Postquam

Consegna: “A volte ritornano”

Premessa: il racconto è in parte ispirato a una puntata di Black Mirror. Non voglio furbeggiare e prendermi meriti che non ho.

A quelli che troveranno analogie con un’altra storia (di vita reale, purtroppo) dico che tali analogie non sono assolutamente casuali.

Dipinto di William Turner

Postquam

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Sono passati cinque anni da quando l’oceano si è preso mio figlio. Cinque anni ho aspettato su quella spiaggia, sperando di vederlo riemergere dall’acqua.  Stefano, mio marito, dice che sono pazza, che devo lasciarlo andare. Ma io lo sapevo, sapevo che il mio bambino sarebbe tornato da me.

Ho visto Alex per l’ultima volta nell’estate del 2012. Stava sulla porta di casa con lo zaino in spalla. Avevo paura perché era magro come uno scheletro e lo zaino sembrava schiacciarlo a terra. Non mi ero mai separata da lui per più di qualche giorno, e ora se ne stava andando per un mese con i suoi amici. Stai tranquilla, mi ero detta, non fare la chioccia. Era un bravo ragazzo, il mio Alex. Non si metterà nei guai, pensavo.

Qualche giorno dopo mi chiamò da Oviedo. -Tutto bene,- mi disse -ci stiamo divertendo un sacco-. Aveva la voce leggera e allegra come quella di un bambino.

Lui e i suoi amici stavano attraversando la Spagna verso ovest, verso l’oceano. Arrivarono a Coruña qualche giorno dopo, e qualche giorno dopo persi il mio ragazzo. -Portato via dalla corrente-, mi disse il carabiniere che bussò alla nostra porta quella soffocante mattina di luglio. Nessuna spiegazione, neanche il corpo su cui piangere.

Stefano non si rassegnava. Cercate meglio, diceva. Perdeva peso a vista d’occhio e la notte non dormiva. Anch’io non dormivo. Non uscivo di casa e non rispondevo al telefono. Quel maledetto telefono che continuava a squillare. -Devono smetterla di chiamarci, cazzo!- aveva urlato una volta Stefano, sbattendolo contro il muro del corridoio. La verità è che non riuscivamo a parlarne neanche fra di noi. Avevamo un pensiero comune e denso come il petrolio che ci teneva più lontani che mai: era solo colpa nostra.

Ci fu il funerale una settimana dopo, seppellimmo una bara vuota. Nessuna madre dovrebbe sopravvivere al figlio, questo è certo. Dopo la cerimonia mi passarono davanti molte persone di cui non ricordo che l’ombra. -Condoglianze- dicevano. Mi abbracciavano, ma io non sentivo niente. Un’amica di Alex che non ricordavo di aver conosciuto mi passò un biglietto da visita di quello che credevo un gruppo di sostegno. -Mi ha aiutato molto quando ho perso mio padre- mi disse. Lo misi in un taschino della borsa, determinata a non utilizzarlo mai.

Tornata a casa, quel pomeriggio, misi a posto la stanza di mio figlio. Non ero ancora riuscita ad entrarci, da quando era partito. Aveva lasciato tutto in disordine e la scrivania era coperta da un groviglio di fili e aggeggi elettronici. Dio, quanto tempo passava davanti a quel computer. -I social sono il futuro, mamma- mi diceva sempre. Ci sapeva fare, era la sua passione.

Quella sera, nel suo letto, mi addormentai dopo giorni di estenuante insonnia e quella notte tornò da me. Quando la mattina dopo mi svegliai nella luce fresca dell’alba, ebbi una fitta al cuore. Non era tornato, era solo un sogno. Ero condannata ad aspettarlo per il resto dei miei giorni.

Trovai mio marito in soggiorno davanti alla televisione accesa. Non la stava guardando, sembrava più che altro fissare un punto lontano, oltre lo schermo. Aveva gli occhi freddi e incavati e mi sembrava che gli si fossero rinsecchite le labbra. Non mi parlava da giorni. -Dobbiamo andare a riprendercelo- gli dissi allora.

Stefano girò la testa di scatto verso di me. -Smettila- disse, -la devi smettere. Non tornerà-. Io ribattei che non avevano ancora ritrovato il corpo e che magari era lì fuori da qualche parte, ad aspettare di essere salvato. Gli dissi che stavamo perdendo tempo, che dovevamo pensarci noi, che l’avremmo trovato.

Lui scoppiò a piangere, sbattendo i pugni sui braccioli della poltrona. In ventitré anni di matrimonio non l’avevo mai visto piangere. Smettila, continuava a dire, non tornerà. Fu in quel momento che capii che avrei dovuto pensarci io. Fu in quel momento che decisi di trasferirmi a Coruña. Pochi giorni dopo ero su quella costa arsa dal vento e i miei pensieri si schiantavano tra una roccia e l’altra come quelle onde malvagie che mi avevano rubato la felicità.

L’estate è finita per cinque volte e come lei anche l’autunno, l’inverno e la primavera. Le venti stagioni che ho passato a Coruña sono state tutte uguali per me, tutte dello stesso colore. Un grigio spento, screziato solo da una speranza che sbiadiva ogni giorno di più. Le ore, i minuti e i secondi del vuoto in cui mi ero rinchiusa, erano scanditi delle nitide parole di mio marito. Smettila, diceva, non tornerà. E mentre il volto di Alex si oscurava nella mia testa, io rimanevo aggrappata alla mia gabbia.

E’ venuto a trovarmi, Stefano, un mese fa o forse di più. Il volto era segnato dagli anni passati, ma era ancora l’uomo che avevo amato in giorni migliori. Era di una bellezza composta e calda e rassicurante. -Mi hai abbandonato- mi ha detto lui. -Mi hai abbandonato- gli ho risposto io. Diceva che dovevo tornare indietro, che mi stavo uccidendo lentamente. Mi ha quasi convinta.

Abbiamo fatto l’amore e per poco mi sono sentita bene, mi sono sentita a casa. Ricordavo ancora il suo corpo a memoria e ogni profumo mi era familiare. Ma quando ci siamo sdraiati l’uno accanto all’altra, sapevamo entrambi che quello sarebbe stato il nostro ultimo incontro. Sapevamo che lui sarebbe tornato a casa, lasciandomi solo qualche vecchio vestito di scorta, un cellulare nuovo e il suo sapore in bocca, e io invece sarei rimasta a Coruña, ad aspettare il fantasma di una vita che non ci apparteneva più. A pensarci bene eravamo diventati due estranei.

Lui ripartì la sera stessa e io cambiai le lenzuola.

Sono passati cinque anni da quando l’oceano si è preso mio figlio. Cinque anni ho aspettato su quella spiaggia, sperando di vederlo riemergere dall’acqua. Oggi, per la prima volta, so che non ho aspettato invano.

E’ il 7 giugno e il mio Alex compie ventiquattro anni. Ho apparecchiato per due e ho fatto il suo dolce preferito, la crostata con le fragole.

Mentre frugavo nella borsa in cerca di un pezzo di carta su cui scrivere gli auguri al mio bambino, ho trovato il biglietto che mi aveva lasciato la sua amica al funerale. Allora non l’avevo neanche guardato, ma quando vivi in isolamento per cinque anni, impari a prestare attenzione a ogni cosa. C’era scritto POSTQUAM, le persone che ami vivono per sempre e cambiava colore come un opale, a seconda dell’inclinazione. Stranamente incuriosita, ho preso il telefono lasciato da Stefano e ho digitato il numero iridescente. Una voce registrata mi ha detto di digitare nome e cognome della persona con cui volevo parlare. L’ho fatto. E’ comparsa una foto di Alex sullo schermo e la voce mi ha chiesto di accedere ai profili di facebook e twitter della persona scelta. Ero spaventata, ma ho cliccato sul sì.

-Rielaborazione dei dati in corso- c’era scritto. Centinaia di foto di mio figlio hanno cominciato a scorrere sullo schermo del cellulare velocissime. Frammenti di video, pezzi della sua voce. Per trenta secondi ho fissato quell’accelerazione della sua vita e mi sono sentita svenire. Dio, quanto mi è mancato. All’improvviso si è fermato tutto. -Rielaborazione dei dati terminata- c’era scritto. -Non spegnere il dispositivo-.

Un attimo dopo il telefono ha preso a squillare. -Alex- c’era scritto -chiamata in entrata-. Ho schiacciato il verde con il dito sudato e ho aspettato in silenzio.

-Mamma- mi ha detto -mi senti?-

Era proprio il mio Alex e aveva la voce leggera e allegra come l’ultima volta che l’avevo sentito. Sono scoppiata a piangere, non riuscivo a respirare.

-Che cos’hai da piangere- mi ha chiesto, ridacchiando come faceva quando mi prendeva in giro. Dio, come si divertiva a prendermi in giro.

-Sei proprio tu?- gli ho chiesto.

-Certo che sono io, ti sembro Martin, per caso?- mi ha risposto.

Mi sono seduta al tavolo apparecchiato e mi sono versata un bicchiere d’acqua per calmarmi. Martin era il nostro cane e solo Alex lo chiamava così.

Non sapevo neanche da dove cominciare. -Mi sei mancato- gli ho detto singhiozzando -mi sei mancato come l’aria-.

-Anche tu mamma- mi ha risposto Alex -non sai quanto-.

Gli ho chiesto come fosse possibile e perché non mi avesse chiamato per cinque anni. -Dovevi pensarci tu- mi ha detto. -Te lo dicevo, mamma, te lo dicevo che il futuro era nei social. Grazie a tutto quello che ho scritto e condiviso su internet adesso possiamo parlarci. Il computer ha analizzato la mia vita online e ha ricostruito la mia identità. Non è pazzesco?- Mi ha chiesto divertito.

-Lo è- gli ho risposto sincera -è incredibile-. Mi sono morsa il labbro fino a tagliarlo, solo per assicurarmi di essere sveglia. Ho assaporato il gusto del sangue e ho aspettato che parlasse di nuovo.

-E poi sai come si dice- ha continuato Alex -a volte ritornano-. Mi ha fatto ridere, erano cinque anni che non ridevo. Poi la comunicazione si è interrotta con un breve fischio acuto e sullo schermo è comparso il logo di Postquam. -Per usufruire ulteriormente dei nostri servizi, selezionare un metodo di pagamento- c’era scritto.

-Al diavolo- ho pensato mentre selezionavo la piccola carta di credito in basso a destra -il futuro è nei social-.

L’interpretazione dei segni

Consegna: “Un eccentrico popolare”, 3 cartelle.

Foto di Erwin Olaf

L’interpretazione dei segni

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Conobbi Oliver la prima volta che stava per morire. Era un sabato pomeriggio assolato, decisamente lontano dagli standard londinesi di marzo, e stavo facendo spesa al Borough Market. Ero molto concentrata sulla scelta di un pezzo di carne e proprio mentre ordinavo mezzo chilo di macinato di cavallo e un paio di filetti di manzo, Oliver cadde sui miei acquisti. Un ragazzo sui 25 anni, non particolarmente attraente (ma neanche sgradevole alla vista), con i capelli neri e la pelle più bianca che avessi mai visto, giaceva in mezzo alle costate di maiale. Certo, ci misi un po’ a concentrarmi sul suo aspetto fisico, ero più preoccupata dal fatto che un essere umano fosse piovuto dal cielo e dalla consistente quantità di sangue che gli ricopriva il corpo inerme. Capii poco dopo, con grande sollievo, che il sangue proveniva dalle costate di maiale su cui era atterrato, ma in ogni caso non sono cose che ti capitano tutti i giorni.

Riprese coscienza quasi subito. <Sono morto?> mi chiese alzandosi e spazzando via una coscia di pollo dalla spalla. Aveva una di quelle facce che ti sembra di conoscere da una vita.

<Incredibilmente, sembri piuttosto vivo> gli dissi. Gli altri avventori del mercato non sembravano colpiti dall’accaduto più di quanto non lo fossero dagli eccellenti branzini che erano arrivati quel sabato a Borough.

<Accidenti, doveva essere un suicidio> mi disse rispondendo al mio sguardo basito e indicando distrattamente le alte travi di ferro della struttura del mercato coperto. A guardarlo bene non era affatto male. Sembrava in salute e, sangue di maiale a parte, era anche ben vestito. Mi pareva che uno così non potesse avere un motivo al mondo per desiderare un check out tanto anticipato. Aveva persino una camicia di Brooks Brothers (di quelle belle che cadono addosso che è una meraviglia) e dei bei pantaloni scuri che sembravano proprio fatti su misura. Doveva essere felice per forza.

<Chiamo un’ambulanza> dissi, cercando istericamente il telefono nella borsa.

<No no, grazie, lascia stare. Devo andare a cena da mia madre. Non credevo di doverci andare oggi, ma sono vivo e in ritardo quindi farò meglio a scappare. Io sono Oliver, comunque. Ci si vede in giro>.

Si scrocchiò il collo prendendosi il mento con una mano e la nuca con l’altra e torcendo la testa prima a destra e poi a sinistra, dopodiché si avviò verso l’uscita. Era più alto di quanto mi era sembrato sdraiato sul banco carni.

Due settimane dopo stavo facendo colazione con la mia amica Stacy  in un bar di Brewer Street. Stacy aveva sempre cose interessanti da raccontare e cominciava ogni storia con frasi tipo “Vivienne Westwood mi ha veramente fatto incazzare alla cena di Natale” o “Il Dalai Lama, che persona deliziosa!”. Così, per una volta che potevo impressionarla con un aneddoto divertente, avevo deciso di raccontarle la storia del suicida al Borough Market. Stacy mi fermò a metà del mio racconto concitato.

<Miracle Man> mi disse.

<Sì, è stato davvero fortunato. Si è fatto un volo di almeno venti metri> le risposi io, un po’ stizzita per l’interruzione.

<No, non hai capito. Lo chiamano Miracle Man. In due settimane ha cercato di ammazzarsi dodici volte ed è sempre sopravvissuto. E’ su tutti i giornali. Ma dove vivi?>  E sbatté una copia del Sun di fianco al mio muffin alla banana.

In effetti era in prima pagina. “Miracle Man: pericoloso squilibrato o protetto dal Signore? Continua a pagina 6”. Andai a pagina 6. C’era un servizio di ben 4 pagine, proprio su Oliver. A quanto pareva si era dato da fare: in quindici giorni si era buttato dalla terrazza della Tate e dal London Eye, si era legato un sacchetto di piombini a un piede per poi tuffarsi nel Tamigi da un traghetto turistico, si era sdraiato sui binari della metropolitana a Liverpool Street e aveva leccato la tazza del water del Buffalo Bar di Islington (a mio avviso, l’azzardo più sconsiderato). Aveva schiaffeggiato un leone allo zoo, mangiato 150 ali di pollo fritto del KFC, si era buttato in mezzo alla strada a Oxford Circus nell’ora di punta, ma per qualche motivo il Signore aveva altri piani per Oliver e in un modo o nell’altro cadeva sempre in piedi. Letteralmente.

Ebbi una folgorazione: quello del Borough Market era stato il suo primo tentativo e in un certo senso, se c’era qualcuno che aveva capito il potenziale di quel ragazzo prima di tutti ero io. Dio stava mandando un messaggio ad entrambi. A lui stava dicendo di rimanere fra noi e a me stava chiedendo di andarlo a cercare. Insomma, dopotutto era caduto proprio davanti a me, era un segno. Eravamo destinati a incontrarci.

Quella sera, a casa, cenai davanti al telegiornale, sperando di ricevere notizie della mia nuova anima gemella. Non ci volle molto prima che mandassero un servizio in diretta sul mio Oliver. Stavolta stava cercando di impiccarsi alla balaustra del Millenium Bridge. Bisognava riconoscergli una certa classe nella scelta dei luoghi e una drammaticità decisamente degna di nota. Quasi senza rendermene conto, mi ritrovai fuori di casa, ma non prima di aver messo la giacca buona e le Jimmy Choo di vernice. Stavo pur sempre andando a salvare l’uomo della mia vita.

La folla sul Millenium Bridge iniziava a vedersi già da Saint Paul. Quando arrivai (ci misi un po’. I piedi mi facevano un male cane, non è facile correre con un tacco 12) Oliver era ancora vivo, anche se non aveva per niente una bella cera, con quella corda intorno al collo a fermargli la circolazione. Nessuno aveva cercato di tirarlo su, ma in quanto a foto e video erano stati tutti molto efficienti.

Mi feci largo tra le macchine fotografiche dei giapponesi e i giornalisti e mi inginocchiai vicino al nodo sulla balaustra. Era davvero ben fatto. Mio padre mi portava sempre in barca da piccola, so riconoscere un nodo ben fatto e quello era uno dei nodi migliori che avessi mai visto.

<Oliver! Non farlo, tesoro, dobbiamo passare insieme il resto dei nostri giorni! Dio ci ha mandato dei segni!> Oliver controllò l’ora e decise che era stato appeso abbastanza. Apparentemente senza sforzo, risalì la corda con le braccia e si issò sul ponte.

<Se ne può parlare. Tanto a quanto pare non riesco a morire> mi disse con il respiro un po’ affannato. Quella sera lo portai a cena fuori, per sollevarlo un pochino.

Non passammo insieme il resto dei nostri giorni. In effetti arrivammo a malapena al terzo appuntamento, ma lui diventò in poco tempo un escapologista famoso e il sabato sera guardo sempre il suo programma in tv (l’hanno chiamato proprio “Miracle Man”, il programma).

Dopotutto, forse, avevo interpretato male i segni.

Milano, 1930

Consegna: Milano 1930, 2 cartelle

Milano, 1930

 città che sale

Mi credono uno di loro. I fascisti, dico. Ma non hanno mai capito davvero il significato delle mie parole. Eppure se ne sono appropriati, hanno preso i miei ideali e li hanno masticati e sputati e fatti loro. Non si sono neanche mai chiesti se a me andava bene, ma io ho lasciato credere a tutti, per vent’anni, che sì, mi andava bene così ed ero d’accordo con loro e partecipavo ai loro comizi e combattevo al loro fianco. Li ho lasciati fare, ho regalato loro le mie idee. All’inizio non vedevo l’arma che avevo messo nelle mani del duce. Ha tradotto la mia azione in distruzione e la mia velocità in guerra. E gliel’ho lasciato fare. Cinque anni fa mi sono reso conto che il mio progetto di creazione di una società nuova stava marcendo in un crogiolo passatista.

Mussolini inneggiava al mito dell’antica Roma e io, non potendo provare ormai altro che disgusto per quell’ottuso reazionario, me ne sono andato. Ma non sono un vigliacco, dovevo agire, non fuggire. Quindi sono tornato dalla sua parte e gli ho offerto ancora le mie parole, le mie parole piene di progresso. Ma non ci ha mai visto il progresso in tutte quelle parole, solo distruzione dissennata e pugni di ferro. Se avesse capito davvero di cosa parlavo avrebbe saputo come contribuire al mio progetto e ora non starebbe per morire. Poteva essere il mio eroe, il mio uomo nuovo, e ha scelto di essere mio nemico. Ma questo non lo sa, non l’ha mai saputo. Infatti adesso sono qui, proprio dietro di lui. Lo ascolto, batto le mani mentre urla alla folla di piazza Duomo che ci sarà una revisione dei trattati di Versailles. Passato, passato, sempre passato. Eppure non si volta mai. Si fida dei suoi uomini.

Fa male. La mia Smith & Wesson ha sei colpi in canna e preme fredda contro il mio fianco. Freme quasi, anche lei ha voglia di sparare. L’Isotta Fraschini mi aspetta in piazza Missori. E’ stata lei ad ispirarmi. Con quell’incidente in auto nel 1908 ho capito, tra la vita e la morte, il potenziale che avevano le macchine nella nostra vita. Dovremmo essere più simili a loro, alle macchine. Veloci, in continua evoluzione, prefigurazioni del futuro. Sto pensando alla mia Isotta Fraschini e la mano scivola da sola sulla Smith & Wesson. Da qui non mi vede nessuno, ma quando sparerò arriveranno tutti. Proprio qui, dietro al palco. Devo essere pronto alla fuga, devo confondermi con la folla e arrivare alla mia Isotta Fraschini il più velocemente possibile. Non sarà difficile, sono carico di un furore traboccante, sarò velocissimo. Fra pochi secondi cambierò il corso della storia, la morte del duce segnerà il punto di rottura per la nascita di una sensibilità nuova.

La sua nuca si tende lucida davanti a me, piena di vene gonfie di odio. La Smith & Wesson vibra nella mia mano destra e mi comanda. Zang tumb tumb. Il corpo del duce oscilla davanti a me e stramazza, come un cavallo malato che viene abbattuto. Non ho tempo di accertarmi, ma sono sicuro di averlo ucciso. Ho mirato proprio alle vene gonfie di odio che si ramificavano sulla sua nuca tesa e lucida. Corro verso piazza Missori e la città corre con me. Il Duomo spicca il volo verso l’alto, via Torino fugge lontanissima come un treno. E io sono come la mia Isotta Fraschini. Potente, veloce, dinamico e scivolo via nella città che sale. Sono un uomo macchina. Sono un uomo del mio tempo. Sono Filippo Tommaso Marinetti e ho appena cambiato il futuro.

Le parole non sono come i cani

Consegna: una persona incontra due persone sul treno. Le due persone a un certo punto scendono. 3 cartelle.

Foto di Robert Adams

Le parole non sono come i cani

Robert Adams

 Ieri ho conosciuto i genitori di mio figlio. E’ un peccato che non abbiano convenuto con me sulla questione, ma io posso giurare che fossero proprio loro.

Ero sul regionale per Milano, una mia amica più grande mi aveva consigliato di non abortire nel nostro paese, perché le voci corrono ad Alserio. La mia amica lo sa bene. Aveva più o meno la mia età quando rimase incinta e doveva ancora finire il liceo. Aveva ritenuto fuori luogo sia tenere il bambino, sia parlarne con i suoi genitori. In ogni caso non ce ne sarebbe stato bisogno, perché quando abortì sua madre lo venne a sapere il giorno stesso da una sua amica ostetrica. Il liceo non l’ha finito comunque, i suoi l’hanno mandata a lavorare.

Quindi eccomi sul treno di venerdì mattina. Mio padre mi ha accompagnata in stazione come ogni mattina perché ad Alserio non ci sono scuole superiori e devo prendere il treno per Como ogni giorno che Dio manda in terra. Solo che ieri, per la prima volta, ho preso un altro treno. Non è stato difficile.

Era piuttosto pieno di pendolari, vista l’ora, e mi sono accaparrata il primo posto libero che ho incontrato. Ero contenta perché c’era una poltrona vuota anche di fianco a me e ci ho messo lo zaino. Non mi piace tenermi le cose in grembo. Da quando ho scoperto di essere incinta mi dà proprio fastidio, come se appoggiata lì ogni cosa fosse molto più pesante.

Davanti a me c’era una coppia di ragazzi, giovani, ma non abbastanza per essere una coppia di studenti. Potevano essersi sposati da poco, forse convivevano da qualche anno. Sicuramente lavoravano a Milano, si capisce dai vestiti quando due lavorano a Milano. Lui aveva un completo sobrio, sul grigio, mi sembra, e una sciarpa bordeaux, un po’ appariscente per i miei gusti. Lei invece mi piaceva molto. Aveva delle scarpe da uomo inglesi, di quelle di pelle con i lacci e i buchini sopra. Adoro le donne che sanno portare delle scarpe del genere, io non potrei mai, perché ho le ginocchia troppo grosse. Quella ragazza invece aveva le gambe sottili, e portava dei pantaloni stretti a vita alta che la facevano sembrare ancora più magra.

Lui era gentile con lei, le parlava guardandola negli occhi e le teneva la mano con le dita incrociate. Mi sembrava che stessero bene insieme e sono sempre invidiosa delle persone che stanno bene insieme. Io sono negata a scegliere le persone e il fatto che ieri mattina fossi su quel treno da sola ne è la dimostrazione. Un padre c’era, ovviamente. Solo che non ha voluto accompagnarmi.

Quei due invece, si vedeva lontano un miglio che erano felici. Stavano parlando di alcuni amici o colleghi di lavoro, non so. Lei aveva un sacco di opinioni interessanti ed era evidente che lui pendesse dalle sue labbra. Non che mi sembrasse uno di quelli zerbini che fanno i succubi e poi hanno l’amante. Sembrava proprio innamorato. E pure divertente, mi è parso. Lei rideva spesso, cercando di fermare una ciocca di capelli ondulati dietro all’orecchio. Non avrei saputo dire chi dei due avesse il carattere dominante. Forse lei, perché era così sicura di sé e portava quelle scarpe con una tale disinvoltura.

Probabilmente aveva arredato la loro prima casa con colori caldi, per renderla accogliente. Ho pensato che magari cucinavano anche insieme la sera e si divertivano a inventare le ricette, perché nessuno dei due era tanto bravo. La camera da letto doveva essere di quelle ordinate, con la parte di lei e la parte di lui. Perfettamente uguali. Forse avevano anche una stanza degli ospiti in cui avevano dipinto le pareti di un color pastello, perché un giorno sarebbe diventata la stanza dei bambini. Erano troppo giovani per averne già. Con questo pensiero in testa, ho perso il controllo sulla mia lingua

– Volete un bambino? – gliel’ho chiesto davvero. Mi è uscito così, non mi sono neanche tolta le cuffie dell’ipod. Infatti all’inizio mi hanno solo guardato e sono tornati a parlare fra di loro, perché forse credevano che fossi al telefono con l’auricolare. Mi sono levata le cuffie.

– Scusate se vi disturbo, ma volete un bambino? – era evidente stavolta che stavo parlando con loro.

-Come, scusa? – Mi ha risposto lei. Aveva un sorriso garbato. Forse pensava che fossi una matta.

-Mi sembrate una bellissima coppia, avete dei figli? –

-Sei molto gentile – mi ha risposto lei, rivolgendo un sorriso brillante al marito – No, non ne abbiamo ancora –

-Ne volete uno, diciamo, fra sette mesi e mezzo? Io sto andando ad abortire, ma non mi va molto di farlo. Preferirei darlo a una bella coppia come voi – cominciavo a vedere un’ombra di imbarazzo nei loro occhi, ma ormai mi era uscito dalla bocca. Mio padre me lo dice sempre: le parole non sono come i cani, se fischi non tornano indietro.

-Stai scherzando? – adesso era lui a parlarmi, con una ruga preoccupata sulla fronte.

-No. Allora lo volete sì o no? –

Poi mi sembra mi abbiano chiesto se volevo chiamare qualcuno o qualcosa del genere. Sono scesi dal treno a Rogoredo e non si sono neanche voltati per salutarmi. Ma io posso giurare che fossero i genitori perfetti. Almeno per un bambino che i genitori, alla fine, non li avrà mai.

A volte ritorno

Visto che lasciare il blog in putrefazione un po’ mi dispiace, ho pensato di cominciare a pubblicare alcune cose che scrivo quando non sono in vacanza e quando non prendo treni. Anche perché quest’anno le mie vacanze saranno al massimo alla piscina comunale e in quanto ai treni, beh vorrei prenderne il minimo indispensabile.

State quindi per scoprire, probabilmente con un po’ di delusione, che ogni tanto so anche essere seria. Pure troppo. Forse pallosa. Forse è meglio se tornate su facebook a stalkare il vostro ex che adesso esce con quella cessa.

Per i più temerari invece, ecco qui un mio racconto scritto per il corso che seguo da un paio d’anni.

Consegna: “Adesso basta”, 3 cartelle.

LITIGARE UCCIDE

Edward HopperLi sentiva benissimo, di là in soggiorno. Litigavano da più di un’ora ormai. Eddi non riusciva a dormire quando i suoi litigavano. Non voleva neanche andarci, a dormire, ma sua sorella Emma l’aveva trascinato a lavarsi i denti e a mettersi il pigiama. Non ti preoccupare, gli aveva detto, fanno sempre così. Era quello il problema. Facevano sempre così.

Li sentiva oltre il muro della sua camera quasi tutte le sere. Non cercavano neanche di abbassare la voce, si capiva ogni parola. A volte Eddi sentiva un tonfo sul muro, perché sua mamma aveva l’abitudine di lanciare le cose quando era furiosa. Una volta aveva tirato un vaso cinese a cui suo padre teneva molto ed erano finiti a discutere anche per il vaso rotto. “Mi è costato una fortuna” aveva detto lui. “Non me ne frega un cazzo” aveva detto lei.

Ogni tanto parlavano pure di lui, di Eddi. “Non ci sei mai” diceva lei. “Lavoro come un negro” diceva lui. Eddi non era arrabbiato né con suo padre né con sua madre, non credeva che fossero cattivi genitori. Credeva che fossero un cattivo marito e una cattiva moglie l’uno per l’altra, quello sì. Questo pensiero lo rendeva triste. Alcuni dei suoi compagni di classe avevano i genitori divorziati e Eddi un po’ li invidiava. Si vergognava talmente tanto di pensare una cosa del genere che a scuola mentiva spesso. “Ieri siamo andati a cena in un posto coi candelabri d’oro” aveva scritto in un tema “poi mamma e papà sono andati a teatro”. Il titolo del tema era “Ieri sera” e non gli andava di scrivere che era stato al buio ad ascoltare sua madre e suo padre lanciarsi porcellane cinesi. Non gli andava proprio. Emma invece c’era abituata perché era più grande. Passava più tempo lontana da loro che in casa, comunque.

Litigavano, litigavano sempre, per qualsiasi cosa. Quella sera, ad esempio, suo padre era tornato troppo tardi e la cena si era freddata. Sua madre aveva cominciato a piangere da quando aveva sentito la macchina del marito entrare nel vialetto di casa. La mamma dev’essere molto infelice, aveva pensato Eddi.  Aveva mandato a letto lui e Emma in fretta e furia. Non rompergli le palle, aveva detto Emma alla madre. A Eddi le parolacce davano fastidio, gli sembravano sporche e a scuola le dicevano solo i ragazzi più grandi, quelli che gli facevano gli scherzi a ricreazione e cercavano sempre di guardare sotto la gonna delle ragazze.

Lui e Emma erano andati in camera e si erano chiusi la porta alle spalle. I suoi avevano già cominciato a discutere, sua madre faceva un sacco di domande. Dove sei stato, con chi eri, chi è lei. L’ultima cosa gliela chiedeva sempre. Eddi non aveva idea di chi parlassero, ma se mai avesse conosciuto la donna che faceva litigare i suoi genitori così spesso allora, forse, le avrebbe detto un po’ di parolacce. Emma di sicuro l’avrebbe fatto, pensò.

Eddi non riusciva proprio a prendere sonno. Il cuscino era diventato caldo e lui odiava quando succedeva. Gli faceva prudere la testa. Il padre e la madre andavano avanti. Avevano abbassato un po‘ la voce, ma non abbastanza perché Eddi non li sentisse. Sembrava che urlassero mormorando. Gli venne in mente quell’estate in campeggio, in cui non riusciva mai a dormire perché le cicale facevano troppo rumore e il caldo era insopportabile. Non aveva dormito quasi per tutta la vacanza. Almeno, però, mamma e papà non litigavano allora, pensò.

Non riusciva a capire se Emma dormiva. A volte sua sorella si addormentava con le cuffie per sentire la musica e si svegliava tutta arrotolata nei fili. Eddi pensava che fosse una cosa stupida da fare perché poteva anche strozzarsi. Però tutto sommato Emma si era addormentata e lui ancora no.

Non aveva idea di quanto tempo fosse passato, gli sembrava di essere inchiodato a quel letto da ore. Provò a tapparsi le orecchie premendo i palmi forte contro la testa, ma continuava a sentire le voci, seppur attutite. A quel punto, pensò, meglio ascoltare cosa dicono. Non ci capiva niente, in realtà. “Ho sacrificato la mia carriera” diceva lei. “Ho sacrificato la mia vita” diceva lui. “Sei distante” diceva lei. “Ti lamenti sempre” diceva lui.

Diventare adulti dev’essere un vero schifo, pensava Eddi. A volte anche lui litigava con i suoi compagni di classe, ma dopo facevano pace. I suoi genitori non facevano mai pace. Anche quando stavano zitti trasudavano rancore.

Si girò sul fianco destro e poi di nuovo sul sinistro. Non era mai stato così scomodo in tutta la sua vita. Sentì un colpo contro il muro, ma non seguì il rumore di qualcosa di rotto. Mamma deve avergli lanciato una scarpa, pensò, e per un attimo sorrise al pensiero.

Il lancio della scarpa doveva aver fatto infuriare suo padre ancora di più perché Eddi lo sentì alzare la voce. Sua mamma ormai piangeva e basta e ripeteva sempre la stessa cosa. Vattene, diceva. Vattene.

Eddi non ne poteva più, gli occhi bruciavano e le lenzuola gli si incollavano alle gambe nude e sudate. Basta, pensò, adesso basta. Si alzò di scatto, prese il cuscino e andò in giardino passando per la cucina, per non farsi vedere.

Era buio, doveva essere notte fonda, ma finalmente sull’erba fresca e umida si addormentò.

Non si svegliò mai. Più tardi quella notte suo padre uscì di casa, con l’intenzione di non tornarci. Con le mani che vibravano di rabbia mise in moto la macchina e partì, accendendosi una sigaretta. Tolse gli occhi dalla strada, solo per un momento. Il tempo di far scattare la fiamma dell’accendino. Non immaginava che Eddi stesse dormendo in mezzo al giardino.

Poco male, pensò Eddi. Diventare adulto sarebbe stato un vero schifo.

 

Memorie di una pendolare – Compagna D’Urso

“A chi la volete dare la tessera se non a me che viaggio su questo treno DUE volte a settimana”. Barbie, grande tirade e grazie per il tuo impegno civile, ma anche se ti potrà sembrare strano ci sono persone che prendono i regionali di Trenord tutti i giorni e sopravvivono. Anche senza tessera platino.

Le prossime invettive della D’Urso riguarderanno:

– La mancanza dell’acqua Evian nelle mense di Mediaset

– La delusione nello scoprire che se compri i Ferrero Rocher non ti regalano un maggiordomo di nome Ambrogio

– I rotoloni Regina che, contro ogni aspettativa, finiscono. E non sono di shantung.

Questa gente non sa dove vive.

Giulia

Memorie di una pendolare – Wednesday bloody wednesday

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Londra, ahimè, l’ho abbandonata da un po’. Ma niente paura, “notizie inutili dall’interno” continua con le vicende della squallida vita di una pendolare universitaria qualsiasi. Si ricomincia in grande stile con l’aneddoto del giorno: Darwin, la legge del più forte, l’errore del tacco dodici e lo spargimento di sangue.

In quanto pendolare prendo il treno nell’orario in cui lo prendono tutti i pendolari. In più pendoleggio sulla tratta Milano-Piacenza ed essendo Piacenza fondamentalmente il dormitorio di Milano, vi lascio immaginare la quantità di persone che salgono sul treno delle 7 di sera. Molte persone. Molte molte persone. Il treno invece è il solito carro bestiame, uno di quelli in cui stando seduta al tuo posto riesci a contare i peli del naso del passeggero di fronte senza neanche sforzare gli occhi e in cui devi essere il campione mondiale di tetris per riuscire a conciliare le tue ginocchia con quelle del sopracitato dirimpettaio. Va da sé che per conquistarsi un posto ci si trovi costretti a vivere sulla propria pelle la selezione naturale di Darwin. Vale tutto: picchiare le vecchie, il trolley a reazione, il jetpack, l’omicidio. L’importante è salire.

La tenuta ideale in queste situazioni può essere chiaramente una sola: giubbotto antiproiettile, tuta, scarpa ginnica o stivale con punta di ferro e casco integrale. Tuttavia ci sono certe vezzose signore che non riescono proprio a rinunciare al tacco dodici. Errore.

Infatti una di queste vezzose signore oggi non ce l’ha fatta. O meglio ce l’ha fatta, ma ci ha rimesso una gamba e diversi strati di epidermide. Come lo so? La scena della caduta rovinosa me la sono persa, ma a quanto pare non è stata abbastanza rovinosa da impedirle di sedersi di fronte a me con un ginocchio aperto e un gambaletto color carne sbragato. Interdetta tra il provare orrore per la colata di sangue e il provare orrore per il gambaletto color carne, ho optato per la prima e le ho allungato un fazzoletto, cercando disperatamente di evitare il contatto con la ferita incriminata. Quando é stato evidente che ci sarebbe voluto almeno almeno un rotolone Regina per fermare l’emorragia (e diversi punti di sutura per riattaccare il brandello di pelle appeso al gambaletto smagliato) si é alzata per risolvere la situazione alla toilette (aveva le mani talmente sporche di sangue che la prima persona a cui ho pensato è stata Patrick Bateman).

Ma non l’hai mai preso un treno? Non lo sai cosa rischi ad andare nel bagno di un regionale con una ferita aperta? Dio, bisogna proprio spiegarti tutto.

Comunque non è più tornata.

Giulia

Fight The Power

Oggi, per gli appassionati di “notizie inutili dall’interno”, si riprende la serie dei vip. Solo che stavolta non sono per niente squallidi. Sono i Public Enemy.

Volevamo andare al carnevale di Notting Hill solo che era prevista prima una tappa a Brick Lane per commissioni varie (niente di serio, dovevo comprarmi un paio di cuffie alla Rough Trade. Fra l’altro sono proprio incorreggibile visto che le medesime cuffie, comprate l’estate scorsa, non sono arrivate all’anno di vita). In ogni caso, benedico quelle cuffie perché arrivate davanti alla Rough Trade abbiamo scoperto per caso che stavano per palesarsi Chuck D e Flavour Flav dei Public Enemy. Hanno fatto conversazione con il pubblico e hanno sfottuto un po’ Skrillex, per poi tirare giù i muri con 5 o 6 pezzi della madonna. Il carnevale di Notting Hill ovviamente se n’è andato affanculo.

Per deliziarvi vi offro due perle fotografiche. A nostra discolpa avevamo solo un cellulare con cuifar foto e l’Anna sembra l’allegoria della malaria perché effettivamente non sta tanto bene. Enjoy e non sfottete (o sfottete poco).

Pomodori verdi fritti

In questa puntata: il trip culinario, Ollie “el desaparecido”, la nera più stonata del Regno Unito, la manifestazione irachena e i vip più squallidi di Londra.

IL TRIP CULINARIO

Ci è partito il trip culinario. Stavamo mangiando tramezzi al tonno del Tesco di quartiere, quando all’improvviso ci siamo ritrovate a friggere qualsiasi cosa ci capitasse sotto mano in una specie di delirio italo-turco. Ci siamo imbarcate prima in una torta al cioccolato e poi, dopo che avevo manifestato un desiderio al limite dell’ossessione, nella produzione della nostra prima caponata. Neanche troppo difficile, penserete voi. Provate a fare entrambe le cose senza una bilancia, con pentole e padelle in scala gnomo, con una generale mancanza di attrezzi e con le ottime verdure britanniche che fondamentalmente sembrano di plastica. Nasce così lo stile culinario “a cazzo di cane”, creato in queste circostanze da Giulia&Anna, chef amatoriali. Ecco alcune dritte per cucinare al meglio “a cazzo di cane”:

– se Sonia Peronaci di Giallozafferano vi dice di “mondare” le melanzane facendole spurgare da uno scolapasta con sopra un barattolo di fagioli usato come peso, prendete un pentolino senza buchi e accontentatevi di un bollitore come pressa. Scolate ogni tanto il pentolino per evitare che le melanzane si lessino nel loro sughino di spurgo

– Sonia Peronaci dice sale grosso? Voi usate quello fino

– Se la cipolla crea problemi ai condotti lacrimali, indossate dei wayfarer e sarete cuochi stilosi

– Il setaccio non serve, una buona grattata di cucchiaio andrà benissimo

– Se sul fondo del vostro forno sfrigola dell’unto non meglio identificato, lasciate che sfrigoli. Insaporirà la vostra torta

– Non tenete MAI il tempo di cottura

– Fate tutto un po’ a cazzo di cane

OLLIE, “EL DESAPARECIDO”

Ollie, il coinquilino che se n’era andato a Cuba, aveva detto che sarebbe tornato il 20. Qualche giorno fa gli ho mandato un messaggio per sapere a che ora sarebbe arrivato esattamente, giusto per evitare sorprese spiacevoli. Non mi ha risposto. Il 20 gliel’ho richiesto. Non mi ha risposto. Cominciavamo a temere il peggio (rapito, morto, venduto, privato degli organi per il mercato nero, Guantanamo), soprattutto quando il giorno del presunto ritorno, nessun Ollie ha varcato la soglia di casa. Alla fine si era incasinato con le date e i fusi orari e un travestito gli aveva rubato il telefono, ma sta bene ed é tornato con solo un giorno di ritardo. Meglio tardi che mai, Ollie. Meglio tardi che mai.

LA NERA PIU’ STONATA DEL REGNO UNITO

Ieri ho conosciuto i nuovi collaboratori di Zaboura (ah mi ero dimenticata: non sono solo diventata una nonna papera invasata di torte, sto lavorando nello stesso posto dell’anno scorso). Uno non ho ancora capito come si chiama ma ha un accento russo e non capisco quando parla. In compenso continua a offrirmi delle mandorle chiedendomi se mi piacciono i pistacchi (?). L’altra, Juliet, e’ adorabile e soprattutto comprendo le cose che mi dice, ma tiene la radio accesa tutto il giorno e CANTA. Ora, non so voi, ma io quando penso a una signora di colore che canta mi vengono in mente cori gospel, Diana Ross e Aretha Franklin. Juliet invece è la nera più stonata del Regno Unito e l’unico legame che ha con Diana Ross è lo stupro di Stop in the name of love con cui mi ha deliziato ieri pomeriggio (dopo varie cover di Bob Marley il quale probabilmente ha cominciato a stracciarsi i dread nella tomba).

LA MANIFESTAZIONE IRACHENA

Lascio l’Anna sola un attimo e me la ritrovo attivista irachena in manifestazione

I VIP PIU’ SQUALLIDI DI LONDRA

Finora abbiamo incontrato solo i vip più squallidi di Londra (la mia serie di vip squallidi era già cominciata a Pantelleria con l’ex batterista dei Pooh, idolo degli operai dell’aeroporto). La settimana scorsa abbiamo visto Florence di Florence and the Machine che faceva la gnorri alla Rough Trade, abbiamo cercato di entrare in modalita’ vip per decidere cosa fare (salutino? fotina? autografino?), ma non fregandocene un cazzo di Florence and the Machine ci siamo girate e siamo andate via. Ieri invece ho incontrato Bill Nighy sotto il mio ufficio. Alcuni potrebbero definirlo un vip squallido, ma quelle persone non si ricordano questa scena, o questa. E poi era veramente elegantissimo. Comunque lui l’ho salutato, mi sembrava necessario creare una certa gerarchia dopo aver lasciato Florence incagata a spulciarsi i suoi dischetti.

Stasera andiamo a vedere uno show di drag queen e per com’è andata in questi primi giorni finiremo a far festa con loro. Vi tengo informati

Giulia

London, Ontario

Un anno dopo, torno a Londra a raccontare, imperterrita, cose di cui non frega niente a nessuno.

Sono stati quattro giorni piuttosto intensi, quindi dividerò in capitoli:

IL VIAGGIO

Che ryanair facesse cagare lo sapevamo anche prima di prendere quest’ultimo volo. Tuttavia la tratta ci è risultata particolarmente molesta. Mi riferisco al fatto che il nostro aereo fosse inspiegabilmente convertito ad asilo nido volante e il livello dei decibel fosse nettamente superiore al grado di sopportazione umana (o se non altro al mio grado di sopportazione, che ad essere sinceri non è elevatissimo). Cambi di pannolini ad alta quota, gattonate verso l’uscita di emergenza, minestrine riscaldate dall’odore molto simile a quello dei pannolini e una lunga serie di altri fattori che hanno fatto venire voglia a me e alla mia compagna di viaggio di:

– strapparci le ovaie e buttarle nel rudo

– costringere alla vasectomia i relativi partner

– paracadutarci sulla Manica al più presto

Almeno l’Anna dormiva. Io no, perché di fianco a me avevo due giovani in pre accoppiamento affetti da logorrea che hanno parlato per due ore filate toccando gli argomenti più svariati, dalle abitudini dei loro animali domestici ai viaggi nello spazio (è inutile che cerchi di renderti interessante dicendo che vorresti andare sulla luna se sei seduto su volo ryanair che hai pagato 30 euro con le ginocchia in bocca). Lui fingeva di essere colpito dalle massime di lei sulla fotografia digitale mentre in realtà cercava di immaginarsela nuda, passatempo a cui mi sono dedicata anch’io perché era vestita di merda.

LA CASA

Vi ricordate il cessone in cui vivevo l’anno scorso? Stavolta ho optato per l’igiene e le porte dei bagni senza buchi. Sicuramente è  meno pittoresco, ma vi assicuro che camminare scalza per casa e fare la doccia senza la leptospirosi in agguato è molto più appagante. Sapete cos’altro è appagante? Il parquet.

IL COINQUILINO

Dovremmo avere un coinquilino che però è a Cuba per dieci giorni. Quindi è già un ottimo coinquilino. Per di più sembra avere un ottimo gusto estetico e un livello di pulizia inusuale per un inglese di sesso maschile di ventiquattro anni.

IL SALSICCINO

Costretta a rimangiarmi quello che ho appena detto sulla pulizia da questo reperto abbandonato in frigorifero, insieme a una passata di pomodoro con dei licheni galleggianti e un parmigiano reggiano di dubbia provenienza:

Si apre il toto-salsiccino: cosa sarà mai? Diteci la vostra

PERCHE’ I NEW ORDER SONO DEI FALLITI

Le varie serate non sto a raccontarle perché sono divertenti solo per chi ha presenziato. Però a una in particolare devo dedicare un paragrafetto. Siamo andate al concerto di chiusura delle olimpiadi (New Order, Specials e Blur ad Hyde Park) e pur essendoci svenate per il biglietto possiamo dire che ne è completamente valsa la pena. Davvero. Davvero davvero. Solo una cosa non ci è proprio andata giù: la performance dei New Order. A parte averci procurato un attacco di agorafobia nonché un vago sentore di depressione, mi sento in pace con la coscienza nell’affermare che i New Order sono dei falliti per i seguenti motivi:

– La presenza di Bernard Sumner è superflua in quanto muoveva la bocca ma non fuoriuscivano suoni

– Bernard Sumner indossava la maglietta dei New Order

– Bernard Sumner balla di merda

– Non si può dire che gli altri avessero un carisma superiore a quello di Bernard Sumner

– Sono vecchi e grassi e suonano male

– Su Love will tear us apart proiettavano delle foto dei Joy Division scaricate da Google immagini

– Mentre suonavano c’era la fila al banchetto delle magliette dei blur

GIULIA E ANNA CHEF AMATORIALI

Ieri abbiamo inaugurato la casa con la prima home-made cena. Ci riteniamo soddisfatte e i nostri ospiti anche, visto che hanno schivato la salmonella. Li abbiamo stroncati a colpi di muffin salati e la serata si è conclusa in sleepover. Un memo per la prossima cena: mettere i piatti a mollo o la mattina dopo puzzeranno di vomito.

 

Comunque dopo questa cena inaugurale ci sentiamo ufficialmente le padrone di casa e abbiamo deciso di far cambiare le serrature prima che torni Ollie, il coinquilino. Mi dispiace Ollie, non dovevi andare a Cuba.

Stralci di conversazioni da chef amatoriali:

– Anna dammi l’ora esatta che tengo il tempo della cottura

– Sono le dieci e qualcosa

– Ok, tra un po’ li togliamo

 

Per ora ce la passiamo bene. A presto con altre notizie inutili dall’interno

Giulia