L’interpretazione dei segni

Consegna: “Un eccentrico popolare”, 3 cartelle.

Foto di Erwin Olaf

L’interpretazione dei segni

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Conobbi Oliver la prima volta che stava per morire. Era un sabato pomeriggio assolato, decisamente lontano dagli standard londinesi di marzo, e stavo facendo spesa al Borough Market. Ero molto concentrata sulla scelta di un pezzo di carne e proprio mentre ordinavo mezzo chilo di macinato di cavallo e un paio di filetti di manzo, Oliver cadde sui miei acquisti. Un ragazzo sui 25 anni, non particolarmente attraente (ma neanche sgradevole alla vista), con i capelli neri e la pelle più bianca che avessi mai visto, giaceva in mezzo alle costate di maiale. Certo, ci misi un po’ a concentrarmi sul suo aspetto fisico, ero più preoccupata dal fatto che un essere umano fosse piovuto dal cielo e dalla consistente quantità di sangue che gli ricopriva il corpo inerme. Capii poco dopo, con grande sollievo, che il sangue proveniva dalle costate di maiale su cui era atterrato, ma in ogni caso non sono cose che ti capitano tutti i giorni.

Riprese coscienza quasi subito. <Sono morto?> mi chiese alzandosi e spazzando via una coscia di pollo dalla spalla. Aveva una di quelle facce che ti sembra di conoscere da una vita.

<Incredibilmente, sembri piuttosto vivo> gli dissi. Gli altri avventori del mercato non sembravano colpiti dall’accaduto più di quanto non lo fossero dagli eccellenti branzini che erano arrivati quel sabato a Borough.

<Accidenti, doveva essere un suicidio> mi disse rispondendo al mio sguardo basito e indicando distrattamente le alte travi di ferro della struttura del mercato coperto. A guardarlo bene non era affatto male. Sembrava in salute e, sangue di maiale a parte, era anche ben vestito. Mi pareva che uno così non potesse avere un motivo al mondo per desiderare un check out tanto anticipato. Aveva persino una camicia di Brooks Brothers (di quelle belle che cadono addosso che è una meraviglia) e dei bei pantaloni scuri che sembravano proprio fatti su misura. Doveva essere felice per forza.

<Chiamo un’ambulanza> dissi, cercando istericamente il telefono nella borsa.

<No no, grazie, lascia stare. Devo andare a cena da mia madre. Non credevo di doverci andare oggi, ma sono vivo e in ritardo quindi farò meglio a scappare. Io sono Oliver, comunque. Ci si vede in giro>.

Si scrocchiò il collo prendendosi il mento con una mano e la nuca con l’altra e torcendo la testa prima a destra e poi a sinistra, dopodiché si avviò verso l’uscita. Era più alto di quanto mi era sembrato sdraiato sul banco carni.

Due settimane dopo stavo facendo colazione con la mia amica Stacy  in un bar di Brewer Street. Stacy aveva sempre cose interessanti da raccontare e cominciava ogni storia con frasi tipo “Vivienne Westwood mi ha veramente fatto incazzare alla cena di Natale” o “Il Dalai Lama, che persona deliziosa!”. Così, per una volta che potevo impressionarla con un aneddoto divertente, avevo deciso di raccontarle la storia del suicida al Borough Market. Stacy mi fermò a metà del mio racconto concitato.

<Miracle Man> mi disse.

<Sì, è stato davvero fortunato. Si è fatto un volo di almeno venti metri> le risposi io, un po’ stizzita per l’interruzione.

<No, non hai capito. Lo chiamano Miracle Man. In due settimane ha cercato di ammazzarsi dodici volte ed è sempre sopravvissuto. E’ su tutti i giornali. Ma dove vivi?>  E sbatté una copia del Sun di fianco al mio muffin alla banana.

In effetti era in prima pagina. “Miracle Man: pericoloso squilibrato o protetto dal Signore? Continua a pagina 6”. Andai a pagina 6. C’era un servizio di ben 4 pagine, proprio su Oliver. A quanto pareva si era dato da fare: in quindici giorni si era buttato dalla terrazza della Tate e dal London Eye, si era legato un sacchetto di piombini a un piede per poi tuffarsi nel Tamigi da un traghetto turistico, si era sdraiato sui binari della metropolitana a Liverpool Street e aveva leccato la tazza del water del Buffalo Bar di Islington (a mio avviso, l’azzardo più sconsiderato). Aveva schiaffeggiato un leone allo zoo, mangiato 150 ali di pollo fritto del KFC, si era buttato in mezzo alla strada a Oxford Circus nell’ora di punta, ma per qualche motivo il Signore aveva altri piani per Oliver e in un modo o nell’altro cadeva sempre in piedi. Letteralmente.

Ebbi una folgorazione: quello del Borough Market era stato il suo primo tentativo e in un certo senso, se c’era qualcuno che aveva capito il potenziale di quel ragazzo prima di tutti ero io. Dio stava mandando un messaggio ad entrambi. A lui stava dicendo di rimanere fra noi e a me stava chiedendo di andarlo a cercare. Insomma, dopotutto era caduto proprio davanti a me, era un segno. Eravamo destinati a incontrarci.

Quella sera, a casa, cenai davanti al telegiornale, sperando di ricevere notizie della mia nuova anima gemella. Non ci volle molto prima che mandassero un servizio in diretta sul mio Oliver. Stavolta stava cercando di impiccarsi alla balaustra del Millenium Bridge. Bisognava riconoscergli una certa classe nella scelta dei luoghi e una drammaticità decisamente degna di nota. Quasi senza rendermene conto, mi ritrovai fuori di casa, ma non prima di aver messo la giacca buona e le Jimmy Choo di vernice. Stavo pur sempre andando a salvare l’uomo della mia vita.

La folla sul Millenium Bridge iniziava a vedersi già da Saint Paul. Quando arrivai (ci misi un po’. I piedi mi facevano un male cane, non è facile correre con un tacco 12) Oliver era ancora vivo, anche se non aveva per niente una bella cera, con quella corda intorno al collo a fermargli la circolazione. Nessuno aveva cercato di tirarlo su, ma in quanto a foto e video erano stati tutti molto efficienti.

Mi feci largo tra le macchine fotografiche dei giapponesi e i giornalisti e mi inginocchiai vicino al nodo sulla balaustra. Era davvero ben fatto. Mio padre mi portava sempre in barca da piccola, so riconoscere un nodo ben fatto e quello era uno dei nodi migliori che avessi mai visto.

<Oliver! Non farlo, tesoro, dobbiamo passare insieme il resto dei nostri giorni! Dio ci ha mandato dei segni!> Oliver controllò l’ora e decise che era stato appeso abbastanza. Apparentemente senza sforzo, risalì la corda con le braccia e si issò sul ponte.

<Se ne può parlare. Tanto a quanto pare non riesco a morire> mi disse con il respiro un po’ affannato. Quella sera lo portai a cena fuori, per sollevarlo un pochino.

Non passammo insieme il resto dei nostri giorni. In effetti arrivammo a malapena al terzo appuntamento, ma lui diventò in poco tempo un escapologista famoso e il sabato sera guardo sempre il suo programma in tv (l’hanno chiamato proprio “Miracle Man”, il programma).

Dopotutto, forse, avevo interpretato male i segni.

Fight The Power

Oggi, per gli appassionati di “notizie inutili dall’interno”, si riprende la serie dei vip. Solo che stavolta non sono per niente squallidi. Sono i Public Enemy.

Volevamo andare al carnevale di Notting Hill solo che era prevista prima una tappa a Brick Lane per commissioni varie (niente di serio, dovevo comprarmi un paio di cuffie alla Rough Trade. Fra l’altro sono proprio incorreggibile visto che le medesime cuffie, comprate l’estate scorsa, non sono arrivate all’anno di vita). In ogni caso, benedico quelle cuffie perché arrivate davanti alla Rough Trade abbiamo scoperto per caso che stavano per palesarsi Chuck D e Flavour Flav dei Public Enemy. Hanno fatto conversazione con il pubblico e hanno sfottuto un po’ Skrillex, per poi tirare giù i muri con 5 o 6 pezzi della madonna. Il carnevale di Notting Hill ovviamente se n’è andato affanculo.

Per deliziarvi vi offro due perle fotografiche. A nostra discolpa avevamo solo un cellulare con cuifar foto e l’Anna sembra l’allegoria della malaria perché effettivamente non sta tanto bene. Enjoy e non sfottete (o sfottete poco).

Pomodori verdi fritti

In questa puntata: il trip culinario, Ollie “el desaparecido”, la nera più stonata del Regno Unito, la manifestazione irachena e i vip più squallidi di Londra.

IL TRIP CULINARIO

Ci è partito il trip culinario. Stavamo mangiando tramezzi al tonno del Tesco di quartiere, quando all’improvviso ci siamo ritrovate a friggere qualsiasi cosa ci capitasse sotto mano in una specie di delirio italo-turco. Ci siamo imbarcate prima in una torta al cioccolato e poi, dopo che avevo manifestato un desiderio al limite dell’ossessione, nella produzione della nostra prima caponata. Neanche troppo difficile, penserete voi. Provate a fare entrambe le cose senza una bilancia, con pentole e padelle in scala gnomo, con una generale mancanza di attrezzi e con le ottime verdure britanniche che fondamentalmente sembrano di plastica. Nasce così lo stile culinario “a cazzo di cane”, creato in queste circostanze da Giulia&Anna, chef amatoriali. Ecco alcune dritte per cucinare al meglio “a cazzo di cane”:

– se Sonia Peronaci di Giallozafferano vi dice di “mondare” le melanzane facendole spurgare da uno scolapasta con sopra un barattolo di fagioli usato come peso, prendete un pentolino senza buchi e accontentatevi di un bollitore come pressa. Scolate ogni tanto il pentolino per evitare che le melanzane si lessino nel loro sughino di spurgo

– Sonia Peronaci dice sale grosso? Voi usate quello fino

– Se la cipolla crea problemi ai condotti lacrimali, indossate dei wayfarer e sarete cuochi stilosi

– Il setaccio non serve, una buona grattata di cucchiaio andrà benissimo

– Se sul fondo del vostro forno sfrigola dell’unto non meglio identificato, lasciate che sfrigoli. Insaporirà la vostra torta

– Non tenete MAI il tempo di cottura

– Fate tutto un po’ a cazzo di cane

OLLIE, “EL DESAPARECIDO”

Ollie, il coinquilino che se n’era andato a Cuba, aveva detto che sarebbe tornato il 20. Qualche giorno fa gli ho mandato un messaggio per sapere a che ora sarebbe arrivato esattamente, giusto per evitare sorprese spiacevoli. Non mi ha risposto. Il 20 gliel’ho richiesto. Non mi ha risposto. Cominciavamo a temere il peggio (rapito, morto, venduto, privato degli organi per il mercato nero, Guantanamo), soprattutto quando il giorno del presunto ritorno, nessun Ollie ha varcato la soglia di casa. Alla fine si era incasinato con le date e i fusi orari e un travestito gli aveva rubato il telefono, ma sta bene ed é tornato con solo un giorno di ritardo. Meglio tardi che mai, Ollie. Meglio tardi che mai.

LA NERA PIU’ STONATA DEL REGNO UNITO

Ieri ho conosciuto i nuovi collaboratori di Zaboura (ah mi ero dimenticata: non sono solo diventata una nonna papera invasata di torte, sto lavorando nello stesso posto dell’anno scorso). Uno non ho ancora capito come si chiama ma ha un accento russo e non capisco quando parla. In compenso continua a offrirmi delle mandorle chiedendomi se mi piacciono i pistacchi (?). L’altra, Juliet, e’ adorabile e soprattutto comprendo le cose che mi dice, ma tiene la radio accesa tutto il giorno e CANTA. Ora, non so voi, ma io quando penso a una signora di colore che canta mi vengono in mente cori gospel, Diana Ross e Aretha Franklin. Juliet invece è la nera più stonata del Regno Unito e l’unico legame che ha con Diana Ross è lo stupro di Stop in the name of love con cui mi ha deliziato ieri pomeriggio (dopo varie cover di Bob Marley il quale probabilmente ha cominciato a stracciarsi i dread nella tomba).

LA MANIFESTAZIONE IRACHENA

Lascio l’Anna sola un attimo e me la ritrovo attivista irachena in manifestazione

I VIP PIU’ SQUALLIDI DI LONDRA

Finora abbiamo incontrato solo i vip più squallidi di Londra (la mia serie di vip squallidi era già cominciata a Pantelleria con l’ex batterista dei Pooh, idolo degli operai dell’aeroporto). La settimana scorsa abbiamo visto Florence di Florence and the Machine che faceva la gnorri alla Rough Trade, abbiamo cercato di entrare in modalita’ vip per decidere cosa fare (salutino? fotina? autografino?), ma non fregandocene un cazzo di Florence and the Machine ci siamo girate e siamo andate via. Ieri invece ho incontrato Bill Nighy sotto il mio ufficio. Alcuni potrebbero definirlo un vip squallido, ma quelle persone non si ricordano questa scena, o questa. E poi era veramente elegantissimo. Comunque lui l’ho salutato, mi sembrava necessario creare una certa gerarchia dopo aver lasciato Florence incagata a spulciarsi i suoi dischetti.

Stasera andiamo a vedere uno show di drag queen e per com’è andata in questi primi giorni finiremo a far festa con loro. Vi tengo informati

Giulia

London, Ontario

Un anno dopo, torno a Londra a raccontare, imperterrita, cose di cui non frega niente a nessuno.

Sono stati quattro giorni piuttosto intensi, quindi dividerò in capitoli:

IL VIAGGIO

Che ryanair facesse cagare lo sapevamo anche prima di prendere quest’ultimo volo. Tuttavia la tratta ci è risultata particolarmente molesta. Mi riferisco al fatto che il nostro aereo fosse inspiegabilmente convertito ad asilo nido volante e il livello dei decibel fosse nettamente superiore al grado di sopportazione umana (o se non altro al mio grado di sopportazione, che ad essere sinceri non è elevatissimo). Cambi di pannolini ad alta quota, gattonate verso l’uscita di emergenza, minestrine riscaldate dall’odore molto simile a quello dei pannolini e una lunga serie di altri fattori che hanno fatto venire voglia a me e alla mia compagna di viaggio di:

– strapparci le ovaie e buttarle nel rudo

– costringere alla vasectomia i relativi partner

– paracadutarci sulla Manica al più presto

Almeno l’Anna dormiva. Io no, perché di fianco a me avevo due giovani in pre accoppiamento affetti da logorrea che hanno parlato per due ore filate toccando gli argomenti più svariati, dalle abitudini dei loro animali domestici ai viaggi nello spazio (è inutile che cerchi di renderti interessante dicendo che vorresti andare sulla luna se sei seduto su volo ryanair che hai pagato 30 euro con le ginocchia in bocca). Lui fingeva di essere colpito dalle massime di lei sulla fotografia digitale mentre in realtà cercava di immaginarsela nuda, passatempo a cui mi sono dedicata anch’io perché era vestita di merda.

LA CASA

Vi ricordate il cessone in cui vivevo l’anno scorso? Stavolta ho optato per l’igiene e le porte dei bagni senza buchi. Sicuramente è  meno pittoresco, ma vi assicuro che camminare scalza per casa e fare la doccia senza la leptospirosi in agguato è molto più appagante. Sapete cos’altro è appagante? Il parquet.

IL COINQUILINO

Dovremmo avere un coinquilino che però è a Cuba per dieci giorni. Quindi è già un ottimo coinquilino. Per di più sembra avere un ottimo gusto estetico e un livello di pulizia inusuale per un inglese di sesso maschile di ventiquattro anni.

IL SALSICCINO

Costretta a rimangiarmi quello che ho appena detto sulla pulizia da questo reperto abbandonato in frigorifero, insieme a una passata di pomodoro con dei licheni galleggianti e un parmigiano reggiano di dubbia provenienza:

Si apre il toto-salsiccino: cosa sarà mai? Diteci la vostra

PERCHE’ I NEW ORDER SONO DEI FALLITI

Le varie serate non sto a raccontarle perché sono divertenti solo per chi ha presenziato. Però a una in particolare devo dedicare un paragrafetto. Siamo andate al concerto di chiusura delle olimpiadi (New Order, Specials e Blur ad Hyde Park) e pur essendoci svenate per il biglietto possiamo dire che ne è completamente valsa la pena. Davvero. Davvero davvero. Solo una cosa non ci è proprio andata giù: la performance dei New Order. A parte averci procurato un attacco di agorafobia nonché un vago sentore di depressione, mi sento in pace con la coscienza nell’affermare che i New Order sono dei falliti per i seguenti motivi:

– La presenza di Bernard Sumner è superflua in quanto muoveva la bocca ma non fuoriuscivano suoni

– Bernard Sumner indossava la maglietta dei New Order

– Bernard Sumner balla di merda

– Non si può dire che gli altri avessero un carisma superiore a quello di Bernard Sumner

– Sono vecchi e grassi e suonano male

– Su Love will tear us apart proiettavano delle foto dei Joy Division scaricate da Google immagini

– Mentre suonavano c’era la fila al banchetto delle magliette dei blur

GIULIA E ANNA CHEF AMATORIALI

Ieri abbiamo inaugurato la casa con la prima home-made cena. Ci riteniamo soddisfatte e i nostri ospiti anche, visto che hanno schivato la salmonella. Li abbiamo stroncati a colpi di muffin salati e la serata si è conclusa in sleepover. Un memo per la prossima cena: mettere i piatti a mollo o la mattina dopo puzzeranno di vomito.

 

Comunque dopo questa cena inaugurale ci sentiamo ufficialmente le padrone di casa e abbiamo deciso di far cambiare le serrature prima che torni Ollie, il coinquilino. Mi dispiace Ollie, non dovevi andare a Cuba.

Stralci di conversazioni da chef amatoriali:

– Anna dammi l’ora esatta che tengo il tempo della cottura

– Sono le dieci e qualcosa

– Ok, tra un po’ li togliamo

 

Per ora ce la passiamo bene. A presto con altre notizie inutili dall’interno

Giulia

 

 

 

I’ll go where that apple goes

Un anno dopo mi ritrovo in un altro aeroporto, in un’altra città. La desolazione è la stessa, il sonno è lo stesso. Combatto la palpebra calante a colpi di redbull e ho quattro ore di attesa davanti. In quattro ore ci stanno molte redbull considerando che sono le due del mattino e stanotte non andrò a dormire. Perché quattro ore in aeroporto? E’ una storia lunga e poco interessante. Dirò solo che adesso invece che su una panca di Stansted dovrei essere su un cubo dell’Haeven, insieme a Melanie C. delle Spice e centinaia di checche urlanti e sudate. E la chiudo qui.

Ma io alla fine sono attratta da queste situazioni un po’ estreme e sgradevoli, quindi non mi lamento, tiro fuori il computer e scrivo l’ultimo aggiornamento da Londra. Ah ecco ho deciso una cosa: questo non sarà il mio ultimo aggiornamento. My Little Underground resterà aperto e diventerà il mio blog ufficiale. Non so di cosa parlerò, la mia vita non è così interessante, ma qualcosa mi invento. Recensioni, riflessioni, elogi di cose che mi piacciono, smerdate di cose che non mi piacciono. Boh, vedremo.

I pullman hanno qualcosa. Anche stasera attraversare Londra di notte è stato non dico bello (perché comunque l’idea del cubo dell’Haeven con Melanie C. sopra continuava a perseguitarmi), ma affascinante e suggestivo, quello sì. Dev’essere perché è estremo e sgradevole.

Da quando ho scritto l’ultima volta, ho fatto un po’ di cose, ho visto un po’ di concerti ho conosciuto un po’ di gente, ma non mi ricordo niente in questo momento, sarà già abbastanza difficile mettere insieme i ricordi di oggi.

Il mio ultimo giorno qui è stato come doveva essere: ho girato per il mercato di Camden con un po’ di sole, ho girato per il mercato di Camden con un po’ di pioggia, ho pranzato al Borough Market fondamentalmente tirando avanti ad assaggini offerti aggratis (stra buoni), mi sono fatta una gita educativa nel sexy shop più fornito di Soho (no, non da sola, non sono così squallida) e ho fatto l’esperienza estrema e sgradevole del giro da Primark. Qui mi soffermerei un secondo per dare una spiegazione: Primark trattasi di magazzino-discount di qualsiasi cosa, dai tappetini gommati per il bagno alle cerate da lupo di mare, dai maglioni con renna da Natale ad Aspen al set da fonduta. Se trovi qualcosa che costi più di venti pound sei un genio. In tutto questo, un branco affamato di signore afro con posticci sintetici nei capelli si riversa per le corsie completamente fuori controllo. E come comprano loro da Primark non compra nessuno. Sembrava che l’apocalisse fosse alle porte e che avessero solo mezz’ora per prepararsi. Quando riemergi dalla giungla del consumismo del tutto a 99 centesimi, sei psicofisicamente provato e l’apocalisse improvvisamente è una prospettiva allettante.

Ho salutato il mio super cesso di Camden Town. Che alla fine era un super cesso, ma mi ci ero affezionata. Non è stato un brutto posto in cui vivere, Camden. Innanzitutto è estrema e sgradevole, che nel caso non fosse chiaro, per me va sempre bene. E una volta che ti abitui a vedere il marciume sulla strada per casa, i topi all’angolo con Georgiana Street, il crackomane con il naso sfondato alla fermata dell’autobus e il vecchio santone con i piedi scalzi e la canottiera di rete al King of Falafel, ti senti a tuo agio. Ci sono un sacco di concerti, un sacco di locali, un sacco di negozi fighi, un sacco di facce interessanti, un sacco di musicisti di strada e Pete Doherty. E quella che resterà per sempre la mia prima casa, che ho deciso di omaggiare regalandovi questi scatti sparsi delle sue peculiarità. Enjoy.

Alla fine ci sta anche questo esilio in aeroporto, ho tempo per pensare e scrivere che sono due cose che mi piace fare, e se me la vedo brutta posso mettermi a dormire in posizione fetale sulla panca da cui sto scrivendo, come un robboso della stazione. Sono felice di tornare, ho preso tutto quello che potevo prendere da questo mese, mi sono fatta un po’ di corazza per gli anni prossimi e ho buttato semi. Staremo a vedere come andrà, ma sono tranquilla.

Cose che mi mancheranno: il clima autunnale quando subirò l’impatto climatico di una foca in Namibia, avere sempre qualcosa da fare, prendersi il lusso di non fare niente perché tanto vivi lì, avere la mia casa a rudo, il mio lavoro, i bagel di Brick Lane, la Rough Trade (di cui sono diventata principale azionista), la ginger cake della Nordic Bakery con il caffè ogni mattina prima di andare in ufficio, Sainsbury sotto casa, la tossicodipendenza inevitabile di quando scopri le compresse di paracetamolo a due pound da Boots, la gente vestita bene, Golden Square, scrivere in posti belli.

Mi faccio viva io

Giulia

Some people work very hard, But still they never get it right, Well I’m beginning to see the light

Sono tornata alla mia vecchia usanza parigina dell’aggiornamento al museo. Si sta bene con vista Tate.

Mi mancano un po’ di cose, un po’ di persone. Mi manca lo spazio e allo stesso tempo ne ho troppo. Mi manca il Big Ben, non l’ho ancora visto. Mi manca quanto mi sentivo giovane l’estate scorsa e amo sentirmi così pronta al salto adesso. Mi manca la certezza di sapere che sarà tutto come prima. Sono felice di sapere che non sarà tutto come prima. Mi manca il bidet, un sacco. Mi manca luglio, mi manca Lou Reed e mi manca sapere che ho ancora tutta l’estate davanti. Mi mancano Berlino, Copenhagen e Amsterdam. Mi manca tempo, di quello non ne ho proprio più. Non mi manca sentirmi schiacciata. Mi sento bene, mi piace guardarmi da fuori. Sono cresciuta di venti centimetri, e sono sempre uno e sessantacinque. Ma dentro sono in alto, molto in alto. Sono abbastanza fiera di me, di quello che faccio, di come lo faccio. Mi manca Parigi, ma non mi manca. Mi ha cresciuto in modo diverso, mi ha aiutato e distrutto. Londra mi ha dato ossigeno al cervello, mi ha fatto rinascere. Mi ha ricordato che so fare le cose e che non sono male alla fine, quando mi ci metto. Non mi manca sapere esattamente dove sarò il 15 di settembre, proprio no. Mi manca il mio new waver di cinquanta chili. A voi invece probabilmente ormai mancano le palle perché ve le ho fatte cadere. Quindi la chiudo qui con un Pasolini volante che riassume tutta la mia sbrodolata:

L’indipendenza è la mia forza, ma implica la solitudine che è la mia debolezza

Giulia

London Loves the Misery of a Speeding Heart

Sono tornata, ho avuto un po’ di cose da fare. Allora:

-i due giorni alla Kingston sono stati un’esperienza di premorte sociale, biologica ed intellettuale. Mi sentivo Kevin Spacey in American Beauty (lo so che l’ho già citato, ma è proprio un film della madonna, non trovate?), inscatolata nel mio box individuale in una specie di hangar con altre 50 persone. Come se non bastasse la Kingston è collocata in uno dei posti più desolati che abbia mai visto: Upper Halliford. Se Silent Hill invece di Silent Hill si fosse chiamato Upper Halliford, avrebbe fatto molta più paura, credetemi. A un’ora da Londra, Upper Halliford presenta molte attrazioni: un Tesco. That’s it. Ad Upper Halliford c’è la Kingston e un gigantesco supermercato, nonché mensa della Kingston. Da qui mi collego alla morte biologica (nel caso non si fosse capito quella sociale ed intellettuale erano collegati all’alienazione da ufficio e alla location da dopoguerra nucleare): mangiare da Tesco fa male, tanto male. Per fortuna c’era Giulia (no, non parlo di me stessa in terza persona come Gollum) una prigioniera di Kingston che inizia ogni frase con “ero in viaggio in Vietnam” o “quando vivevo a Sidney” o “quella volta che il Dalai Lama mi ha stretto la mano”. Il Dalai Lama non l’ha mai incontrato (credo) ma ha tante (davvero tante) cose da raccontare e ha reso la mia alienazione decisamente piacevole.

-Sono stata a un concerto in un locale marcio di Camden, l’Electric Ballroom, e mi sono mescolata alla fauna mista punk-metallari mentre ascoltavo dell’hardcore fatto da tamarri di Los Angeles (Suicidal Tendencies), in compagnia del nostro nuovo (e unico) amico Ben (pittore infissato con hardcore punk e Pasolini) e della sua amica beccata male.

-C’eri tu, ma non ho voglia di raccontare il nostro ennesimo idillio d’amore alla gente. Tanto  tu sai com’è andata, no?

Grandi progressi, qui a Zaboura. Potrei venire assunta per tenere un blog (un altro. E siamo a 5) sui Social Network. Mi chiedo sempre cosa faccia pensare a queste persone che sia minimamente competente a riguardo, ma prendo su e porto a casa, in silenzio. Niente di certo però, quindi cerco di volare basso e stare tranquilla.

A presto, lo giuro

Giulia

London’s Burning

Consistendo il mio lavoro in una assidua ricerca di tutti i blogger più nerd della rete che potrebbero parlare dei prodotti di tecnologia in uscita, devo anche classificare quelli che sarebbero più influenti o meno influenti. Mi imbatto quindi in serissimi Shane Richmond della rubrica di tecnologia del Telegraph, ma anche in imbarazzanti smanettoni del computer di sedici anni che paradossalmente hanno migliaia di followers su Twitter e una rete di contatti che manco Bill Gates. Oggi vorrei fare un breve glossario delle migliori autopresentazioni e dichiarazioni d’intenti di questi soggetti:

-Philip: asshole and swans killer. Così, nient’altro. Stronzo e ammazza-cigni. A quanto pare è anche una specie di guru dei gadget per cellulari, ha commentato qualsiasi stronzatina tecnologica comparsa sul mercato ed è un cliente ambitissimo.

-The Computer Rat: con l’evidententemente scarso amor proprio che caratterizza tutti gli smanettoni del computer nella scelta del nome, ha un canale di youtube in cui recensisce giochini da Nerd. Temo di ricordare un’età intorno ai 35 anni. Cliente non altrettanto ambito.

-Davo Mr Mac, o “The Geekanoid”: veterano delle video-recensioni, si ostina a comparire nei suoi video con una maglietta da Puff Daddy dei pezzenti. Massimo conoscitore dei prodotti Apple. Recensisce anche le scoregge di Steve Jobs. Sulla quarantina. Vive con madre.

L’ultima era una mia supposizione, le mie ricerche non sono così tanto accurate.

Mentre io mi diletto in ricerchine Londra sta bruciando, c’è polizia ovunque e un po‘ c’è da cagarsi addosso (in realtà neanche tanto: io ero a Tottenham la sera in cui sono iniziati gli scontri e non mi sono accorta di nulla. Professione reporter). Mi piacerebbe andare là e potervi raccontare com’è starci dentro, ma ho come l’idea che non sia una buona idea (“Giulia stai alla larga da Tottenham”, “Ragazzi state in casa per qualche sera”, “State in stipo”, by vari affezionati).

I’m waiting for my man. No, non uno spacciatore.

Giulia

Oh, the water, let it run all over me

Sono in pausa pranzo a mangiare sushi d’asporto in un parco, avvolta in una specie di plaid da pic nic che mi sono comprata per ripararmi dal glaciale agosto londinese. Non esistono più le mezze stagioni e io somatizzo tragicamente con questo look da indie-nonna e una tosse tubercolotica. Ma nonostante le mie condizioni fisiche (che i miei anticorpi erano delle checchine lo sapevamo già da tempo) tutto procede magnificamente: ieri ho passato il giorno alla Tate, miglior rifugio possibile in un giorno di pioggia. Certo che se dovessi vivere qui dovrei trovarne altri perchè piove una cosa come 300 giorni all’anno e non so se riuscirei a beccarmi il faccione rosso di Andy Warhol o i video di sacchetti di plastica che volteggiano nel vuoto per così tanti giorni in stecca.

Il lavoro procede bene, sono inspiegabilmente utile alla società e mercoledì e giovedì mi mandano a parlare con un po’ di gente alla Kingston, che sono quelli che fanno gli aggeggini strani super high-tech che noi di Zaboura pubblicizziamo (loro di Zaboura pubblicizzano, mi sembra più corretto).

Casa mia sta lentamente diventando vivibile, il cesso del piano di sopra ha smesso di sgocciolare, ho sgurato i sanitari in modo da poterci anche mangiare dentro (prego Kat, prego Guy: adesso siete a posto per altri vent’anni con la questione “pulizia bagno”, vero?) e nella reggia di Camden aleggia un gradevole odore di Lavanda, grazie ad uno spruzzino che periodicamente sbuffa profumo di fiori di campo talmente potente da coprire l’odore di moquette impregnata di schifo al cheddar e altre prelibatezze: le 8 sterline meglio spese della settimana.

Il consiglio del giorno: se vi cade la salsina piccantissima verde del sushi sul computer, non raccoglietela con le mani. E se la raccogliete con le mani, dopo non grattatevi gli occhi.

Per oggi è tutto, torno alle mie pagine di excel

Giulia

There is no “wrong” here at Zaboura

Ieri pioveva, oggi non piove. Solo in un posto continua a piovere. Il bagno di casa mia.

Il trasferimento è stato un mezzo trauma: quando sono arrivata la casa faceva più cagare del giorno prima, se possibile, Kat e Guy, i padroni di casa, si erano palesemente appena fatti di bamba e il bagno presentava nuove amenità: la perdita d’acqua dal cesso del piano di sopra e un calendario soft porno con un pompiere unto per ogni mese dell’anno attaccato alla porta. Perchè mettere un calendario sulla porta del bagno, chiederete voi. Perché c’è un buco delle dimensioni del Galles, sulla porta del bagno. Ma alla fine non è male, io e il mio compagno di sventure oggi abbiamo comprato detergenti, Oust e lanciafiamme e per domani dovrebbe essere in ordine (o almeno potremo farci la doccia senza prendere la leptospirosi).

Ma parliamo di cose più liete. Ho cominciato a lavorare.

Mercoledì ero abbastanza tesa e mentre andavo in ufficio mi sono versata il caffè sull’outfit del primo giorno. Ho dovuto spiegare che non mi ero vomitata addosso.

Maggie e Toby, i miei capi, sono adorabili e mi regalano gratificazioni continue. Perchè diciamoci la verità, le mie qualificazioni per questo lavoro sono inesistenti (faccio pubbliche relazioni per prodotti di tecnologia, studio strategie di vendita e passo la vita su excel che prima di mercoledì giaceva desolato nel dimenticatoio del mio computer. Secondo voi ho una vaga idea di quello che sto facendo? No).

Il mio ufficio quindi, essendo per l’appunto un ufficio di pubbliche relazioni, deve intrattenere rapporti con la stampa e con le aziende che producono nuovi aggeggini High-Tech di cui io non so assolutamente una fava. Andiamo a vedere le persone che costituiscono questa rete di rapporti:

-Bob, detto Sleazy Bob (il viscido Bob). Sleazy Bob è un tardo freak che si aggira per il suo ufficio con vista su Leicester Square in Birkenstock e pancia di fuori, cagando sterline e accarezzando i suoi falchi impagliati. C’è un motivo se lo chiamano Sleazy: è sleazy. Ci prova con qualsiasi cosa si muova e partorisce battute da accusa per sexual harassment. Esempio: Giulia, riferendosi a un bar: “Do you wanna come inside?” Bob, alludendo all’atto sessuale: “Mmm, of course I do”. I think I threw up in my mouth a little bit.

-Kevin, Clive, Paul e Joe: la cumpa di Nerd. Quando dico Nerd parlo di parody t-shirts con Darth Vader nel logo di starbucks e la scritta “StarWarsCoffee” con la stessa grafica, occhiali di chi non ci vede un cazzo perchè è da quando ha imparato ad usare il pollice opponibile che smanetta davanti a un monitor e carnagione di un malato terminale. Sembrano quattro variazioni di Michael Cera, sono totalmente privi di gusto estetico e nonostante la scarsa vita sociale sono simpaticissimi.

-Emily: Donna di potere franco-canadese. Ha mangiato una costata di maiale come se non ci fosse un domani. Fondamentalmente una strafiga

Li ho conosciuti tutti ieri sera a una cena di lavoro (come mi sento importante a dire “cena di lavoro”). La cena di lavoro in realtà consisteva in sfondarsi di alcool e cibo in posti da yuppie (Bob il vecchio hippy infatti non è entrato nel bar da Yuppie, nonostante l’invito della sottoscritta) e trasferirsi, ubriachi e a un passo dal vomito, alla Somerset House, al cinema all’aperto. Abbiamo visto un film che mi ha fatto sentire come se avessi preso degli acidi senza saperlo (“Scott Pilgrim vs. the World”, con Michael Cera per l’appunto. Non guardatelo se non vi piacciono battute non-sense, storie non-sense e personaggi non-sense) e siamo tornati a casa. In tutto questo nessuno ha parlato di lavoro. E io non ho mai aperto il portafoglio.

 

Giulia