Un giorno oseremo sognare una casa con due bagni. Dove abbiamo sbagliato?

Pubblicato su Domani il 10 ottobre 2020.

«Los Angeles è una costellazione di plastica», ha detto Norman Mailer, e non penso si riferisse a Selling Sunset, ma calza comunque a pennello. Selling Sunset è un reality di Netflix che ruota intorno all’Oppenheim Group, un’agenzia immobiliare sulla Sunset strip che tratta case di lusso tra Hollywood e Beverly Hills. I protagonisti sono gli indistinguibili gemelli Oppenheim, Brett e Jason, e sette agenti rifattissime e agguerritissime che galoppano tra cantieri sterrati e proprietà da milioni di dollari su tacchi che mi fanno venire male ai piedi solo a guardarle. 

La serie – dello stesso creatore di The Hills – ha tutto quello che si può desiderare in un programma del genere (che non è molto, a dirla tutta): piscine, piscine idromassaggio, piscine a sfioro, party in piscina, piscine coperte; tette grosse, cani piccoli, viste panoramiche, competizione, matrimoni, divorzi, donne che litigano e fanno pace per finta e parlano di mancanza di rispetto con una frequenza che neanche nel Padrino. Se ogni volta che qualcuno dice “disrespect” bevessi uno shot moriresti di cirrosi entro la terza stagione. 

Ma l’attrazione principale di Selling Sunset, il vero motivo per cui mi ci sono trovata ipnotizzata davanti – per un numero di ore consecutive che non sono disposta a rivelare – è lo stesso per cui ogni tanto a Milano passeggio per via Bianca di Savoia schiumando dalla bocca: pornografia immobiliare. 

Ogni casa sembra la villa di Parasite. Ci sono cucine con due forni, bagni con due docce (ma mai un bidet neanche per sbaglio), una quantità di camere da letto senza alcun senso pratico. Nel primo episodio Brett (o Jason?) porta le ragazze a vedere una proprietà da quaranta milioni, spiegando che i tre pali del telefono che disturbano la vista a trecentosessanta gradi su Los Angeles verranno presto rimossi per quattrocentomila dollari, che è più o meno la cifra che avrò pagato di affitto di case modeste (ma almeno bidet-munite) alla fine della mia vita. Continua a leggere su Domani

Si stava peggio quando si stava meglio

Il 23 maggio saranno tre mesi che vivo in cinquanta metri quadrati, fra l’altro condivisi con un’altra persona, e poteva andarmi molto peggio. Mi ci sono trasferita poco più di un anno fa. Non è una casa qualunque: è la casa che puntavo dal 2011, da quando sono venuta a vivere a Milano. Non l’avevo mai vista, ma della sua esistenza si parlava spesso in famiglia, al punto che “l’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana” era diventato una specie di leggenda metropolitana, un miraggio che sembrava sempre più evanescente mentre gli affitti milanesi, quelli normali, si facevano sempre più inavvicinabili. L’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana è di uno zio che ci viveva negli Anni 80. Gli successe il fratello, a cui successe un amico di famiglia, che giustamente ci piantò le tende per diciassette anni, diventando destinatario di tutte le mie maledizioni. Nella mia testa era come la casa della nonna di Monica in Friends, un bilocale in centro al costo di un box auto in Barona dove avrei potuto passare gli anni migliori della mia vita, invece che devolvere la totalità dei miei stipendi in affitto.

Per sei anni, neanche a farlo apposta, ho abitato a cento metri dall’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana, in una grotta piena di muffa e con la cucina ricavata da quello che con ogni evidenza sarebbe dovuto essere un armadio, sia per le dimensioni (se aprivi il frigo dovevi uscire) che per l’insolita collocazione, proprio accanto al letto. Il muro della camera era condiviso con una chiesa, ma più che altro col campanile della chiesa, le cui campane rintoccavano dalle 7 del mattino alle 10 di sera ogni mezz’ora, con assoli lunghi ed entusiastici un paio di volte al giorno, talmente forti che mi era impossibile sentire i miei stessi pensieri.

Casa, campane

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Il capodanno del pensiero magico

Il primo gennaio 2020 amici e parenti hanno ricevuto dalla sottoscritta un messaggio di auguri che recitava: “2020 anno della svolta”. Come quasi ogni cosa che scrivo stavo ovviamente parlando di me stessa, la svolta che questo anno così simmetrico avrebbe portato, ne ero certa, sarebbe stata la mia. Quale svolta, poi, non si sa. Ma ho da tempo questa speranza sottesa e irrazionale di svegliarmi un giorno ricchissima, felicissima, felicissima perché ricchissima. Quando immagino il mio futuro ho sempre una casa splendida, molti bagni, tutti di marmo, una camera per gli ospiti. Ho la boiserie alle pareti, tappeti persiani grandi come campi da calcio, una cabina armadio con la metratura di un discreto bilocale. In centro naturalmente, mica nella suburra. Una visione che non corrisponde neanche un po’ alla mia attuale condizione né ad alcuna verosimile proiezione di essa. Cionondimeno è così che mi vedo, vestita bene e con tanto tempo libero. Continua a leggere “Il capodanno del pensiero magico”

Cambiare uguale morte

Com’è noto, il Club dei 27 è una lunga lista di persone famose che a ventisette anni avevano già fatto in tempo a fissare il loro nome nella storia e a morire. Io ho ventisette anni e non posso dire quando morirò, ma sono ragionevolmente certa che non sarà per un abuso di sostanze – non sono a mio agio con gli aghi – e sono ancora più sicura che non lascerò tracce significative e degne di Wikipedia nei pochi mesi che mi separano dal ventottesimo compleanno, né negli anni a venire. La mia vita non assomiglia per niente, neanche da lontano, a quella di una rockstar, sembra piuttosto il giorno della marmotta. E per quanto abbia sempre avuto bisogno delle mie abitudini in una certa misura – non sono a mio agio con gli aghi e con l’improvvisazione –, ogni tanto cerco di venire a patti con l’assoluta normalità delle mie giornate e con lo spirito conservativo che mi ha sempre fatto da guida, e non posso fare a meno di provare un po’ di frustrazione. Salva dalla cirrosi, vittima di me stessa. Continua a leggere “Cambiare uguale morte”