Cosa fanno le strafighe mentre noi donne normali le guardiamo?

Pubblicato su Domani l’11 novembre 2020.

Non sono il tipo di donna che ti gireresti a guardare per strada. Ho superato con disinvoltura un’adolescenza di tette piccole, busti ortopedici e denti storti, il peggio sarà passato, pensavo. Poi è arrivato Instagram e mentre mi barcameno con i patemi che da sempre mi sono più congeniali (sarò abbastanza intelligente? Abbastanza simpatica? Sarò stata troppo scortese con la signorina del call center? Mi odierà? Perché non ho detto al cameriere che ho trovato una caccola nel mio cocktail?) mi scopro sempre più ossessionata da culi lisci come la seta, pori invisibili, labbra turgide e parti del corpo di cui in tempi più semplici non conoscevo il nome (se non sapete cos’è l’arco di cupido, vi invidio). 

L’ossessione va di pari passo con il sottile ma rapido deperimento del mio corpo, che non è certo una sorpresa: le mie giornate si svolgono tra una sedia, un divano e un materasso e gli unici muscoli regolarmente esercitati sono quelli della mandibola per masticare, quelli dell’avambraccio per manovrare il cavatappi e quelli del pollice destro per scrollare immagini di femmine bellissime. Tutte queste femmine bellissime non sono lì per umiliarci, ma per venderci qualcosa. Prodotti di bellezza, principalmente, che io continuo a comprare con la granitica convinzione di essere a solo due gocce di siero di distanza dagli zigomi di Zoë Kravitz. Continua a leggere su Domani…

Quarantena 2, i sequel non sono mai all’altezza dell’originale

Pubblicato su Domani il 4 novembre 2020.

Come vola il tempo quando non ci si diverte. Mi sembra ieri che preparavo i bloody mary più tristi del mondo per berli insieme ai miei amici collegati su Zoom. Se ci penso adesso mi sembrano i ricordi di qualcun altro. Eppure ci risiamo: dalla cucina mi arriva il profumo di una pizza casereccia, ho le braghe della tuta infilate nei calzini e non sto uscendo di casa da dieci giorni. Stai calma, direte voi, ancora è presto per panificare. Ma mentre si paventa una nuova chiusura, io mi sono messa avanti. Un po’ per paranoia, ma più che altro per cause di forza maggiore. Qualche giorno fa, infatti, mi è arrivata una notifica di Immuni, di cui francamente avevo rimosso l’esistenza. Per chi non lo sapesse (cioè per chi si fosse perso l’esilarante resoconto di Chiara Galeazzi, notificata in agosto) Immuni funziona così: il tuo telefono registra la vicinanza degli altri utenti con cui ti trovi a contatto entro i due metri per almeno quindici minuti e lo fa con un sistema di codici autogenerati che non ho capito ma che è pensato per tutelare la privacy di chi usa l’app. Se un utente risulta positivo al Covid-19 fa una segnalazione e Immuni informa tramite nefasta notifica tutte le persone che hanno incrociato i codici dell’appestato nei giorni precedenti. Quando ricevi la notifica di esposizione a rischio lo comunichi all tuo medico, che a sua volta lo comunica all’Asl della tua città, che ti contatterà per spiegarti cosa fare. Continua a leggere su Domani…

La serie Emily in Paris fa schifo ma non si riesce a smettere di guardarla

Pubblicato su Domani il 23 ottobre 2020.

A diciotto anni appena compiuti passai l’estate a Parigi a studiare il francese, ma più che altro a mangiare panini allo chèvre. Avevo una stanza spoglia da suora di clausura in un dormitorio studentesco, pochi amici, pochi soldi e il metabolismo velocissimo. Il livello di glamour in generale era molto basso, ma all’epoca Instagram non esisteva e non eravamo obbligati a vivere ogni esperienza secondo parametri di fotogenia. Io di certo ne ero ben lontana. La prima sera in città, non sapendo dove sbattere la testa, cenai con un pacchetto di cracker e una banana e guardai L’odio sul computer. Oh là là! Durante la prima visita al Louvre mi resi conto, all’altezza della Zattera della Medusa,che me ne stavo andando in giro con una striscia di carta igienica attaccata a una scarpa. Quelle élégance! Invece di sorseggiare vini pregiati con gli autoctoni, frequentavo un ragazzo spagnolo che non andava da nessuna parte senza una bottiglia extra-large di Desperados e bazzicavamo insieme locali gay dal distinto odore di sperma. Trés chic!

Le cose vanno in modo molto diverso a Emily Cooper, protagonista di Emily in Paris, la nuova serie di Darren Star (creatore di Sex and the City, Beverly Hills 90210 e Melrose Place) che è abbastanza brutta da farti arrabbiare, ma non abbastanza da farti smettere di guardarla. Continua a leggere su Domani…

Invece di ordinare la cena via app fatevi mandare delle amiche

Pubblicato su Domani il 16 ottobre 2020.

Tra una cosa e l’altra, sono sempre fidanzata. Il che ha i suoi vantaggi – c’è sempre qualcuno che mi porta le casse d’acqua –, ma a volte mi viene il dubbio di essermi persa qualcosa. Tinder, per esempio, non l’ho mai provato. E se da una parte ho la certezza di non essere tagliata per gli appuntamenti al buio, perché ne ho una visione distorta e datata che deriva al cento per cento da C’è posta per te, dall’altra mi dispiace non poter intrattenere le mie amiche con qualche storia del terrore (purtroppo niente è meno interessante di una relazione felice). 

Così quando ho saputo dell’esistenza di un’app di incontri per ragazze che vogliono fare amicizia ho pensato di poter mettere una pezza alle mie lacune senza uscire dal “binario triste e solitario” della monogamia. L’app si chiama Hey! VINA, è nata nel 2015 a San Francisco da un’idea di Olivia June Poole, il cui mantra è «un’amica può cambiarti la vita». 

Che penso sia vero, per certi versi – non c’è una storia d’amore più drammatica e intensa di un’amicizia fra due ragazze –, ma credo anche che l’idea appartenga a una precisa fase della vita, e non necessariamente all’età adulta. 

A un certo punto diventa molto più facile trovare un uomo da portarsi a letto che una donna con cui passare un pomeriggio divertente. Ma Olivia June Poole e le utenti di Hey! VINA non sembrano pensarla così e quindi mi sono detta, vuoi vedere che come al solito non hai capito niente? e mi sono iscritta alla mia prima app di incontri. Continua a leggere su Domani…

Un giorno oseremo sognare una casa con due bagni. Dove abbiamo sbagliato?

Pubblicato su Domani il 10 ottobre 2020.

«Los Angeles è una costellazione di plastica», ha detto Norman Mailer, e non penso si riferisse a Selling Sunset, ma calza comunque a pennello. Selling Sunset è un reality di Netflix che ruota intorno all’Oppenheim Group, un’agenzia immobiliare sulla Sunset strip che tratta case di lusso tra Hollywood e Beverly Hills. I protagonisti sono gli indistinguibili gemelli Oppenheim, Brett e Jason, e sette agenti rifattissime e agguerritissime che galoppano tra cantieri sterrati e proprietà da milioni di dollari su tacchi che mi fanno venire male ai piedi solo a guardarle. 

La serie – dello stesso creatore di The Hills – ha tutto quello che si può desiderare in un programma del genere (che non è molto, a dirla tutta): piscine, piscine idromassaggio, piscine a sfioro, party in piscina, piscine coperte; tette grosse, cani piccoli, viste panoramiche, competizione, matrimoni, divorzi, donne che litigano e fanno pace per finta e parlano di mancanza di rispetto con una frequenza che neanche nel Padrino. Se ogni volta che qualcuno dice “disrespect” bevessi uno shot moriresti di cirrosi entro la terza stagione. 

Ma l’attrazione principale di Selling Sunset, il vero motivo per cui mi ci sono trovata ipnotizzata davanti – per un numero di ore consecutive che non sono disposta a rivelare – è lo stesso per cui ogni tanto a Milano passeggio per via Bianca di Savoia schiumando dalla bocca: pornografia immobiliare. 

Ogni casa sembra la villa di Parasite. Ci sono cucine con due forni, bagni con due docce (ma mai un bidet neanche per sbaglio), una quantità di camere da letto senza alcun senso pratico. Nel primo episodio Brett (o Jason?) porta le ragazze a vedere una proprietà da quaranta milioni, spiegando che i tre pali del telefono che disturbano la vista a trecentosessanta gradi su Los Angeles verranno presto rimossi per quattrocentomila dollari, che è più o meno la cifra che avrò pagato di affitto di case modeste (ma almeno bidet-munite) alla fine della mia vita. Continua a leggere su Domani