L’amica venale

Ho una nota sul telefono che si chiama “idee”, un titolo più che generoso considerato che quello che contiene non solo non sono idee, ma spesso e volentieri sono a malapena parole: “snooze”, “peronospera”, “ricchi vs l’ikea” sono solo alcuni degli appunti che di tanto in tanto cerco di decifrare, nella speranza di riuscire a rintracciare quantomeno il pensiero ubriaco – o quel lampo idiota mascherato da illuminazione brillante che colpisce mentre ti stai addormentando – che mi ha fatto dire “mo’ me lo segno”.
L’altro giorno, scorrendo la lista, mi è caduto l’occhio su “villaggi Potëmkin”, i villaggi di cartapesta che secondo la leggenda il governatore della Russia meridionale Grigory Aleksandrovich Potëmkin fece costruire nel 1787 per nascondere le condizioni di degrado del paese all’imperatrice Caterina II, in vista del suo viaggio in Crimea. Come al solito non mi ricordavo a cosa stessi pensando quando l’ho scritto, ma se c’è una cosa che ho imparato da quell’elenco è che c’è una buona possibilità che qualsiasi voce, anche la più insospettabile, si leghi in modo del tutto autoreferenziale a un aspetto della mia personalità. Città russe devastate rese presentabili da una fuorviante facciata di cartone? Ma sono io!
Per quanto la tentazione di spiattellare le mie idiosincrasie sia sempre fortissima – con questa storia di Potëmkin un racconto sull’accumulo seriale e il sacchetto di sacchetti che ha quasi messo fine alla mia relazione praticamente si scriverebbe da solo – c’è in realtà una vicenda più rocambolesca con una protagonista molto più interessante di me che mi permette di ricorrere a questo aneddoto. Continua a leggere “L’amica venale”

Gioventù bruciacchiata

FullSizeRenderNon posso negarlo, sono vecchia dentro. Ignorando la data di nascita registrata all’anagrafe e il fatto che mio padre mi paga ancora il telefono, potrei avere l’età dei miei genitori. La mia libreria di iTunes si è fermata al 2004 con i Libertines, uso parole desuete come “desueto”, mi piacciono i cellulari con la tastiera e, nonostante me l’abbiano spiegato diverse volte, non ho ancora capito cosa sia esattamente Snapchat.

Per i primi otto anni di vita sono stata figlia unica e a parte l’assidua ed esclusiva frequentazione della Sofi, che dall’asilo in poi fu a tutti gli effetti una sorella per me, la mia vita sociale era popolata da un gran numero di adulti. Gli adulti mi sono sempre piaciuti molto, a partire dai miei genitori che però, al contrario di me, quando mi misero al mondo a trent’anni, erano ancora in piena adolescenza. Erano anche gli unici del loro giro di amici ad avere procreato e per alcuni anni fui la mascotte delle loro cene, dove tutto sommato ero piuttosto gradita. Come bambina, onestamente, mi facevo volere bene: me ne andavo in giro snocciolando miti e tragedie greche (spiegai l’Edipo Re alla mia pediatra, che con ogni probabilità valutò di chiamare il Telefono Azzurro), odiavo la maionese e adoravo la pasta e fagioli, facevo un perfetta imitazione di Aldo Baglio nelle vesti di Ajeje Brazorf, ricordavo a mia madre la lista della spesa e in generale richiedevo pochissime attenzioni. Continua a leggere “Gioventù bruciacchiata”

Ridi, ridi che la mamma ha fatto il dolcepanone

Ci sono cose che può insegnarti solo tua madre: come si tira la pasta, qual è il modo migliore per rimuovere ogni tipo di macchia, il trucco dello smalto trasparente per bloccare i fili tirati dei collant. Mia madre mi ha insegnato a giocare a biliardo e a fare il dolcepanone, una specie di budino di pane raffermo che raccoglie in sé tutti gli avanzi del frigorifero e che pertanto è più uno stato mentale, che non una ricetta. Le mie calze sono tutte bucate.

mamma3Non ne faccio segreto, la più mondana fra noi due è lei. La maggior parte dei suoi racconti inizia con “ero a una festa”, mentre io non vado a una festa dal 2012. La sola parola mi provoca l’impulso irrefrenabile di sdraiarmi sul pavimento con una coperta. Eppure mia madre ha fatto di tutto per abituarmi, o meglio educarmi, al suo stile di vita.

Ci siamo trasferite a Parma quando avevo due anni e per lei lasciare Roma voleva dire anche lasciarsi indietro gli anni più divertenti della sua vita, fatti di feste a casa di Nastassja Kinski, brillanti registi omosessuali, tramonti sul litorale di Ostia e albe sulle terrazze romane. Parma però era stata casa sua ai tempi del liceo e in uno slancio di coscienza decise di crescermi in un posto dove le probabilità di essere scippata sotto casa fossero significativamente più basse che in zona Stazione Tiburtina, dove all’epoca abitavamo. Mio padre nel frattempo si era dichiarato inadatto alla convivenza, mettendo fine al matrimonio più breve del mondo, e si era trasferito non molto lontano dalla nostra nuova destinazione. Continua a leggere “Ridi, ridi che la mamma ha fatto il dolcepanone”

L’insostenibile leggerezza della solitudine

Quando mi sono trasferita a Milano, ero talmente felice di avere la mia prima casa che il giorno del trasloco ho montato un MALM matrimoniale completamente da sola. Avrei potuto aspettare l’arrivo di Andrea il giorno dopo, ma volevo che la mia vita adulta cominciasse il prima possibile. Due ore e molte dita schiacciate più tardi, mi ero costruita un letto e per quanto basico nella sua architettura, mi sentivo come se avessi appena realizzato l’Apollo 11 con le mie mani. Molto appagata.
2887_1123404492737_4741424_nIn effetti ho sempre provato una passione quasi carnale per i risultati concreti. Da bambina il mio incubo più grande era che alle feste di compleanno a qualcuno venisse in mente di giocare a palla avvelenata: non solo odiavo correre, ma l’idea di doverlo fare in preda al panico, sapendo che presto o tardi (presto) sarei stata colpita da un pallone, era completamente priva di senso. Soprattutto nella logica di una persona che amava passare i propri pomeriggi a decoùpare scatole di legno.
L’unico problema dei risultati concreti era che così come era tangibile la riuscita di un portagioie perfettamente laccato, era tangibile anche il fallimento di tale progetto quando qualcosa andava storto. Odiavo fallire, soprattutto se il mio fallimento era evidente come una ciocca di capelli rimasta appiccicata all’ultimo strato di colla vinilica. Continua a leggere “L’insostenibile leggerezza della solitudine”

La mutanda è mia e la gestisco ìa

Come donna sono un po’ uomo. La mia trousse, per esempio, è composta da tre miseri elementi: un correttore, un eye-liner e un mascara, che giacciono secchi nell’armadietto del bagno e vengono riesumati solo in occasioni specialissime. Mi lavo i capelli con prodotti da supermercato, accontentandomi di una frangia più simile a quella di Joey Ramone che non a quella di Jane Birkin. Non so camminare sui tacchi, che indosso solo se posso stare seduta per una ragionevole quantità di tempo. A un’insalata preferisco un panino con la porchetta e le gag a base di scoregge mi fanno sempre morire dal ridere. Eppure la figura esile, l’attrazione per gli oggetti che luccicano e il mio totale disinteresse per qualsiasi sport, fanno sì che io abbia comunque diritto di cittadinanza nel genere femminile. 10868170_10205128782006599_2020407191303291778_n

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