Si stava peggio quando si stava meglio

Il 23 maggio saranno tre mesi che vivo in cinquanta metri quadrati, fra l’altro condivisi con un’altra persona, e poteva andarmi molto peggio. Mi ci sono trasferita poco più di un anno fa. Non è una casa qualunque: è la casa che puntavo dal 2011, da quando sono venuta a vivere a Milano. Non l’avevo mai vista, ma della sua esistenza si parlava spesso in famiglia, al punto che “l’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana” era diventato una specie di leggenda metropolitana, un miraggio che sembrava sempre più evanescente mentre gli affitti milanesi, quelli normali, si facevano sempre più inavvicinabili. L’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana è di uno zio che ci viveva negli Anni 80. Gli successe il fratello, a cui successe un amico di famiglia, che giustamente ci piantò le tende per diciassette anni, diventando destinatario di tutte le mie maledizioni. Nella mia testa era come la casa della nonna di Monica in Friends, un bilocale in centro al costo di un box auto in Barona dove avrei potuto passare gli anni migliori della mia vita, invece che devolvere la totalità dei miei stipendi in affitto.

Per sei anni, neanche a farlo apposta, ho abitato a cento metri dall’appartamento ad affitto bloccato in Porta Romana, in una grotta piena di muffa e con la cucina ricavata da quello che con ogni evidenza sarebbe dovuto essere un armadio, sia per le dimensioni (se aprivi il frigo dovevi uscire) che per l’insolita collocazione, proprio accanto al letto. Il muro della camera era condiviso con una chiesa, ma più che altro col campanile della chiesa, le cui campane rintoccavano dalle 7 del mattino alle 10 di sera ogni mezz’ora, con assoli lunghi ed entusiastici un paio di volte al giorno, talmente forti che mi era impossibile sentire i miei stessi pensieri.

Casa, campane

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