Morte a Focene

2887_1123404612740_4080459_nSono una persona prudente. Non mi tuffo mai dagli scogli, sopra ai 70 km/h comincio ad agitarmi e non nominatemi neanche le montagne russe. Quando avevo cinque anni mi sono buttata da un brucomela in corsa perché la velocità mi sembrava davvero folle. Così ho quasi ucciso mia madre, che si aspettava la faccia gioiosa della figlia all’uscita del breve tunnel e si trovò davanti a un lombrico meccanico senza nessuno a bordo. In quegli stessi anni camminavo con cautela sui tappeti elastici, senza mai staccare i piedi dalla rete, e mi sedevo sull’altalena, rigorosamente immobile, mentre gli altri bambini tentavano l’equivalente infantile della scalata dell’Everest: il giro della morte. Va da sé che io non mi sarei mai arrischiata in un’impresa che portava un nome tanto preoccupante.

Tuttora vivo in punta di piedi e non ho nessuna fascinazione per le attività estreme. La vita spericolata non la voglio, la temo e non la capisco. Le mie rarissime esperienze con le droghe si sono svolte nella sicurezza di un appartamento o di un luogo privo di spigoli e non prima di aver scritto su un foglio tutti i numeri d’emergenza, qualora il mio cervello si fosse trovato a rimuovere queste informazioni e la capacità di utilizzare la rubrica del cellulare. Continua a leggere “Morte a Focene”

Essere o non essere Giulia

A volte, quando faccio la spesa, mi sorprendo a invidiare la cassiera del supermercato. Non deve decidere niente: qualsiasi articolo le consegni il nastro trasportatore, non deve fare altro che afferrarlo e traghettarlo all’altra sponda, restando comodamente seduta. Non può sbagliare, non ha scelta.

Io odio sbagliare e odio scegliere. Se una persona volesse mandarmi in crisi, basterebbe che mi chiedesse di scegliere un film per una serata tra amici. E se poi lo detestassero tutti? E se li annoiasse a morte? Nel dubbio non scelgo niente, non chiedo niente.

Quando ero bambina, chiedere un regalo ai miei genitori mi faceva sentire una persona orribile. In ogni caso, non era difficile capire i miei gusti: a volte mi appoggiavo con fare disinvolto a uno scaffale di un negozio, proprio di fianco a Barbie Magia delle Feste, a cui rivolgevo rapidi ma languidi sguardi. Piuttosto che dire a voce alta che la desideravo, avrei preferito giocare a mosca cieca in cortile per il resto della mia vita. Mi sembrava che chiedendo un regalo per me, avrei tolto qualcosa ai miei genitori e che per questo mi avrebbero amato di meno. Non potevo sopportarlo. 2887_1123404572739_2338914_n

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L’importanza di chiamarsi Pilotti

Il padre di mio padre era un colonnello dell’esercito e il suo non era solo un mestiere, ma un modello educativo. Appoggiare i gomiti sul tavolo da pranzo e avere dei sentimenti erano solo due delle sciatterie che in casa Pilotti erano considerate semplicemente inaccettabili. Se potessi tornare indietro nel tempo, nel 1972, a un pranzo del Circolo degli Ufficiali di Bologna, incontrerei un bambino magro di 9 anni con dei Lozza della mutua troppo spessi e le ginocchia troppo convergenti, intento a sistemarsi il nodo di una  cravatta troppo grande. Del resto, anche presentarsi al Circolo degli Ufficiali senza cravatta era semplicemente inaccettabile. Quel bambino strabico era mio padre e forse ora non lo riconoscerei affatto.

Copia di Drivin' nowhere

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Che ci faccio qui?

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Per anni mi sono sentita un incidente di percorso.

I miei genitori mi hanno messo al mondo, si sono sposati e hanno divorziato prima che mi fossero usciti tutti i denti da latte. Hanno avuto il buon gusto di risparmiarmi lanci di stoviglie e scenate separandosi prima che io potessi rendermene conto, ma la loro storia d’amore non ispirerebbe di certo un film romantico con Sandra Bullock. Più li conoscevo, crescendo, più una domanda sorgeva spontanea: ma come gli è venuto in mente?  Continua a leggere “Che ci faccio qui?”