L’importanza di chiamarsi Pilotti

Il padre di mio padre era un colonnello dell’esercito e il suo non era solo un mestiere, ma un modello educativo. Appoggiare i gomiti sul tavolo da pranzo e avere dei sentimenti erano solo due delle sciatterie che in casa Pilotti erano considerate semplicemente inaccettabili. Se potessi tornare indietro nel tempo, nel 1972, a un pranzo del Circolo degli Ufficiali di Bologna, incontrerei un bambino magro di 9 anni con dei Lozza della mutua troppo spessi e le ginocchia troppo convergenti, intento a sistemarsi il nodo di una  cravatta troppo grande. Del resto, anche presentarsi al Circolo degli Ufficiali senza cravatta era semplicemente inaccettabile. Quel bambino strabico era mio padre e forse ora non lo riconoscerei affatto.

Copia di Drivin' nowhere

Adesso Maurizio Pilotti è un signore imponente, il tipico genitore che il tuo ragazzo del liceo preferirebbe non conoscere: due metri di uomo barbuto con occhi chiari da lupo siberiano. In ogni stagione dell’anno le maniche della sua camicia sono arrotolate, come se fosse sempre pronto a prenderti a pugni. Eppure c’è stato un tempo in cui a prenderle era lui. Una volta, da bambino, venne mandato a comprare il lambrusco e sulla strada del ritorno un cane piuttosto arrabbiato lo inseguì fino a casa. Mio nonno, a cui mio padre non riferì dell’inseguimento perché avrebbe dovuto ammettere di aver avuto paura e la paura è per i deboli (e quindi assolutamente inaccettabile), si trovò ad aprire una bottiglia che esplose dopo essere stata agitata con cura per diverse centinaia di metri. Il colonnello non la prese bene e tra un ceffone e l’altro, all’età di 7 anni, il piccolo Pilotti decise che tipo di genitore sarebbe diventato: sarebbe diventato sua madre.

Mia nonna era mamma a tempo pieno. Far sentire amate le persone che ama è sempre stato il suo talento più evidente (oltre a quello per la gratinatura al forno). Maurizio si rese conto in breve tempo che tra il signore che si sfilava la cintura ogni due per tre e la signora che lo rimpinzava di cibo delizioso, non c’era proprio gara.

Ci sono stati anni in cui dissimulare qualsiasi vaga somiglianza con il padre gli è riuscito particolarmente facile: bastava indossare un passamontagna e battersi a colpi di molotov per cause che non solo il colonnello non avrebbe appoggiato, ma che avrebbe preso a cannonate senza pensarci due volte (la rivoluzione proletaria? semplicemente inaccettabile). Ma col passare degli anni i contorni sono sfumati gli uni negli altri: il colonnello ha smussato i suoi spigoli e mio padre si è evoluto in uno strano incrocio dei suoi due genitori, diventando un papà militarescamente affettuoso.

2177_1078874699520_1866_nSe Pilotti ti vuole bene, non hai scampo: ti darà tutto (in quantità eccessive e/o spendendo troppo), ma solo se rispetti le sue regole. I pilastri della mia educazione sono stati: non interrompere, dì per favore e grazie, giù i gomiti dal tavolo e se non sai qualcosa, chiedi. Una volta imparate queste facili regole (intorno ai 3 anni), venni promossa a essere umano più che degno della sua stima. Non ero capricciosa e producevo pochissimo rumore. In più, avevo imparato a scendere dallo scivolo urlando “Folgore” come si fa nei paracadutisti. Ero praticamente la figlia perfetta.

In questi ventidue anni il suo modello ha funzionato bene: mi ricordo distintamente tutte le liti che abbiamo avuto. Tutte e tre. La regola numero uno, “Non interrompere”, ha fatto sì che negli anni imparassimo ad ascoltarci. Ascoltarci a vicenda e conoscerci sempre più a fondo era il modo migliore di passare il nostro tempo insieme e spesso era anche l’unico. I miei hanno divorziato che portavo ancora il pannolone e da allora io e mio padre abbiamo vissuto in città diverse. Da che ho memoria, abbiamo sempre passato molto tempo al telefono. Quando non eravamo al telefono eravamo seduti fianco a fianco in macchina o, in periodi meno rosei, su un treno regionale, diretti verso la pasta al forno della nonna. Una consuetudine che non solo mi ha portato a conoscere a memoria il lato destro della sua faccia, ma ha definito le linee guida del nostro rapporto: due orecchie, rivolte l’una verso l’altra, che procedono vicine e parallele nella stessa direzione.

Mio padre non ha mai smesso di essere mio padre. Non esserci a tutti i miei primi giorni di scuola, dall’asilo all’università, sarebbe stato per lui semplicemente inaccettabile. Perdersi un mio saggio di danza? Semplicemente inaccettabile. Lasciare che i genitori delle mie amiche mi riportassero a casa la sera tardi? Inaccettabile (anche se forse sarebbe stato più pratico, considerato che lui veniva a prendermi partendo da un’altra città).

E’ stato mio amico quando ne avevo bisogno, ma non si è lasciato sedurre dall’idea di abolire le nostre norme per conquistarmi. Con le dovute eccezioni: quando ero bambina, a tavola con altri, si stava secondo le leggi di Monsignor della Casa, ma se eravamo da soli potevamo dilettarci in fragorose gare di rutti.

Negli anni, ai quattro comandamenti capitali, se ne sono aggiunti altri (“Rutti in confidenza”, “Non avrai altro dio al di fuori di John Belushi” e “Se devi spendere 8 euro, almeno vai a vedere un bel film”) e lentamente sono diventata una giovane donna di cui Pilotti potesse andare fiero.
La verità è che anch’io sono fiera di mio padre. Persino in quell’età infame che è l’adolescenza, non mi sono mai vergognata di lui. Mi piaceva che ci sapesse fare con i miei amici e che dopo averli conosciuti fosse in grado di regalare a ognuno un libro che avrebbe poi cambiato loro la vita (Non aver letto I quarantanove racconti di Hemingway? Inaccettabile).

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Mi dice sempre che sono una Pilotti 2.0, una versione affine ma più riuscita. In effetti da mio padre non ho preso solo le spalle larghe, le mani grandi e la predisposizione naturale a risolvere i conflitti con una testata. Io e quel bambino strabico abbiamo molto in comune (compreso un filo di strabismo). Ma lui è cresciuto in caserma: suo padre era il comandante di battaglione, lui l’unica recluta.

A volte penso di doverlo vendicare, ma la verità è che non ne ha bisogno. La sua vendetta è stata darmi delle regole e poi concedermi di infrangerle. Con me ha sciolto il battaglione, aperto la porta della cella di rigore e buttato via la divisa (gli anfibi no, quelli li porta anche in spiaggia). Tanto male non mi pare che sia andata: non ho mai lanciato una molotov, non ho draghi cinesi tatuati addosso e non ho mai fatto niente per farlo incazzare di proposito (a parte uscire qualche mese con un tizio vagamente razzista, ma avevo quindici anni e all’inconscio non si comanda). Inoltre, quando sento che sto per tirare una testata a qualcuno, mi fermo sempre in tempo.

Mi ha riservato un amore inflessibile, senza pause. Con un intento pedagogico non molto velato, mi raccontava sempre una storia su dieci uomini attorno a un fuoco, che stendono la mano sopra le fiamme. L’ultimo che la ritira, è il più forte. E’ stato un papà così, credo: poco indulgente, ma soprattutto con se stesso. Ci ha provato in ogni modo, al punto da cimentarsi anche in esperimenti di gratinatura al forno. I risultati non sono sempre entusiasmanti, ma non mi importa: grazie a lui so già che madre sarò. O almeno, che padre sarò.

GP

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Che ci faccio qui?

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Per anni mi sono sentita un incidente di percorso.

I miei genitori mi hanno messo al mondo, si sono sposati e hanno divorziato prima che mi fossero usciti tutti i denti da latte. Hanno avuto il buon gusto di risparmiarmi lanci di stoviglie e scenate separandosi prima che io potessi rendermene conto, ma la loro storia d’amore non ispirerebbe di certo un film romantico con Sandra Bullock. Più li conoscevo, crescendo, più una domanda sorgeva spontanea: ma come gli è venuto in mente? 

Quando si sono conosciuti erano giovani, ma non abbastanza per lasciarsi travolgere dall’incoscienza. Mia madre, ventisettenne, era una studentessa di architettura ambiziosa e di bella presenza, in possesso di un paio di gambe notevoli (di cui conserva ancora l’originale bellezza). Mio padre, universitario latitante e giornalista precario di venticinque anni, aveva un debole per le caviglie sottili e le cause perse.

La mia amica del cuore dell’asilo amava raccontare di come si erano conosciuti i suoi  genitori perché la storia era tremendamente romantica nonché molto simile a quella di Rudy e Anita della “Carica dei 101” (equivalente infantile dei film con Sandra Bullock). Decisi allora di scoprire se almeno i miei avevano avuto un primo incontro degno di nota. Niente da fare: si erano conosciuti grazie ad alcuni amici in comune. Neanche un dalmata imbizzarrito, niente guinzagli intrecciati. 

Capire cosa li avesse uniti mi riusciva sempre più difficile e nel frattempo, a interferire con la mia obiettività, ci si metteva pure il mio film preferito all’età di sei anni: “Genitori in trappola”, una commedia in cui una Lindsay Lohan non ancora avvezza a crack e botulino, interpreta due gemelle separate alla nascita (cresciute una con il padre e una con la madre) che si ritrovano a un campo estivo e dopo essersi scambiate di posto, tramano con successo per riunire i due genitori. A parte che ero abbastanza sicura di non avere una gemella in Napa Valley, la mia utopia hollywoodiana era comunque lungi dal realizzarsi. I miei non sembravano odiarsi, ma non riuscivo a immaginare due persone meno adatte a stare nella stessa stanza per più di due ore, figuriamoci a rimettere insieme la nostra famiglia. 

Tra i primi anni delle elementari mi fu raccontata la storia del fiore e dell’ape, ma la mia comprensione della fecondazione era ancora limitata. Fu grazie alla scena della carrozza in “Titanic” che scoprii cosa voleva dire fare l’amore e più avanti, alle medie, ottenni nuovi pezzi del puzzle quando a scuola mi spiegarono che c’erano alcuni modi per non avere figli tutte le volte che lo si faceva. Che i miei genitori fossero stati così sbadati? Il dubbio si insinuava nelle mie speculazioni con forza sempre maggiore.

La teoria continuò a prendere forma con l’adolescenza, quando cominciai a ricomporre la mia storia, sommando i frammenti raccolti negli anni (intanto io mi guardavo bene dal fare l’esplicita domanda che mi tormentava), e con il tempo, nella personale lista intitolata “Che ci faccio qui?”, aggiunsi altri interrogativi. I miei, fino alla mia nascita, avevano vissuto per anni in città diverse (Roma lei, in giro lui), quindi di fatto erano stati insieme senza stare insieme. Mia madre si era laureata allattandomi e mio padre, fuori corso, aveva acceso il turbo e aveva finito gli esami solo quando aveva scoperto che ero in arrivo io. Quando nacqui, mia madre aveva appena aperto uno studio di architettura con un’amica, mio padre si era iscritto a una scuola di giornalismo a Roma, ma faceva il bagnino a Fregene per guadagnare due soldi. Lei, che in realtà avrebbe voluto fare fare l’astronauta, aveva una passione per i progetti estremi e sognava di costruire una casa di gomma in cui poter saltare da un piano all’altro. Lui, con un santino di Hemingway nel portafoglio, era sempre pronto a partire per nuove imprese senza capo né coda. Latte in polvere oggi, freelance in Bosnia domani. 

A peggiorare il tutto, si aggiungeva l’assenza di una casa in cui allevarmi. In un primo periodo stavamo tutti e tre dai miei nonni materni, in una casa in cui vivevano ancora due fratelli di mia madre e che presto diventò più affollata del Raccordo Anulare nell’ora di punta. Così ci trasferimmo in un monolocale a Pietralata, dove rischiavi di prenderti una coltellata tutte le volte che andavi a comprare il pane (la casa era in realtà una cantina, ex abitazione del custode, e avrebbe ucciso l’amore anche tra Paolo e Francesca). Insomma, fuori dalla nostra porta non facevano la fila per girare le pubblicità dei Saccottini.

Le informazioni in mio possesso erano tante e portavano tutte alla stessa conclusione, ma col tempo decisi che tutto sommato non mi importava. Sentivo l’amore incondizionato dei miei genitori, nonostante fosse ripartito tra giorni feriali (mamma) e fine-settimana (papà) e non mi serviva altro perché invece di una famiglia sola me ne avevano regalate due. L’importante era che si comportassero come se mi avessero voluto. 

Non moltissimo tempo fa ho scoperto che si comportavano come se mi avessero voluto perché in effetti mi avevano voluto. Contro ogni logica, avevano deciso di mettermi al mondo e nella loro collezione di progetti sconclusionati, in realtà io ero il più razionale. Non sono stata il frutto di una distrazione, ma della passione di due persone che per qualche anno si sono volute bene, hanno riso molto e un giorno, forse ubriachi fradici, hanno persino valutato la possibilità di passare insieme il resto della loro vita (in una casa di gomma in Bosnia, magari). A conoscerli sembra impossibile, ma di certo non mi posso lamentare. Dopotutto, devo loro la vita. 

GP

Tutto-si-tiene

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Da mia mamma ho preso tre cose: le caviglie sottili, la capacità di bere come un uomo e il Tutto-si-tiene. Il Tutto-si-tiene è un gene ereditario, come l’anemia mediterranea o la menopausa precoce, e da generazioni affligge le donne della mia famiglia.

Io non butto via niente, mia mamma non butta via niente e sua mamma, prima di lei, affrontava dilemmi amletici quotidiani di fronte agli avanzi di cibo (sono abbastanza sicura che la scelta di prendere un cane fosse stata dettata dalla necessità di rifilare il prosciutto scaduto a qualcuno).

Sarei pronta a scommettere che la bisnonna Ramira avesse interi cassetti ripieni di nappe per le tende appartenute a sua madre, che a sua volta doveva aver trovato inaccettabile l’idea di separarsene, e state pur certi che mia figlia lotterà strenuamente per tenersi le bacchette del cinese a domicilio.

Per anni ho portato un berretto di lana che per quanto prudeva più che un cappello era un crimine contro l’Umanità. Avrei potuto cambiare cappello, certo, ma quello lì aveva scartavetrato la fronte di mia mamma e dei suoi quattro fratelli dopo di lei per anni e anni. Sarebbe stato un peccato buttarlo (o usarlo per scrostare le pentole). Quindi la cuffia del demonio passò da me a mio fratello Andrea che, in quanto ultimo arrivato, è tuttora nell’occhio del ciclone del Tutto-si-tiene.

Nel suo caso però il Tutto-si-tiene comporta anche alcuni vantaggi: ha un’ampia scelta di IPod usati di capacità e colori differenti (bianco 2GB, nero 4GB e uno argentato da 8GB che ha la particolarità di non funzionare dal 2010), è legittimato a non liberarsi del mini-flipper che non tocca dalla prima elementare (accanto a cui è parcheggiato il mio camper di Barbie, 1998) e può trovare in casa sua la soluzione a molti problemi. Come quella volta che perse il primo dentino.

L’aveva accuratamente sputato e messo da parte sul comodino, dove quella notte, dicevano, sarebbe passato il topo dei denti a lasciare la giusta ricompensa per quella gengiva vacante. Purtroppo il minuscolo incisivo andò disperso prima di sera. Ora, mio fratello presenta un carattere ereditario raramente diffuso in famiglia: l’isteria. L’idea che non fosse più in grado di pagare pegno al roditore del catasto lo faceva impazzire, si era giocato la possibilità di racimolare qualche soldo facile e questo lo mandava in bestia. Dirgli che sarebbe passato comunque non servì a nulla: come faceva il topo a sapere dove andare? E perché avrebbe dovuto pagarlo per un dente della cui esistenza non c’erano prove? Non è che un topo va in giro a regalare soldi senza motivo, no?

Cominciai a pensare a come sedare la crisi di nervi. Mentre ponderavo le due soluzioni possibili (dargli cinque euro e farla finita o preparargli una camomilla al Lexotan), mia madre entrò in camera sfoggiando un sorriso beffardo e con una mano furtiva mi fece segno di seguirla, come uno spacciatore sulle Ramblas. In bagno aprì l’armadietto delle medicine con aria compiaciuta e ne tirò fuori una piccola scatola di legno, a forma di valigia in miniatura. Data la collocazione della valigetta, sospettavo che l’idea della camomilla al Lexotan l’avessimo avuta in due. Invece il suo contenuto mi colse del tutto impreparata: i miei denti, tutti i miei denti da latte erano lì, piccole conchiglie ossidate. Mia madre li aveva conservati per una decade, nella speranza che un giorno sarebbero stati di una qualche utilità. Quel giorno era arrivato: c’era finalmente bisogno di un dente di ricambio.

Gli occhi di mia mamma brillavano di soddisfazione, scoppiammo a ridere e continuammo fino alle lacrime. Il fatto è che in quella piccolissima scatola erano contenute tutte le nostre psicosi più bizzarre, le idiosincrasie più ridicole, nella forma più assurda e grottesca in cui potevamo imbatterci. Venti denti umani. Era come essere travolte all’improvviso dalla valanga di oggetti accumulati fino a quel momento: esilaranti bottoni orfani, buffissimi bicchieri della Nutella, spassosi incarti di vecchi regali. Nelle orecchie ci risuonava il nostro grido di battaglia (“magari ci serve!”). Eravamo faccia a faccia con la nostra follia e la cosa ci faceva morire dal ridere.

Una volta ricomposte, sostituimmo l’incisivo incriminato con uno dei miei, fingendo di averlo ritrovato per terra, e mio fratello si addormentò sereno, salvato a sua insaputa da una malattia genetica.

Nata seduta

Consegna: Un ricordo d’infanzia, 3 cartelle 

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Sono nata seduta. Il 14 maggio del 1992, in un ospedale sull’isola Tiberina, mia madre si rassegnava al parto cesareo, perché nei nove mesi precedenti non avevo trovato la voglia di invertire la rotta verso l’uscita.

Sono nata seduta e sono rimasta seduta per quasi due anni. Mentre gli altri bambini si issavano aggrappandosi ai mobili di casa e muovevano i primi passi, io, seduta, mi facevo strada nel mondo strisciando sul sedere e remando sul pavimento con i talloni, come un granchio pigro. Amavo il parquet, odiavo i tappeti.

Poi, intorno al ventesimo mese di vita, mi sono arresa alle convenzioni: mi sono alzata e ho camminato. Non ero una campionessa, pare che fossi in grado di spostarmi solo su coordinate rette. Quando arrischiavo una curva, l’equilibrio mancava in un attimo e venivo trascinata per terra dal peso sproporzionato della testa. Mi facevo portare ai tappeti elastici e ci correvo sopra, senza mai staccare entrambi i piedi dalla superficie. Era ormai evidente a tutti in famiglia che il mio futuro non era nell’atletica.

In compenso ero abbastanza sveglia. Durante il primo anno d’asilo, quando dopo pranzo tutti i miei compagni venivano mandati in soffitta per il riposino, io restavo con la mia maestra preferita, e mi facevo insegnare ad allacciare le scarpe. E a leggere l’orologio. E a contare in inglese. E a fare il découpage. E a leggere. E a scrivere. E a scrivere in corsivo. Così mentre gli altri dormivano, io per tre anni ho portato avanti il mio personalissimo campo di addestramento militare in vista delle elementari.

Poi le elementari sono arrivate e le mie scarse doti fisiche tornarono a essermi d’impaccio, mentre sapere i giorni della settimana in inglese e la formazione dei Beatles non mi era di nessun aiuto. Il primo giorno di scuola sono stata felicissima per almeno mezz’ora. Avevo uno zaino di Barbie che sembrava più adatto a contenermi, che non starmi sulle spalle, e mi ero fatta fare le trecce da mio padre per assomigliare a Baby Spice, la mia Spice Girl preferita. Al mio fianco l’amica del cuore, Sofia (dopo pranzo andava in soffitta a dormire pure lei. In compenso si arrampicava sugli alberi meglio di una scimmia). Mi sentivo invincibile, almeno fino a quando non vidi il mio nuovo vicino di banco, Pasquale. Pasquale, più avanti soprannominato da mio padre “Pascalone ‘e Nola”, sembrava aver appena mangiato almeno tre compagni di classe e mi guardava come se io dovessi essere la quarta. Facevo bene ad avere paura, nei cinque anni successivi cercò di mettere fine alla mia esistenza più di una volta. Il primo tentato omicidio avvenne proprio a mezz’ora dal mio entusiastico esordio scolastico, quando senza nessun preavviso venni afferrata per una treccia e strattonata da una mano sudata e molto determinata a rovinarmi la vita. Ero furiosa, mi aveva disfatto la treccia. Chiesi alla maestra di rifarmela, ma l’Angela era sbrigativa al limite del nazismo e, inspiegabilmente, meno capace di mio padre, a fare le trecce. Così tornai a casa con una treccia e un codino, amareggiata per la mia inferiorità fisica e un po’ dispiaciuta che nessuno mi avesse chiesto di scrivere il mio nome in corsivo.

L’incubo però non era ancora cominciato. Venni presto a conoscenza dell’ora di palestra, di cui ora non ricordo altro che l’odore nauseante del pavimento gommato e il rumore delle Superga che vi facevano attrito, producendo un suono acuto, come l’urlo di un gatto. Per fortuna c’erano molti posti dove sedersi: la spalliera; la trave; il quadro svedese.

In seconda elementare, per puro caso, scoprii che stare sdraiata era anche meglio che stare seduta. Ai genitori avevano consigliato di iscrivere i bambini a qualche corso sportivo pomeridiano. Così, come se l’ora di palestra non fosse abbastanza snervante, il martedì mi ritrovai a dover andare a “mini-volley”, dove un tale Filippo con il piercing all’orecchio e seri problemi a controllare il tono di voce, ci urlava contro sparando raffiche di palloni gialli. Prima di allora non avevo mai odiato nessuno, ma grazie a Filippo scoprii il disprezzo. Non ci volle molto perché cominciassi a marinare il “mini-volley”.

La biblioteca della scuola era proprio di fianco alla palestra ed era tappezzata di libri e cuscinoni su cui sedersi, ma sopratutto sdraiarsi. Fingere di fare sport diventò fin troppo divertente, fino a quando non rischiai di uccidere mio padre. Un pomeriggio in cui mi sarebbe venuto a prendere lui, ero troppo immersa nella lettura degli Sporcelli per controllare l’ora e presentarmi all’uscita della palestra quando tutti gli altri ne emergevano rossi e sudati. Quel giorno mi dimenticai e lasciai mio padre a vagare in preda al panico per almeno un’ora. Mentre lui si sentiva prigioniero delle pagine di Bambini nel tempo io ero seduta. Anzi sdraiata. Ma poco prima che scattasse la telefonata alla polizia, gli arrivò l’ispirazione: e se fosse seduta? E se fosse sdraiata da qualche parte?

Mi trovò, sdraiata e del tutto ignara di averlo portato a pochi millimetri dall’infarto. Ma non mi sgridò, il sollievo di non avermi ritrovato in un cassonetto della spazzatura ma nella biblioteca della scuola era molto superiore alla rabbia. In qualche modo era fiero di me e della mia coerenza: ero nata seduta e crescevo seduta, fedele a me stessa.