte mi piacerebbe dormire fino a mezzogiorno di mercoledì come un qualsiasi universitario fuori sede, andare al bar con gli occhiali da sole e lamentarmi di quanto ho bevuto la sera prima. Poi mi viene in mente quel brivido di realizzazione che mi dava prepararmi da mangiare alle medie o mettere Maria Buffetta al suo posto e mi rendo conto che lavorare, svegliarmi presto e persino pagare le tasse sono attività che tutto sommato sortiscono in me la stessa sensazione di compimento. E a dirla tutta ci sono cose per cui già a ventitré anni sento di non avere più l’età: i concerti in piedi, il campeggio e i drink troppo colorati sono solo alcune delle cose davanti a cui ormai scuoto la testa con convinzione. Per non parlare dei crop-top, che mi procurano gastriti fulminanti. Per altri versi invece temo di non padroneggiare ancora appieno l’età adulta: sono una cazzeggiatrice professionista e una procrastinatrice di primo ordine. Gestisco le incombenze all’urlo di “non fare oggi quello che puoi fare domani” e sono incredibilmente produttiva solo quando ho l’acqua alla gola. Probabilmente l’unico modo per convincermi a prendere la patente sarebbe mettermi al volante di un camion senza freni con una bomba a bordo, diretto a tutto gas verso un precipizio.

Sospetto inoltre di non essere in grado di fare la spesa nel modo giusto. Che spenda dieci, cinquanta o cento euro, non riesco mai ad approvvigionarmi per più di tre giorni. Al giorno numero quattro sto già raschiando il fondo della confezione di stracchino, mentre l’assortimento di cavoli presi in uno slancio di salutismo marcisce nel frigo. Inoltre trovo che fare la spesa sia un’attività talmente odiosa che mi trascino sempre al Carrefour alle dieci di sera, quando sugli scaffali sono rimaste solo sei lattine di pesche sciroppate e nient’altro. A quell’ora mi aggiro con i capelli arruffati insieme a un’imbruttita che raccatta articoli senza neanche togliersi il casco da moto e una sciura solitaria che riempie il carrello di cibo per gatti e birre scadenti. Con loro scambio malinconici sguardi d’intesa. Una donna adulta padrona della sua vita di certo farebbe la spesa alla mattina o comunque prima del tramontar del sole, comprerebbe cibi sani da cucinare invece che minestroni pronti da scaldare in microonde, cercherebbe di equilibrare proteine, carboidrati e fibre, invece di fare della pasta al pesto l’elemento base della propria dieta. Se quella è l’età adulta, io sono ancora molto lontana. Tuttavia sono già in quella fase in cui i giovani mi innervosiscono e mi ritrovo, più spesso di quanto vorrei ammettere, a fare il mazzo agli adolescenti rumorosi che non fanno sedere le signore sull’autobus (e con “signore” intendo soprattutto me). 10443309_10206259169545581_3523491224998575926_n

La verità è che non è solo la mia percezione a restituirmi l’immagine di una persona matura. Una sera mentre tornavo a casa in tram, stavo leggendo un libro come faccio tutte le volte che devo passare più di venti minuti su un mezzo pubblico. All’altezza di Porta Genova sale un gruppo di ragazze messe su a festa e una di loro, che avrà avuto almeno quattro o cinque anni più di me, mi guarda e mi fa: – Scusi signora, questo è il 2? -. Passato il primo impulso suicida per cui mi sarei semplicemente calata dal finestrino e buttata sotto la prima macchina, le ho risposto che sì, era sul tram corretto, dopodiché mi sono interrogata sull’episodio e sul perché quella signorina avvolta nel lurex e palesemente più vecchia di me avesse pensato che fosse necessario darmi del lei. Mi sono saltate in mente due pubblicità che giravano in tv in quei giorni: una di un telefono, con protagonisti dei giovani ribellissimi ricoperti di teschi messicani che vanno in skate sui tetti dei palazzi e fanno i selfie con la lingua di fuori. L’altra era di una bibita, e dei giovani modaioli trasgredivano alle norme borghesi facendo la doccia con i loro vestiti color pastello ancora addosso. Sospettavo quindi che quello strano oggetto rettangolare e sfogliabile che tenevo tra le mani, non coerente con l’iconografia dei giovani d’oggi, avesse impedito a quella signorina di identificarmi come una di loro. Forse con uno skate sotto braccio e un accessorio colorato l’equivoco non ci sarebbe stato. In sua difesa però aggiungo anche che ero struccata, il colore più acceso che avevo addosso era un verde marcio, avevo passato gli ultimi due giorni murata in casa davanti a un computer e la luce del sole non sfiorava la mia pelle da mesi. Insomma, ero molto lontana dalla versione più attraente di me stessa e assomigliavo piuttosto a una scopa di saggina.

Mi sono quindi trovata a riflettere anche su un altro cruccio legato agli anni che passano. Mi guardo allo specchio e nonostante mi venga restituita l’immagine di una donna giovane, con la pelle tesa e le tette che puntano ancora verso l’alto, vedo comparire i segni del tempo, impercettibili a un occhio estraneo ma significativi per la diretta interessata. I capelli sono la mia nemesi. Per anni ho avuto capelli non solo bellissimi, ma spontaneamente bellissimi. Potevo lavarli con il detersivo per piatti o con il sapone per le mani, asciugarli al vento o davanti alla marmitta di una macchina, ed erano sempre perfetti, lisci, setosi. Con gli anni qualcosa è cambiato: ora sono costantemente ricoperti da una lanugine crespa e se li espongo al minimo giro d’aria, mi ritrovo in testa un nido di chiurlo. Li pettino, li stiro, li intingo nell’olio, ma l’effetto paglia torna sempre. Da poco mi sono rassegnata ad abbandonare lo shampoo da discount e una volta al mese entro da Lush, pronta a spendere cifre molto superiori alle mie possibilità economiche per prodotti dai nomi promettenti: Belli capelli, A testa alta, Crine tempestose, Godiva. Con quella per i capelli sono nate altre preoccupazioni e da un giorno all’altro ero schiava delle creme per il viso, degli scrub per i talloni secchi e dei tonici anti-cellulite e i commessi di Lush mi chiamavano per nome, dandosi il cinque fra loro tutte le volte che entravo in negozio. Sull’onda di questa nuova necessità di curarmi del mio corpo, ho cominciato a soppesare cautamente l’idea di intraprendere una qualche forma di attività fisica, che da quando vivo a Milano consiste nel camminare sulle scale mobili della metropolitana invece che farmi trasportare come una vacca verso il macello. Tuttavia, consapevole che una rampa di scale è a malapena classificabile come “attività”, ho deciso di esplorare le mie opzioni. Sono andata a informarmi in palestra, dove sono stata accolta da un ragazzo tonico e lucido, troppo entusiasta per i miei gusti. L’idea di pagare l’equivalente del mio affitto mensile per farmi urlare addosso “ANCORA UNO, DAI!” da una specie di animatore da villaggio, mi allettava ancora meno dell’idea di ingrassare e sviluppare la gobba entro i trent’anni. Ho quindi ripiegato su una lezione-prova di danza contemporanea, unica attività quasi sportiva che avevo svolto negli anni del liceo. Ma dopo quattro anni passati rigorosamente seduta, sentivo il mio corpo ribellarsi con prepotenza alla fatica e dopo aver sudato ogni liquido corporeo in mio possesso, comprese le lacrime, ed essere stata paralizzata dall’acido lattico per settimane, ho capito che la lezione-prova sarebbe stata anche la lezione-ultima. 

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Schermata 2016-05-28 alle 15.08.41Alla fine ho scelto l’opzione più conveniente dal punto di vista economico: ho comprato un materassino da yoga da due euro e novantanove centesimi e ho cercato “culo di marmo” su Youtube. Inutile dire che ora faccio gli squat con la stessa continuità con cui mi depilo le sopracciglia: ad ogni eclissi solare. Ma solo possedere un paio di pantaloni di lycra e guardare gli allenamenti di Jane Fonda mangiando verdure crude, mi fa sentire come se fossi a un passo dal mio corpo ideale. Forse dovrei mettere il tappetino su un camion senza freni con una bomba a bordo, diretto a tutto gas verso un precipizio, allora sì che ci darei dentro.

So di essere giovane. So che se la linea temporale della vita fosse distribuita sui giorni della settimana, io sarei a malapena a martedì pomeriggio. Eppure sento questa fretta. Sento di dover combinare qualcosa, qualcosa di buono. Ho paura di svegliarmi un giorno, o una notte, raggiunta dal pianto di una creatura che ho messo al mondo, e realizzare che è troppo tardi per fare certe cose e che mi sono scordata di vivere a New York per un po’, di fare un viaggio con le amiche, di scrivere un bestseller. O di prendere la patente.

Non sono una persona nostalgica, finora ho vissuto la mia vita aspettando con trepidazione il mio futuro. Battere il tempo sul tempo è stata la mia missione per ventitré anni. Ma crescere è una faccenda complessa e sempre più spesso mi ritrovo a chiedermi: che fretta avevo? Ogni momento si solidifica velocemente, si fissa nell’esistenza come l’argilla al sole, che una volta asciutta non torna più come prima, si può solo rompere. Oppure può diventare un bel vaso, in cui mettere fiori freschi ogni giorno. Per ora faccio del mio meglio per costruire, se non un bel vaso, quantomeno un robusto pitale o un capiente posacenere. 

So di essere giovane, so che è solo martedì. Ma, purtroppo, non so nient’altro.

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Giulia Pilotti