Ridi, ridi che la mamma ha fatto il dolcepanone

Ci sono cose che può insegnarti solo tua madre: come si tira la pasta, qual è il modo migliore per rimuovere ogni tipo di macchia, il trucco dello smalto trasparente per bloccare i fili tirati dei collant. Mia madre mi ha insegnato a giocare a biliardo e a fare il dolcepanone, una specie di budino di pane raffermo che raccoglie in sé tutti gli avanzi del frigorifero e che pertanto è più uno stato mentale, che non una ricetta. Le mie calze sono tutte bucate.

mamma3Non ne faccio segreto, la più mondana fra noi due è lei. La maggior parte dei suoi racconti inizia con “ero a una festa”, mentre io non vado a una festa dal 2012. La sola parola mi provoca l’impulso irrefrenabile di sdraiarmi sul pavimento con una coperta. Eppure mia madre ha fatto di tutto per abituarmi, o meglio educarmi, al suo stile di vita.

Ci siamo trasferite a Parma quando avevo due anni e per lei lasciare Roma voleva dire anche lasciarsi indietro gli anni più divertenti della sua vita, fatti di feste a casa di Nastassja Kinski, brillanti registi omosessuali, tramonti sul litorale di Ostia e albe sulle terrazze romane. Parma però era stata casa sua ai tempi del liceo e in uno slancio di coscienza decise di crescermi in un posto dove le probabilità di essere scippata sotto casa fossero significativamente più basse che in zona Stazione Tiburtina, dove all’epoca abitavamo. Mio padre nel frattempo si era dichiarato inadatto alla convivenza, mettendo fine al matrimonio più breve del mondo, e si era trasferito non molto lontano dalla nostra nuova destinazione.

Eravamo da sole, in una nuova città, in una nuova casa. Tuttavia mia madre non ha mai perso più di dieci minuti a disperarsi e la sua versione della situazione era arricchita da molti punti esclamativi: Siamo da sole! In una nuova città! In una nuova casa! Prima ancora di poter dire “trasloco”, eravamo in giro per bar con i suoi ex compagni di liceo, ex compagni delle medie, ex compagni delle elementari e futuri compagni di sbronze. Anche se sarebbero passati ancora molti anni prima che io iniziassi a bere, il posto che frequentavo più spesso al tempo dell’asilo nido era Il Tosco, dove in piedi su uno sgabello venivo munita di una stecca da biliardo con un piccolo rastrello in punta, prolunga posticcia del braccio che avrebbe dovuto reggere l’altra stecca. Il locale prendeva il nome dal suo proprietario, un uomo dai modi piuttosto rudi e dall’aspetto poco rassicurante che invitava i clienti fumatori a usare il “posacenere grande”: il pavimento. Questo signore sarebbe presto diventato uno dei più cari amici di mia mamma nonché mio occasionale babysitter.

In quegli anni dormivo ovunque: poltrone, sedie, sgabelli, tavoli da biliardo. Non c’era cena, concerto o festa a cui mia madre rinunciasse e non c’era cena, concerto o festa di cui lei non fosse sempre l’ultima ospite sopravvissuta. Io passavo gran parte delle serate a dormire in una pila di cappotti nella stanza adiacente alla pista da ballo.

mamma5A dire il vero, sono molto grata a mia madre per i suoi metodi educativi poco ortodossi. Tutti i ricordi che ho insieme a lei sono ricordi felici. Non si può certo dire che mi abbia viziato: non mangiavamo mai prima delle 10 di sera, la pizza a domicilio era sul menu più spesso di quanto desiderassi e mentre in gita scolastica le mie amiche arrivavano con una borsa di medicine preparata dalle loro madri per ogni emergenza, io partivo sempre con una sola pasticca di tachipirina, spesso scaduta. A mia madre manca completamente il cromosoma della casalinga e il suo istinto materno va e viene, del tutto intermittente. Ma come dicevo, è una questione genetica: è la più grande di cinque fratelli nati in sette anni, nonché unica femmina. Mia nonna è una donna amorevole, ma quando si hanno cinque figli non è facile essere amorevoli sempre e nella stessa misura con tutti. In casa loro la filosofia era Si salvi chi può. Vigeva una forma di darwinismo sociale e l’affetto finiva spesso schiacciato tra tentativi di prevaricazione e lotta per la sopravvivenza. Ogni pasto troppo rumoroso, ogni trasferta che li costringeva in sette su una Ford Cortina, portava sempre con sé una certa dose di nervosismo e sospetto che in quei momenti ci fosse troppa confusione per prendere nota mentale di come si allevano o non si allevano i figli. Qualcosa però deve esserle rimasto perché mia madre di figli ne ha fatti solo due.

Ho sprecato alcuni anni della mia vita a nutrire un profondo rancore nei suoi confronti: mettere la cena in tavola all’ora giusta, non dimenticarsi il bancomat alla cassa dopo aver pagato la spesa e passare a prendere la figlia in palestra in orario erano tutte cose troppo convenzionali e fastidiosamente ordinarie per lei, mentre io da brava figlia di divorziati volevo solo essere il più ordinaria possibile. Tuttora quando torno a casa nel weekend e mi lamento del frigo desolato, mi dà della borghese (cosa che in effetti sono, in confronto a lei). Lei è la donna che si è rotta un gomito ballando, che ha preso a colpi di tacco 12 uno scippatore sull’autobus, che ha vinto due edizioni di seguito del “Premio Gaburro” (un raffinatissimo evento sociale in cui mia mamma e il suo gruppo di amici facevano a gara a chi si vestiva peggio, ripescando dal fondo dell’armadio zatteroni Anni 70 e vecchi cappotti da pappone). Non è facile immaginarsela con un grembiule bianco e rosso a farcire l’arrosto per il pranzo della domenica. Ha farcito alcuni arrosti nella sua vita, ma mai di domenica e probabilmente non era neanche un orario appropriato per mangiarli. mammaMa mia madre non è del tutto sprovvista di razionalità, è solo che la riserva ad alcuni campi d’interesse di sua preferenza. Prima di tutto è architetto, mestiere che richiede una certa dose di precisione. Non ha mai dormito in una stanza d’albergo senza prima averne ridistribuito ogni pezzo di arredamento e, per quanto odi ammetterlo, spesso l’aspetto finale della camera è molto migliore di quello che aveva al nostro arrivo. Ha il frigo più ordinato che abbia mai visto, ogni alimento è disposto a incastro perfetto secondo le regole delle proiezioni ortogonali. Pare anche che mentre aspettava me fosse caduta vittima di una pesantissima dipendenza da Tetris. Insomma il suo bisogno di ordine è confinato all’organizzazione dello spazio, ma per vivere nel mondo preferisce di gran lunga l’improvvisazione.

mamma6 (1)Io invece non sono in grado di improvvisare. Si racconta che gli abitanti di Königsberg regolassero i propri orologi sulle passeggiate pomeridiane di Kant, per quanto era abitudinario. Ecco io, che metto le chiavi nello stesso posto ogni volta che entro in casa e rispondo sempre sempre al telefono, sono noiosa e metodica come Immanuel Kant. L’unico caso in cui una persona regolerebbe l’orologio in base agli spostamenti di mia madre invece è se questa persona volesse essere sempre in ritardo di 45 minuti. Insomma, siamo diverse ed essere diverse non è sempre stato facile. Ma superata quella fase conturbata e conturbante che è l’adolescenza, periodo che ci ha viste in lotta per diverse ragioni profondissime quali la mia ostinazione a mettere le scarpe di tela con la neve o la mia libertà di tagliare le maniche a tutte le magliette che possedevo, ho smesso di vedere in lei una nemica (e di mettere le scarpe di tela in inverno). In qualche modo siamo tornate alle origini, a quando la cosa che mi rendeva più felice al mondo era addormentarmi con lei seduta a lavorare al tavolo da disegno di fianco al mio letto. Abbiamo vissuto insieme per diciannove anni e da quando il nostro rapporto non è più quotidiano, mi è più facile ritrovare quel filo invisibile di solidarietà che ci univa quando c’eravamo solo l’una per l’altra. Ora che la cena me la preparo da sola, mi rendo conto che avevo bisogno di lei quanto lei ne aveva di me e che quei punti esclamativi con cui riempiva le nostre giornate erano molto meno spontanei di quanto abbia mai fatto trasparire. I miei ricordi felici potevano anche non essere tali, ma lei ha sempre fatto in modo che lo fossero. In qualche modo ci siamo protette a vicenda e continuiamo a farlo, nell’unico modo che conosciamo: prendere le cose serie con leggerezza e le cose leggere con serietà.

Dopo 23 anni di vita sono semplicemente giunta alla conclusione che mio padre è mia madre e mia madre è mio padre. Lui mi riempie la dispensa di casa ogni domenica. Lei mi fa ridere, mi presenta ai suoi amici influenti e mi insegna a fumare la pipa, e alla fine ho un padre e una madre e i conti tornano. I conti di cui dovrò preoccuparmi forse saranno quelli dell’analista fra qualche anno, ma per adesso non noto conseguenze disastrose. Ho trovato il mio equilibrio tra adulti squilibrati. E non mi sono mai annoiata in vita mia.

Giulia Pilotti

L’insostenibile leggerezza della solitudine

Quando mi sono trasferita a Milano, ero talmente felice di avere la mia prima casa che il giorno del trasloco ho montato un MALM matrimoniale completamente da sola. Avrei potuto aspettare l’arrivo di Andrea il giorno dopo, ma volevo che la mia vita adulta cominciasse il prima possibile. Due ore e molte dita schiacciate più tardi, mi ero costruita un letto e per quanto basico nella sua architettura, mi sentivo come se avessi appena realizzato l’Apollo 11 con le mie mani. Molto appagata.
2887_1123404492737_4741424_nIn effetti ho sempre provato una passione quasi carnale per i risultati concreti. Da bambina il mio incubo più grande era che alle feste di compleanno a qualcuno venisse in mente di giocare a palla avvelenata: non solo odiavo correre, ma l’idea di doverlo fare in preda al panico, sapendo che presto o tardi (presto) sarei stata colpita da un pallone, era completamente priva di senso. Soprattutto nella logica di una persona che amava passare i propri pomeriggi a decoùpare scatole di legno.
L’unico problema dei risultati concreti era che così come era tangibile la riuscita di un portagioie perfettamente laccato, era tangibile anche il fallimento di tale progetto quando qualcosa andava storto. Odiavo fallire, soprattutto se il mio fallimento era evidente come una ciocca di capelli rimasta appiccicata all’ultimo strato di colla vinilica.
Ho imparato a gestire il fallimento la prima volta che ho fatto gli gnocchi di patate con mia nonna. Avendo quattro anni e due mani minuscole, ero stata messa a strisciare gli gnocchi sulla forchetta per farci le righe e avevo preso il mio compito con il massimo della serietà. Dopo ore di lavoro indefesso, potevo non solo osservare il risultato del mio impegno, ma addirittura assaggiarlo. Per di più non li avevo mai mangiati, gli gnocchi, quindi ero impaziente ed eccitata come alla Vigilia di Natale.
Forse le mie aspettative erano troppo alte, ma quando misi in bocca il primo gnocco di patate della mia vita, ci rimasi malissimo. Non so cosa mi aspettassi esattamente, ma all’epoca il mio cibo preferito era l’ovetto Kinder e forse speravo solo di trovare un sapore meno blando e una consistenza meno viscida. Ad ogni modo, quando mia nonna mi chiese se mi piacevano, con le lacrime agli occhi e un conato di vomito risposi: “buonissimi”. Da quel momento non sarei mai più stata capace di accettare la sconfitta con onore. L’avrei sempre e solo spazzata sotto al tappeto o, all’occorenza, ingoiata.
Quattordici anni dopo, maggiorenne da pochi mesi, mi trovavo ad affrontare il primo viaggio in completa solitudine. Arrivata a Parigi, ero pervasa da un senso di onnipotenza, che si esaurì nei primi dieci minuti delle due ore di metropolitana. Dopo essere scesa alla fermata di Volontaires, speravo che qualche passante, con la proverbiale disponibilità dei parigini, mi avrebbe spiegato la strada per il dormitorio dove ero alloggiata. Nessuno sapeva indicarmi una direzione e nessuno mi aveva aiutato a portare su per le scale della metro i mie venti chili di valigia: ero a Parigi da poche ore e avevo già perso la poca fiducia che mi rimaneva nei confronti dell’umanità. Tutto sommato ero ancora preda dello spirito di Thelma e Louise e una volta sistemata nel dormitorio, trovato per caso dopo un’ora di giri alla cieca, ero già rinvigorita: camera mediamente pulita, bagno dignitoso, nessuna macchia strana sulle lenzuola. Un successo, insomma.
Ma all’ora di cena mi trovai davanti a un nuovo dilemma: mangiare da sola. Per quanto a casa fossi abbastanza abituata a prepararmi il pranzo e consumare un piatto di pasta in solitudine, l’idea di farlo in pubblico mi procurava una certa dose di malinconia. Nella mia testa cominciò a suonare una fisarmonica triste e in bocca sentii distintamente il sapore dei miei primi gnocchi di patate. Quindi dopo aver ostentato un falso entusiasmo al telefono con mio padre, mangiai un pacchetto di cracker, guardai “L’odio” sul computer e andai a letto, sopprimendo ancora una volta il mio senso di inadeguatezza.

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Imparai presto che non c’è niente di disonorevole nel mangiare da soli. L’estate successiva, mentre lavoravo in un ufficio di Londra, realizzai che nelle grandi città, in effetti, è la norma. Anzi, dopo aver condiviso un cubicolo con tre persone per tutta la mattina, non vedevo l’ora di sedermi su un muretto a minimo dieci metri di distanza da un altro essere umano e consumare un sandwich insensatamente costoso senza incrociare lo sguardo di nessuno. Riscoprii il gusto di stare da sola, proprio come quando sceglievo di imparare a fare gli origami nella mia stanza invece che andare a farmi umiliare negli sport in cortile. Non a caso pochi anni dopo mi sarei trovata armata di cacciavite davanti a un letto matrimoniale che sarebbe stato più facile montare in compagnia. Ma il punto è proprio questo: quando ti arrangi, la soddisfazione è doppia.


Ora che sono quasi una persona amo la solitudine e da un paio d’anni, ovvero da quando convivo, a volte la bramo. Ci sono certe cose che avrei preferito tenere nascoste ad Andrea: ogni tanto mi piace consumare i miei pasti direttamente dalla pentola, compro il parmigiano già grattugiato perché sono troppo pigra per usare una grattugia manuale, se mi cade qualcosa per terra ci soffio sopra e la mangio lo stesso, uso le spugne finché non puzzano di carogna e piuttosto che svuotare il buco della doccia dai miei capelli aspetto che la matassa si animi di vita propria, si trasformi nel cugino Itt della famiglia Addams e se ne vada da sola. Però nessuno è perfetto e ogni volta che trovo una scatola, un cassetto, uno sportello che Andrea lascia sistematicamente aperto o i suoi calzini sparsi sul pavimento, mi dico che dopotutto posso permettermi di fare un po’ schifo ogni tanto. Lui svuota il buco della doccia senza fare una piega, io chiudo i cassetti in silenzio e ci amiamo come prima.

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Due settimane fa abbiamo festeggiato il nostro sesto anniversario. Festeggiato in realtà è un termine poco appropriato: l’ho accompagnato in aeroporto e l’ho salutato per i prossimi tre mesi (che per due persone che hanno passato insieme gli ultimi 2190 giorni equivale a morire). Dopo aver smoccolato su un gelato biscotto per qualche minuto, seduta su una panchina di Malpensa con vista aerei (per flagellarmi ulteriormente mancava solo che mi mettessi a guardare un film sull’Olocausto), mi sono ricomposta e sono tornata a casa nostra. Ma per la prima volta da molto tempo la solitudine non era così gradita. Per i primi giorni mi sono aggirata per casa come un’anima in pena, annusando la sua parte del letto e piangendo tutte le volte che trovavo qualcosa di suo: un rasoio, le sue scarpe, un cassetto aperto.
Poi mentre cominciavo a sentirmi una housewife degli Anni 50 con il marito in Corea, ho realizzato che se avevo imparato a mangiare da sola in pubblico e ad apprezzarlo, potevo anche imparare ad essere una ragazza alla quale manca il fidanzato, ma misuratamente. Così ho abbracciato la mia momentanea zitellaggine e ho deciso di toccare il fondo: sono andata al cinema da sola. L’esperienza è stata non dissimile dall’assemblaggio di un comodino: dopo alcuni momenti di totale sconforto, sono tornata a casa fiera di me.

Per contingentare la tristezza mi sono vestita bene e mi sono truccata, come per segnalare alla gente intorno a me che non ero una gattara sola e disperata, ma una giovane donna indipendente che sceglie di passare il suo sabato sera in compagnia di se stessa.
Arrivata alla cassa, ho bisbigliato “un biglietto” e quando la signorina dietro al vetro ha urlato “UNO???” ho avuto l’impulso di scappare o scavarmi una buca e metterci la testa dentro, come quando il comodino è quasi completo e scopri che hai montato tutti i cassetti al contrario. Ho respinto l’impulso e ho alzato l’indice: “UNO”. Seppur consapevole che a nessuno fregasse assolutamente nulla del fatto che fossi lì da sola, non potevo fare a meno di sentirmi osservata, studiata come l’Elephant Man. Mentre avanzavo con gli occhi bassi, mi aspettavo che il ragazzo addetto a sbigliettare tirasse fuori un forcone infuocato da un momento all’altro e cominciasse a rincorrermi verso l’uscita.
Una volta in sala è stato tutto più facile: al buio non era fisicamente possibile incrociare lo sguardo degli altri e avvertire la loro compassione. Quando si sono riaccese le luci alla fine del film, ho avuto di nuovo l’istinto di correre via, ma mi sono fatta forza e ho lasciato scorrere i titoli di coda per qualche secondo, per poi alzarmi e andarmene con forzata nonchalance.
Ero sopravvissuta. Ma mentre tornavo verso casa, leccando un gelato che aveva l’inequivocabile sapore degli gnocchi di patate, ho capito che la parte difficile era appena cominciata. Avrei voluto parlare del film con qualcuno, mangiare quel gelato in compagnia. Ero orgogliosa, ma in qualche modo incompleta e mentre me ne rendevo conto pensavo che l’amore è una gran fregatura e allo stesso tempo la cura di ogni male: per quanto indipendente, autonoma e piena di risorse io possa essere, per quanto il senso di libertà dato dall’andare in bagno con la porta aperta sia impareggiabile, per quanto mi piaccia leggere un libro in salotto senza il sottofondo di Tupac nella stanza di fianco, niente sarà mai meraviglioso quanto stare soli insieme.

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Giulia Pilotti

La mutanda è mia e la gestisco ìa

Come donna sono un po’ uomo. La mia trousse, per esempio, è composta da tre miseri elementi: un correttore, un eye-liner e un mascara, che giacciono secchi nell’armadietto del bagno e vengono riesumati solo in occasioni specialissime. Mi lavo i capelli con prodotti da supermercato, accontentandomi di una frangia più simile a quella di Joey Ramone che non a quella di Jane Birkin. Non so camminare sui tacchi, che indosso solo se posso stare seduta per una ragionevole quantità di tempo. A un’insalata preferisco un panino con la porchetta e le gag a base di scoregge mi fanno sempre morire dal ridere. Eppure la figura esile, l’attrazione per gli oggetti che luccicano e il mio totale disinteresse per qualsiasi sport, fanno sì che io abbia comunque diritto di cittadinanza nel genere femminile. 10868170_10205128782006599_2020407191303291778_n Da bambina in realtà ero quanto più bambina una bambina possa essere: adoravo le Barbie, che nelle mie storie passavano ore infinite dal parrucchiere, guardavo “La Bella e la Bestia” in media tre volte a settimana, il mio colore preferito era il fucsia e tutte le volte che potevo esprimere un desiderio, chiedevo di avere i capelli lunghi e biondi. La mia educazione sentimentale proveniva dalla selezione cinematografica di mia nonna e mia zia, con cui ho passato quasi ogni sabato sera fino all’inizio del liceo. “A piedi nudi nel parco”, “Colazione da Tiffany”, “Come sposare un milionario”, “Harry ti presento Sally” e “C’è posta per te” alimentavano, visione dopo visione, le mie aspettative sull’amore. Speravo  che un giorno anch’io avrei trovato un uomo bello, ricco, sagace e pazzo di me.

All’asilo io e la mia amica del cuore Sofia (ignorando che saremmo state l’una l’anima gemella dell’altra e che le nostre grazie non avrebbero attratto nessun uomo ancora per molti anni) avevamo scelto i nostri fidanzatini all’interno del gruppo classe. Loro non lo sapevano, ma questo non era rilevante. In questo delirio, avevamo persino costretto le nostre madri a organizzare una cenetta con i due poveri malcapitati, che si erano presentati vestiti da damerini con un mazzolino di fiori a testa, che ovviamente gli avevano messo in mano le loro mamme. Per me e la Sofi era comunque un successo.

Quella sera, mentre giocavamo in cortile, il mio inconsapevole fidanzatino mi tirò su la gonna mostrando le mie mutande a tutti. Cercai di dissimulare la vergogna, ma mi sentivo ferita e umiliata e delusa dal suo comportamento, non degno di un Robert Redford o di un George Peppard dei miei sogni. Così, senza saperlo, smettevo di essere femmina e diventavo una femminista.

Mio padre mi ha raccontato che quando era al liceo il collettivo femminista, fra le altre cose, si scagliava contro l’attribuzione del genere maschile al clitoride. “Si chiama LA clitoride” dicevano “altrimenti noi ci mettiamo a dire LA CAZZA”. Ecco, non sono e non voglio essere quel genere di femminista: ritengo di potermi radere le ascelle senza sentirmi un oggetto sessuale schiavo del sistema. Amo gli uomini, mi piacciono per tutte le caratteristiche che li distinguono da noi, per la totale assenza di retropensieri con cui portano avanti le proprie amicizie, per lo stacco d’inguine che esce dai jeans, per la loro necessità di essere tenuti per mano nel mondo e per l’incertezza delle loro emozioni, e gradisco la loro compagnia spesso molto più di quella delle ragazze. Amo anche le ragazze, in realtà, ma solo quelle che sanno esserlo nel modo giusto (ma questo vale anche per i ragazzi). 20816_10206127871983224_8599422483843062650_n

Poco alla volta, ho raffinato i miei pensieri in fatto di parità dei sessi: ho imparato a non invidiare le donne più belle, più talentuose o più ricche di me e ho cominciato ad ammirarle nel loro successo, cercando piuttosto di capire quali fossero i miei personali motivi d’orgoglio. Ho smesso di criticare le ragazze “facili”, a patto che la loro lascivia fosse sostenuta da un consapevole slancio di emancipazione e che la loro autostima fosse sufficientemente alta da permettere di trovare conferme anche fuori dalla camera da letto. Sarò anche una vecchia zia, ma sono convinta che la vagina dovrebbe essere l’ultimo posto in cui riporre le proprie certezze, almeno in giovane età. Una volta capito questo, puoi fare anche le orge con gli animali del circo: non sarò certo io a giudicarti.

Possiamo e dobbiamo ridere di noi stesse. Che senso ha rivendicare a oltranza la nostra abilità alla guida? Spesso e volentieri non siamo portate per il volante, ma essendo in grado di generare la vita umana, direi che possiamo anche rinunciare al dono del parcheggio perfetto. Non possiamo rinunciare invece alla libertà di prendere decisioni che riguardano il nostro utero e il nostro corpo, o a uno stipendio pari a quello di un uomo che fa il nostro stesso lavoro. E al diritto di far vedere le mutande solo come, quando e a chi vogliamo noi. Per questo devo ringraziare il mio inconsapevole fidanzatino dell’asilo e il suo gesto poco galante. Sono stata uno scricciolo di ragazzina per tutta l’adolescenza, mi sono venute le prime mestruazioni praticamente ieri e a dirla tutta sto ancora aspettando che mi crescano le tette. Insomma se non fosse stato per quella sua inappropriata pulsione sessuale, magari avrei scoperto di abitare il corpo di una donna molto più tardi e forse ora avrei meno amor proprio e qualche malattia venerea in più. Quella prima umiliazione ha impedito che ce ne fossero altre a venire. 10689915_10204947749240893_2849080164395546518_n

Per ora è andato tutto bene. Ho trovato un ragazzo bello, ricco, sagace, pazzo di me e pure femminista, come nella migliore delle mie fantasie, non solo d’infanzia. Per quanto maschia io possa essere, gli faccio cambiare le lampadine, talvolta gli urlo addosso senza un motivo logico e mi siedo comodamente al posto del passeggero. Perché se anche avessi la patente, sono sicura che parcheggerei malissimo: sono pur sempre una donna.

Ma ancora prima di essere una donna, sono un individuo e credo sia questa la chiave di un femminismo che non puzzi di cantina e patchouli stantio. I contorni di genere oggi sfumano gli uni negli altri, tanto che ci siamo dovuti inventare un nome per gli uomini che si fanno le sopracciglia ad ali di gabbiano. La vera sfida ormai è avere un’identità definita. Io non sono mia madre, non sono mio padre, non sono l’uomo con cui condivido il letto. Sono sempre e solo una persona che cerca il proprio posto nel mondo. E non è forse quello che facciamo tutti?

Giulia Pilotti

Morte a Focene

2887_1123404612740_4080459_nSono una persona prudente. Non mi tuffo mai dagli scogli, sopra ai 70 km/h comincio ad agitarmi e non nominatemi neanche le montagne russe. Quando avevo cinque anni mi sono buttata da un brucomela in corsa perché la velocità mi sembrava davvero folle. Così ho quasi ucciso mia madre, che si aspettava la faccia gioiosa della figlia all’uscita del breve tunnel e si trovò davanti a un lombrico meccanico senza nessuno a bordo. In quegli stessi anni camminavo con cautela sui tappeti elastici, senza mai staccare i piedi dalla rete, e mi sedevo sull’altalena, rigorosamente immobile, mentre gli altri bambini tentavano l’equivalente infantile della scalata dell’Everest: il giro della morte. Va da sé che io non mi sarei mai arrischiata in un’impresa che portava un nome tanto preoccupante.

Tuttora vivo in punta di piedi e non ho nessuna fascinazione per le attività estreme. La vita spericolata non la voglio, la temo e non la capisco. Le mie rarissime esperienze con le droghe si sono svolte nella sicurezza di un appartamento o di un luogo privo di spigoli e non prima di aver scritto su un foglio tutti i numeri d’emergenza, qualora il mio cervello si fosse trovato a rimuovere queste informazioni e la capacità di utilizzare la rubrica del cellulare.

A tenermi sveglia la notte non sono mai questioni di spessore filosofico, ma è piuttosto la certezza che qualcuno prima o poi entrerà in casa mia e dopo aver rubato i miei beni più preziosi (il computer e una copia autografata della “Famiglia Winshaw”), mi ucciderà nel sonno. Quando sono in metropolitana, nascondo la griffe della borsa per non dare strane idee ai borseggiatori, che dopo avermi accoltellato capirebbero che l’unica cosa di valore, tra il portafoglio vuoto e quello che può essere definito solo come un accumulo di spazzatura, era in effetti la borsa.

Attraverso solo col verde, perché nella mia mente c’è, vividissimo, il rumore che farebbe il cranio spaccato se una macchina mi travolgesse. Le uniche fibre autodistruttive che possiedo convogliano verso il consumo consapevole di cibo scaduto, ma solo perché oltre ad avere paura di tutto sono anche maledettamente pigra: se sfido l’intossicazione alimentare, è per non uscire di casa a comprare del cibo fresco e perché so che la salmonella nel 2015 non dovrebbe essermi fatale. Insomma, non voglio morire.

Ho cominciato a non voler morire il 31 agosto del 1997. Avevo 5 anni e come ogni estate ero a Focene nella casa al mare dei nonni, insieme a mia mamma. Quel giorno ci lasciava Lady D, l’unica principessa di cui avessi nozione che non fosse un cartone animato e per la prima volta nella mia vita, mi scoprivo triste per la morte di qualcuno (che non fosse un cartone animato). Quello stesso giorno, la mattina, mia madre aveva pestato una siringa usata sulla spiaggia (dove, non a caso, anni prima avevano girato il film “Amore tossico”) ed era corsa all’ospedale mentre mio padre per telefono mi spiegava cos’era l’aids. Nonostante l’esaustiva e dettagliata lezione su come funziona il nostro sistema immunitario, la cui morale era “drogarsi fa male e bisogna sempre indossare le ciabatte in spiaggia”, conversazione che probabilmente instillò in me la refrattarietà all’uso di sostanze psicotrope e l’odio per il mare, la situazione mi era ancora poco chiara.

Improvvisamente mi dovevo preoccupare di qualcosa al di fuori dalle esigenze della bambola Sbrodolina. Ad esempio la vita dei miei genitori, che fino a quel momento era stata una delle poche certezze al mondo. Questo però non è esatto: a quell’età non avevo certezze, perché non mi ero mai neanche posta il problema. La mattina mi svegliavo e mia madre era lì, nella camera accanto alla mia. Mai mi aveva sfiorato l’ipotesi che ciò potesse anche non verificarsi. Ora invece si insinuava nei miei pensieri un’ombra scura, la prima vera certezza che avessi mai avuto e che con l’incidente di Lady Diana e le mie recenti, confuse nozioni sull’aids prendeva un nome secco e terrificante: morte.

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Mia madre non prese l’aids, ma l’episodio alimentò un morbo che covavo già da tempo: se prima non ero una bambina spericolata, ora ero ufficialmente una cagasotto terrorizzata dalla vita. Mi apprestavo a diventare quella persona con cui nessuno vuole andare al luna park. Perché diciamocelo, sparare alle lattine con una pistoletta ad aria compressa non comporta certo un’overdose di adrenalina.

Diciotto anni dopo non sono migliorata, ma poco alla volta sto imparando a fare i conti con l’idea che non esistere non sarà poi molto peggio che esistere. Intanto mi affanno a cercare un modo per lasciare traccia di me: regali alle persone che amo, racconti stupidamente autobiografici, piatti sporchi nel secchiaio della cucina. Non so se basterà, ma mi piace pensare che in questo modo sopravviverò al mio corpo (che visto quanto viene curato dalla sua padrona, è già piuttosto inutile). Non sarò mai pronta per dire addio a nessuno e non sarò mai pronta a lasciare questo mondo. Ma quando succederà, di certo non sarò a bordo di un brucomela.

Giulia Pilotti

Essere o non essere Giulia

A volte, quando faccio la spesa, mi sorprendo a invidiare la cassiera del supermercato. Non deve decidere niente: qualsiasi articolo le consegni il nastro trasportatore, non deve fare altro che afferrarlo e traghettarlo all’altra sponda, restando comodamente seduta. Non può sbagliare, non ha scelta.

Io odio sbagliare e odio scegliere. Se una persona volesse mandarmi in crisi, basterebbe che mi chiedesse di scegliere un film per una serata tra amici. E se poi lo detestassero tutti? E se li annoiasse a morte? Nel dubbio non scelgo niente, non chiedo niente.

Quando ero bambina, chiedere un regalo ai miei genitori mi faceva sentire una persona orribile. In ogni caso, non era difficile capire i miei gusti: a volte mi appoggiavo con fare disinvolto a uno scaffale di un negozio, proprio di fianco a Barbie Magia delle Feste, a cui rivolgevo rapidi ma languidi sguardi. Piuttosto che dire a voce alta che la desideravo, avrei preferito giocare a mosca cieca in cortile per il resto della mia vita. Mi sembrava che chiedendo un regalo per me, avrei tolto qualcosa ai miei genitori e che per questo mi avrebbero amato di meno. Non potevo sopportarlo. 2887_1123404572739_2338914_n

Poi arrivava il Natale e finalmente potevo sbizzarrirmi: un signore barbuto con cui non ero imparentata e da cui mantenevo un educato distacco, portava doni per mestiere e, da quanto potevo intuire dalla pubblicità della Coca Cola, sembrava che fosse anche felice di farlo. Era quasi uno sgarbo non chiedergli di portarmi un paio di giocattoli, gli avrei impedito di fare il suo lavoro. Quindi gli scrivevo lettere lunghissime, iniziando sempre con una bella leccata di culo, così da non sembrare troppo avida o, peggio ancora, scortese. “Caro Babbo Natale, non ho ancora avuto l’occasione di ringraziarti per la bellissima bambola che mi hai portato l’anno scorso, la pettino tutti i giorni e le ho fatto dei vestiti nuovi con le mie mani. Quest’anno però vorrei…”

Il Natale, in questo senso, era una vera liberazione. Dall’altra parte però portava con sé un dramma esistenziale: i miei genitori erano divorziati e io dovevo scegliere con chi dei due passare le feste. Mi trovavo in un vicolo cieco: chiunque avessi scelto, l’altro avrebbe sofferto. Mia madre e mio padre si sono separati prima che imparassi a parlare, quindi in realtà avevano pianificato le divisioni prima che io potessi dire la mia a riguardo: Vigilia di Natale con papà, Pasqua con mamma. Rimaneva però l’insopportabile zona grigia del 25 dicembre, a cui non era stato assegnato nessun genitore.

Mio padre mi aveva raccontato la storia di Re Salomone e del bambino conteso fra due madri, e io in quelle circostanze non potevo non identificarmi almeno un po’ in quel neonato biblico. Non che i miei genitori mi contendessero, ma che non fossero alleati era chiaro come il sole. Tuttavia non mi hanno mai costretto a scegliere: per il pranzo di Natale, alla fine, uno dei due faceva un passo indietro, scegliendo al posto mio e liberandomi dal panico dell’indecisione. Quasi come nella Bibbia, insomma. Inoltre, intorno ai quattro anni, mi era stato insegnato che a chi mi chiedeva se volevo più bene alla mamma o al papà dovevo rispondere “che te ne fotte” (con mano a pigna e accento pugliese) quindi è evidente che non fossi proprio predisposta al concetto di scelta. 2887_1123405492762_1389869_n

In qualche modo, però, credo comunque di essere stata strappata in due: so esattamente cosa voglio, ma mi guardo bene dal renderlo noto a persone che non siano io, me e me stessa. Faccio una fatica sovrumana a dire di no a chiunque, compresi i testimoni di Geova che mi suonano a casa la domenica mattina, ma per il gusto di una buona battuta sarei pronta a rovinare qualsiasi amicizia. Sono indipendente e autonoma da quando ho memoria, ma mi rifiuto di guidare la macchina o qualsiasi altro mezzo di locomozione. I tramonti mi lasciano del tutto indifferente, ma se vedo due anziani che si tengono per mano devo correre a cercare un posto appartato dove piangere in santa pace. Mi piacciono Jane Austen e i Clash in egual misura. Sono curiosa come una scimmia e pigra come un bradipo. Amo le persone e odio la gente. Sono ambiziosa, ma invidio le cassiere del supermercato.

Nonostante tutto, ho un’autostima da maschio alpha, inclinazione caratteriale che si è manifestata in tenera età: mi chiedevano “come ti chiami” e rispondevo “io SONO Giulia” con lo stesso tono sprezzante con cui dicevo “che te ne fotte” e come se fossi l’unica bambina al mondo a portare quel nome. Di nuovo, non c’è bisogno di scomodare Freud per analizzarmi: per tutti sono sempre stata la solida, affidabile, matura Giulia, figlia esemplare, amica fedele, e amorevole fidanzata. I miei genitori mi venerano, i miei amici mi stimano, il mio ragazzo non può vivere senza di me. Insomma è già tanto che non me ne vada in giro facendo pipì negli angoli per marcare il territorio.

Lascio che tutto questo corrobori il mio ego da ventitré anni, ma a volte basta una giornata di pioggia o un cardigan allacciato storto per farmi vacillare: e se non fosse abbastanza? Se tutta questa fiducia nelle mie capacità fosse malriposta? Chi siamo? Da dove veniamo? Perché non ho detto a quel cameriere che c’era un pelo pubico nel mio piatto?

Forse invecchiando mi stancherò di vivere compiacendo gli altri e mi farò i capelli colorati o un tatuaggio tribale o mi metterò a fumare crack. O forse  arriverà l’apocalisse e tra i sopravvissuti saranno i boy-scout che sanno accendere il fuoco o gli ingegneri che sanno costruire una pila a poter andare avanti e io mi renderò conto di essere del tutto inutile all’umanità.

Per il momento però mi piace essere la solida, affidabile, matura Giulia e ogni volta che mi guardo allo specchio vedo esattamente quello che vorrei vedere. Non so se vale, ma si potrebbe persino dire che un paio di scelte dopotutto le ho fatte: ho scelto di non sapere qual è il Pantone dell’anno, continuando a mettermi i vestiti Anni Novanta di mia madre; ho scelto di fregarmene delle serate in discoteca, della musica elettronica e dei drink annacquati. Ho scelto di leggere molti libri e provare a costruirci sopra una specie di carriera. Ho scelto di amare la stessa persona per gli ultimi sei anni, senza dubbi o esitazioni. Ho scelto di parlare coi miei genitori, conoscerli a fondo e renderli costantemente partecipi della mia esistenza, per non avere mai rimpianti. In realtà ho anche scelto di vivere compiacendo gli altri, perché in fin dei conti mi piace piacere. Ho scelto di rimanere fedele a me stessa e di essere sempre, un giorno alla volta, l’eroina della mia storia.

Senza titolo

 

Giulia Pilotti